Baturi: «Preghiera e opere di pace, così possiamo cambiare le sorti dei popoli»
di Irene Funghi
Il presule ieri alla veglia nella Basilica Vaticana. «Dobbiamo riprendere in mano la storia e non lasciarla a chi usa la prepotenza. L’Europa sia fattore di umanizzazione»

Non c’è niente da fare. Per arrivare alla pace è necessario riconoscersi piccoli, bisognosi, e imparare a vedere, così, i bisogni dell’altro. Quale via migliore allora della preghiera per permettere a Dio di agire anche dove non oseremmo pensare, per «bussare al cuore degli uomini» - tutti gli uomini, «anche quelli al potere e quelli che usano le armi» -, per riconoscere in loro «un fondo di bontà e un’immagine di Dio» e chiedere che si ravvedano e perché anche «il nostro cuore cambi». La strada è questa e di qui non si scappa. L’arcivescovo di Cagliari e segretario della Cei Giuseppe Baturi, mentre raggiunge la Basilica di San Pietro, dove si è tenuta la veglia di preghiera chiesta da Leone XIV, spiega bene come l’appuntamento di ieri si sia nutrito della rinnovata consapevolezza portata dalla festa di Pasqua e dal cammino verso la “domenica della divina Misericordia”, che si celebra oggi. «Non è un caso che il Signore annunci la pace assieme al perdono dei peccati, perché oggettivamente non è possibile una pace senza una misericordia che riconcili, perdoni, accolga la diversità e non schiacci l’altro sul passato, sulla colpa o su una diversità che riteniamo nemica». Ed è proprio la Pasqua che permette anche a noi nella preghiera di non rassegnarci «ad una logica di forza e a un linguaggio di prepotenza».
Sull’opinione pubblica e sulla politica internazionale che impatto può avere un appuntamento come questo?
«Non dobbiamo sottovalutare la capacità di mobilitazione dei popoli di far cambiare le politiche dei governanti. C'è l'imponderabile divino a cui ci rivolgiamo, ma ci rivolgiamo anche agli uomini, scommettendo sulla loro capacità di cambiare e essere protagonisti: dobbiamo riprendere in mano la nostra storia e quella delle sorti dei popoli. Non possono essere lasciate a chi usa la forza, la prepotenza o il linguaggio della guerra. È pregando e promuovendo opere di pace già oggi possibili in Italia, quindi, che pensiamo possa imprimersi un cambiamento nella politica e possano riattivarsi i canali diplomatici».
«Non dobbiamo sottovalutare la capacità di mobilitazione dei popoli di far cambiare le politiche dei governanti. C'è l'imponderabile divino a cui ci rivolgiamo, ma ci rivolgiamo anche agli uomini, scommettendo sulla loro capacità di cambiare e essere protagonisti: dobbiamo riprendere in mano la nostra storia e quella delle sorti dei popoli. Non possono essere lasciate a chi usa la forza, la prepotenza o il linguaggio della guerra. È pregando e promuovendo opere di pace già oggi possibili in Italia, quindi, che pensiamo possa imprimersi un cambiamento nella politica e possano riattivarsi i canali diplomatici».
Quali sono queste opere possibili?
«Già durante il venerdì di Quaresima del 13 marzo la Chiesa italiana aveva invitato alla preghiera per la pace e adesso risponde all’appello di Leone XIV. Dalla preghiera, nasce un essere testimoni di una misericordia che si fa prossimità, soprattutto per le vittime e chi è in stato di bisogno. Così sono nati molti progetti a sostegno del Libano, della Terra Santa e delle terre sconquassate dai bombardamenti. La Chiesa italiana continuerà a fare questo con vigore, chiedendo che la diplomazia riprenda la propria vera funzione di dialogo».
«Già durante il venerdì di Quaresima del 13 marzo la Chiesa italiana aveva invitato alla preghiera per la pace e adesso risponde all’appello di Leone XIV. Dalla preghiera, nasce un essere testimoni di una misericordia che si fa prossimità, soprattutto per le vittime e chi è in stato di bisogno. Così sono nati molti progetti a sostegno del Libano, della Terra Santa e delle terre sconquassate dai bombardamenti. La Chiesa italiana continuerà a fare questo con vigore, chiedendo che la diplomazia riprenda la propria vera funzione di dialogo».

La Cei aveva diffuso già la nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante”. Ci sono degli sviluppi?
«Il 17 giugno, incontrando la Cei, Leone XIV ha chiesto che tutte le comunità diocesane e parrocchiali divenissero luoghi riconciliazione. La nota pastorale riprendeva già l’intuizione di papa Francesco, che sottolineava come l’umanizzazione del mondo passasse dalla diplomazia e dalla grande politica, ma vedeva nell’educazione un fattore fondamentale di cambiamento, anche se si tratta di un processo più lungo e chiede un maggiore coinvolgimento delle comunità. Come Cei, quindi, stiamo preparando dei sussidi perché questo impegno di educazione alla pace sia coltivato e reso fattivo nelle scuole e nelle comunità parrocchiali, rilanciando la nota».
«Il 17 giugno, incontrando la Cei, Leone XIV ha chiesto che tutte le comunità diocesane e parrocchiali divenissero luoghi riconciliazione. La nota pastorale riprendeva già l’intuizione di papa Francesco, che sottolineava come l’umanizzazione del mondo passasse dalla diplomazia e dalla grande politica, ma vedeva nell’educazione un fattore fondamentale di cambiamento, anche se si tratta di un processo più lungo e chiede un maggiore coinvolgimento delle comunità. Come Cei, quindi, stiamo preparando dei sussidi perché questo impegno di educazione alla pace sia coltivato e reso fattivo nelle scuole e nelle comunità parrocchiali, rilanciando la nota».
Ci sarà bisogno allora di “alleanze educative”.
«Certamente. Come cristiani vogliamo camminare con gli uomini di religione, perché come è stato affermato ad Abu Dhabi, questa ci aiuta a superare la dialettica “amico-nemico” e ad affermare il linguaggio della fraternità. Però non possiamo non accogliere il rapporto con gli uomini dal cuore sincero, che cercano la verità, desiderano l’amore e non si rassegnano ad un mondo malato».
«Certamente. Come cristiani vogliamo camminare con gli uomini di religione, perché come è stato affermato ad Abu Dhabi, questa ci aiuta a superare la dialettica “amico-nemico” e ad affermare il linguaggio della fraternità. Però non possiamo non accogliere il rapporto con gli uomini dal cuore sincero, che cercano la verità, desiderano l’amore e non si rassegnano ad un mondo malato».
In Paesi segnati dai conflitti come l’Angola, che il Papa visiterà, o la Repubblica Democratica del Congo, la Chiesa è un forte fattore di riconciliazione. Può muoversi in modo simile in Europa?
«In questi Paesi, la Chiesa si fa presente esortando, denunciando e soccorrendo i più poveri. In Occidente, tutta la storia richiede una nuova soggettività dell’Europa, dove l’Ue è nata da una volontà di pace e di dialogo tra i popoli. Tutto ci parla della necessità di un suo nuovo protagonismo. Potrà essere un fattore importante per il mondo, purché al proprio interno veda la ragione della propria esistenza in qualcosa di più della mera economia o della convergenza di alcuni interessi, ma riconosca che stiamo assieme per una libertà e per la tutela della dignità dell'uomo. Dentro alla vocazione ad essere fattori di umanizzazione nel mondo intero».
«In questi Paesi, la Chiesa si fa presente esortando, denunciando e soccorrendo i più poveri. In Occidente, tutta la storia richiede una nuova soggettività dell’Europa, dove l’Ue è nata da una volontà di pace e di dialogo tra i popoli. Tutto ci parla della necessità di un suo nuovo protagonismo. Potrà essere un fattore importante per il mondo, purché al proprio interno veda la ragione della propria esistenza in qualcosa di più della mera economia o della convergenza di alcuni interessi, ma riconosca che stiamo assieme per una libertà e per la tutela della dignità dell'uomo. Dentro alla vocazione ad essere fattori di umanizzazione nel mondo intero».
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