Il monito del Papa ai potenti della terra: «Fermatevi, è il tempo della pace»
di Giacomo Gambassi, Roma
Leone XIV presiede il Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro. «Siamo in un’ora drammatica della storia. È asservito alla morte chi fa di se stesso un idolo». La Chiesa a fianco del popolo della pace che unisce il mondo, anche se «può costarle incomprensione e disprezzo»

È arrivata da Assisi la lampada della pace. Ed è stata collocata vicino alla tomba di Pietro, nella Basilica Vaticana, e alla statua di Maria “Regina Pacis” giunta dall’omonima chiesa nel quartiere di Monteverde a Roma. Di fronte siede il Papa. Entrambi segni concreti di un «futuro nuovo», come lo definisce Leone XIV salutando la folla che non è riuscita ad entrare questo pomeriggio fra le navate. Un futuro «in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono», spiega. Un futuro riconciliato, invocato nel Rosario per la pace che il Pontefice ha voluto nel sabato dell’Ottava di Pasqua e che aveva annunciato durante il messaggio “Urbi et Orbi” nel giorno della Risurrezione. I rappresentanti di tutti e cinque i continenti accendono i loro lumi dalla fiaccola che lega il suo nome a san Francesco, durante lo scorrere della preghiera mariana che il Papa presiede. Iniziativa che il Pontefice ha promosso in «quest’ora drammatica della storia», afferma nella riflessione che conclude il Rosario, in cui si tocca con mano «la demoniaca catena del male». Un frangente in cui «sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà», fa sapere.
È un grido quello che lancia il Papa a nome di «milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e che riparano i danni lasciati della follia della guerra», dichiara. «Un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole», aggiunge. E Leone XIV si fa interprete delle loro attese. Parla indossando mozzetta rossa e stola bianca. Ai «governanti delle nazioni» che hanno «inderogabili responsabilità» dice con forza: «Fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte». E ancora: «Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita». Il Papa assicura che è possibile «un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo» e che fa sì che «gli equilibri nella famiglia umana siano gravemente destabilizzati». Non ci sono riferimenti espliciti ai conflitti in corso e a quanti li hanno scatenati, ma dietro le sue parole ci sono anche le guerre che insanguinano l’Ucraina, il Medio Oriente e il Golfo persico. Leone XIV evoca le sofferenze dei più piccoli: «Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio». Quindi l’appello: «Ascoltiamo la voce dei bambini». E poi torna a condannare la strumentalizzazione della fede per giustificare gli scontri. «Viene trascinato nei discorsi di morte persino il nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro>». Quindi il monito indirizzato agli “uomini della guerra”: «Alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo, cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio».
Leone XIV chiama all’impegno dal basso. E, per certi versi, a mobilitarsi per «un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro». E lo sprone: «Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace». Di fronte a un popolo della pace che abbraccia i continenti e a «una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza», chi ha in mano le sorti degli Stati non può voltarsi dall’altra parte, è l’assunto del Papa. E la Chiesa lo sosterrà, nonostante possa diventare bersaglio di critiche o congetture assurde, come dimostrano anche i recenti casi di tensioni fra Santa Sede e Paesi in guerra: dagli Usa a Israele. «La Chiesa – spiega il Papa – è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale».
La preghiera per la pace supera i confini della Basilica di San Pietro. Perché l’invito del Papa è stato accolto in «tanti altri luoghi del mondo», tiene a sottolineare Leone XIV. Insieme per dire che «la guerra divide, la speranza unisce; la prepotenza calpesta, l’amore solleva; l’idolatria acceca, il Dio vivente illumina». Trentaquattro i cardinali che si stringono intorno al Pontefice. A rappresentare la Chiesa italiana – che ha aderito all’appuntamento – il segretario generale della Cei, l’arcivescovo Giuseppe Baturi. Leone XIV cita Giovanni Paolo II per ribadire: «Mai più la guerra, avventura senza ritorno». Richiama Giovanni XXIII per ricordare che «dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». Ripete le parole lapidarie di Pio XII: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra». E rilancia l’intuizione di papa Francesco di «un “artigianato” della pace che ci coinvolge tutti». Leone XIV è consapevole che ogni svolta ha necessità di essere costruita con sapienza. E parla di «tempi lunghi, segno della pazienza di Dio». Perciò, chiarisce, «abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite». Mai, però, cedere alla sfiducia: «Alziamo lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie». E, prima del Rosario, ne indica lo spirito:«Vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile vivere insieme, fra i popoli con religioni, culture ed etnie diverse».
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