Dall’Angola l’appello del Papa per la pace nel mondo: «È l’amore che deve trionfare, non la guerra»
di Giacomo Gambassi, inviato a Muxima (Angola)
Nel Regina Caeli la condanna degli attacchi in Ucraina e la «speranza» per la tregua in Libano. La Messa davanti a 100mila fedeli nella “città fantasma” voluta dalla Cina intorno alla capitale Luanda: serve una Chiesa capace di «recepire il grido» della gente. Nel pomeriggio il Papa vola nel santuario “Madre del cuore”, un tempo crocevia di schiavi

«Benvenuto papa Leone nella casa della Mamma». Il popolo di “Mama Muxima” lo ripete di continuo mentre il Papa arriva accanto alla statua della Madonna sul palco che si affaccia sul fiume Kwanza. Ritornello che racconta dove il Pontefice è giunto: Mama Muxima significa “Madre del cuore” in lingua kimbundu, una delle più parlate nel nord dell’Angola. E qui, a Muxima, si trova il principale santuario mariano della nazione, nell’altura sopra il maggiore fiume angolano che per tre secoli è stato crocevia di schiavi condotti verso la costa per iniziare il loro viaggio senza ritorno in America e che da quattro secoli custodisce l'immagina dell’Immacolata Concezione. La capitale Luanda è a 110 chilometri. Leone XIV vola in elicottero fin nella foresta equatoriale, in mezzo a 50mila persone che lo attendono da giorni, accampate fra tende e padiglioni di fortuna, per affidare alla Vergine il suo sogno. O, come lo definisce il Papa stesso, «un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti», dice rivolgendosi in particolare ai giovani. Poi l’invito a essere tutti «operatori di giustizia e portatori di pace». Quindi il grido che da una nazione ferita consegna all’umanità e ai potenti del pianeta: «È l’amore che deve trionfare, non la guerra».

Anche le gru accolgono Leone XIV a Muxima: sono quelle della nuova basilica in costruzione come “ex voto” per la visita di Giovanni Paolo II nel 1992. Terra poverissima, ma meta di pellegrinaggi ininterrotti per consegnare alla Madre di Dio «conversazioni intime con la Santa, preghiere, richieste di protezione, di benedizioni e di aiuto per i problemi quotidiani», racconta il vescovo di Viana, Emílio Sumbelelo. Domenica pomeriggio di caldo torrido, afa tropicale e zanzare. La spianata che scende dalla collina “mariana” fino alle anse del fiume è un crocevia di volti dell’intera Angola che cantano e ballano in onore del Papa, ma soprattutto pregano assieme a lui con una intensità, un raccoglimento e un silenzio che sorprendono, non appena inizia il Rosario guidato dal Pontefice. Corone in mano e copricapi o abiti con i ritratti di Leone XIV.

«Recitare il Rosario – spiega Leone XIV nella riflessione finale – ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri». Preghiera che si fa vita e azione. Ecco perché è necessario «adoperandoci senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità», afferma. Il Papa ricorda che il Rosario è «devozione antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti» e confida che «è un titolo bellissimo» quello di “Madre del cuore" con cui è stato ribattezzato dai fedeli il santuario di Muxima. Luogo di devozione popolare dove «tanti uomini e donne hanno pregato, in momenti gioiosi e anche in circostanze tristi e molto dolorose della storia del Paese» e che mostra come «il cuore della Chiesa» è «un cuore fatto di cuori». Poi tiene a evidenziare che Maria «invita anche noi a condividere la sua sollecitudine» verso l’altro.
Il Papa in Angola: è l’ora del dialogo. La condanna degli attacchi in Ucraina. E la «speranza» per la tregua in Libano
Un «Paese bellissimo e ferito che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità». Il Papa parla delle vicissitudini e delle attese dell’Angola da quella che è stata chiamata la “città fantasma” del Paese, costruita dalla Cina a trenta chilometri dalla capitale Luanda. Nazione con «una storia marchiata dal dolore», spiega, come testimonia la «lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà» che si intreccia con la proclamazione della sua indipendenza mezzo secolo fa. Ma lo sguardo di Leone XIV si estende ai conflitti del mondo, al termine della Messa che celebra davanti a 100mila persone nella spianata di Kilamba, immenso agglomerato targato Pechino che per l’alto costo degli appartamenti è stato l’emblema dell’assalto economico al Paese equatoriale giunto dall’Asia. «Deploro profondamente la recente intensificazione degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche la popolazione civile», è la condanna prima del Regina Caeli riferendosi ai raid russi nel Paese invaso da oltre quattro anni. E aggiunge: «Esprimo la mia vicinanza a tutti coloro che soffrono e assicuro le mie preghiere a tutto il popolo ucraino». Da qui «l’appello al silenzio delle armi e al proseguimento del dialogo». Poi il richiamo al Medio Oriente: «La tregua annunciata in Libano è motivo di speranza, un segno di sollievo per il popolo libanese e per la regione. Incoraggio coloro che sono impegnati per una soluzione diplomatica a proseguire i colloqui di pace, affinché la fine delle ostilità in tutto il Medio Oriente diventi permanente». E l’accenno al tempo liturgico: «Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi ci sforziamo oggi e ogni giorno a coltivare intorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, vera giustizia e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà».

Nella celebrazione il Papa chiede alla comunità ecclesiale «un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza». Non cristiani dalla fede intimistica, ma che si sporcano le mani nel mondo, ispirati dalla «luce della Parola» e dal «nutrimento dell’Eucaristia», chiarisce. C’è bisogno di una Chiesa che «sa raccogliere il grido dei suoi figli». E «le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino» della gente, sottolinea. Leone XIV si riferisce all’Angola (e con particolare vigore) ma le sue parole valgono per la Chiesa intera, quando dice che servono «vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno». Credenti che intendono essere «protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società».

In migliaia accompagnano il Papa da Luanda a Kilamba, lungo le strade che percorre in auto: un bagno di folla ininterrotto che continua fin dal suo arrivo in Angola, terza delle quattro tappe del viaggio apostolico in Africa. Un Paese che per i suoi problemi rischia di «perdere la speranza e rimanere paralizzato dallo scoraggiamento», sostiene il Pontefice. Invece, dice prendendo spunto dal Vangelo dei discepoli di Emmaus proclamato durante la liturgia, il Signore «cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro». Da qui l’invito a «costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta».

Nella sua riflessione il Pontefice mette in guardia anche dal sincretismo religioso diffuso anche dalle sette che prolificano in Africa: “chiese indipendenti”, secondo la definizione ufficiale, che, stando a dati non ufficiali, supererebbero quota mille con altre centinaia di gruppi “nascosti” e che proprio a Luanda hanno un impatto profondo. «Occorre sempre vigilare – avverte Leone XIV – su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale». Quindi il richiamo: «Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia».
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