Il Papa: «È bestemmia l’uomo che uccide. Chiniamoci sugli oppressi»
di Giacomo Gambassi, Roma
Leone XIV presiede la Messa in Coena Domini e lava i piedi a dodici preti della sua diocesi. Il rito torna nella Basilica di San Giovanni in Laterano dopo 14 anni. No a «chi si serve di Dio per vincere». I forti richiami a Francesco e Benedetto XVI

Si china davanti ai sacerdoti di Roma. Dodici come gli apostoli. Gli “apostoli” nella prima Messa in Coena Domini che Leone XIV celebra allo scadere del suo undicesimo mese di pontificato. E a loro lava i piedi nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Gesto che il Pontefice traduce in appello. «Davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi. È così che vogliamo seguire l’esempio del Signore», spiega nell’omelia. E, con la “rivoluzione della carità” che il Cenacolo racconta, «Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto». Bestemmie, dice Leone XIV. Perché «noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che “ci serve”, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere», ammonisce citando Benedetto XVI e condannando ancora una volta chi strumentalizza la dimensione religiosa per giustificare la guerra. Invece, «non comprendiamo che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio», aggiunge. Poco dopo, Leone XIV richiama papa Francesco che definiva «un dovere» inginocchiarsi davanti all’altro: «Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore». No a una fede di facciata, torna a ribadire il Pontefice. E, indicando esplicitamente i suoi due predecessori, Leone XIV si fa ponte fra l’eredità di papa Ratzinger e quella di papa Bergoglio: come a evidenziare che nel suo magistero trova unità quello dei due Vescovi di Roma prima di lui.

La celebrazione che apre il Triduo pasquale torna dopo quattordici anni nella Cattedrale di Roma che non riesce a contenere i fedeli arrivati nel pomeriggio. L’ultima Messa in Coena Domini con il Papa che la Basilica lateranense aveva ospitato era stata quella presieduta da Benedetto XVI il 5 aprile 2012. Poi papa Francesco aveva deciso di “spostarla” nei luoghi della fragilità e della sofferenza, a cominciare dal carcere minorile di Casal di Marmo a Roma dove si era recato nel suo primo Giovedì Santo il 28 marzo 2013. Inoltre, riprendendo la tradizione che aveva segnato anche il pontificato di Ratzinger, Leone XIV vuole intorno a sé i sacerdoti della “sua” diocesi: undici ordinati dallo stesso Pontefice il 31 maggio; e il dodicesimo, don Renzo Chiesa, direttore spirituale del Seminario, che entra in chiesa in carrozzina per la malattia che affronta. Il Papa si cinge i fianchi con il grembiule e a ciascuno bacia i piedi. «Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale – afferma il Pontefice –. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza». È al «servizio reciproco» che chiama il Papa: un «compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita». E ricorda che in Cristo Dio mostra «non di come si domina, ma di come si libera; di come si dona la vita, non di come la si distrugge».

Non solo lavanda dei piedi in una liturgia da vivere «non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti come invitati». Nel rito - concelebrato con il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, i capi dicastero e il cardinale vicario Baldo Reina - si fa «memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro», spiega Leone XIV. E tiene a sottolineare l’«intrinseco legame tra i due sacramenti». Nel pane e nel vino consacrati «sta il Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo», precisa richiamando la Costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium”. E nei vescovi e nei sacerdoti «sta il segno della sua carità verso tutto il popolo di Dio» che i consacrati sono «chiamati a servire». Anche così può essere letta la scelta del Papa di prediligere dodici preti. Ecco, quindi, che il «Giovedì Santo è giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica», sintetizza Leone XIV. E invita a fare dell’adorazione eucaristica che in ogni comunità conclude la giornata un «tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore».
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