venerdì 24 marzo 2017
«Batteremo i piatti al suo arrivo: segno di una rivolta di speranza»
Il carcere di San Vittore

Il carcere di San Vittore

«Alle 8 in punto di domani, anche San Vittore darà il suo speciale benvenuto in terra ambrosiana a papa Francesco. Non abbiamo una campana. Ma l’inventiva non ci manca. Faremo suonare i piatti. Di solito, in prigione, tale gesto accompagna le rivolte. Stavolta farà da sottofondo a un altro genere di rivoluzione. Quella della speranza». A quell’ora Dalia Violeta Nieves González, ecuadoriana 35enne, sarà ai fornelli – insieme agli altri carcerati della Libera scuola di cucina, coordinati dallo chef Stefano Isella – a terminare di preparare il pranzo che il Pontefice consumerà insieme ai reclusi. «Macché levataccia. Tanto non chiuderò occhio» racconta la ragazza. Non è l’unica. Un “caos calmo” regna nel penitenziario. «L’intero carcere si sta illuminando per accogliere Francesco – dice Mario, milanese, da quattro anni nella struttura –. I muri sono stati riverniciati, le porte lucidate, i vetri strofinati a fondo. Non parlo, però, solo del riassetto esterno. L’at- mosfera è diversa, più gioiosa, più distesa».

La routine di avvocati, udienze, colloqui, corsi per ammazzare un tempo che dietro le sbarre si fa infinito, prosegue, in apparenza, monotona. In apparenza, appunto. Chi è abituato al linguaggio muto del popolo di San Vittore percepisce con forza il fermento. Visi e gesti di tutti, perfino degli agenti più compassati, rivelano l’emozione alla vigilia «dell’insolita visita di un amico inatteso ».

Così comincia la poesia composta dai detenuti per Francesco: il primo Papa che, domani, varcherà l’enorme portone di legno di piazza Filangeri al numero 2. “Insolita”, in effetti, è l’aggettivo più adatto per descrivere la sortita bergogliana: non solo perché si tratta di un unicum nei 138 anni di vita del carcere. Il Pontefice ha “sorpreso” i reclusi – e mobilitato l’organizzazione – chiedendo di poterne avvicinare il maggior numero possibile. E dedicando loro la sosta più lunga – tre ore – della sua giornata ambrosiana. Francesco non si limiterà a sostare nella Rotonda, il cuore di San Vittore, nonché la sede degli eventi straordinari. Il Papa percorrerà i diversi “raggi”, come da queste parti chiamano i sei corridoi che si dipanano dall’anello centrale.

La Rotonda appunto. Là, dove sono situate le celle – aperte dal 2015, dopo la condanna per mancanza di spazio della Corte europea dei diritti dell’uomo – si svolge la quotidianità dei prigionieri. E là Francesco passerà – intrecciando i «suoi passi ai nostri», prosegue la poesia –, si fermerà e pranzerà. Non solo. Dopo il pasto, Francesco farà perfino qualche minuto di “siesta” all’interno di SanVittore, nell’ufficio del cappellano. Una scelta assolutamente inedita. Per trovare dei precedenti, si deve risalire ai primi secoli della cristianità, quando i Papi venivano incarcerati durante le persecuzioni. Al piano terra del terzo raggio – dove si trovano circa 200 persone con problemi di tossicodipendenza –, nei giorni precedenti, si sono fatte le prove di capienza per allestire un enorme tavolo rettangolare.

A cui, insieme al Pontefice, siederà una delegazione di cento detenuti, scelti in modo da rappresentare la pluralità di fedi e nazionalità racchiuse a San Vittore, dove il 67% della popolazione è straniera. «Il menù, però, sarà tipicamente ambrosiano: risotto alla milanese, cotoletta con contorno di patate e per dolce la panna cotta. E sarà uguale per tutti gli 860 detenuti », prosegue Dalia. Quest’ultima avrà il posto speciale accanto a Francesco, insieme ad altre due “latine”: l’argentina Monica e la cilena Gemma. Allieve della Libera scuola di cucina, le tre avranno il compito di chiacchierare con il Papa nella sua lingua madre e di servire a tavola. «Da quando me l’hanno detto ho voglia di gridare, ballare, cantare, piangere», dice Dalia. Le fa eco un altro dei commensali, Mario. «Non posso credere che anche io sarò seduto a quella mensa. Io che in genere vengo considerato solo un “criminale”, potrò mangiare con Francesco… ».

La frase gli si tronca in gola, mentre gli scendono le lacrime. «Sono islamico. Eppure non ci ho pensato un secondo a rinunciare al permesso di uscita per domani. La presenza del Papa è un dono troppo grande per perderlo. Il suo è un gesto straordinario: viene a mangiare proprio con noi, gli ultimi fra gli ultimi», aggiunge Mohammed, egiziano. «È il buon pastore – aggiunge Mario – che cerca le pecorelle smarrite. Lo so che ho sbagliato. Ma Francesco mi sta insegnando che non è troppo tardi per ricominciare ». La rivoluzione della speranza è già cominciata.

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