lunedì 20 novembre 2023
Intervista al direttore del settimanale della San Paolo che ha la stessa età del pontificato di Francesco, don Vitale. «Una nuova grafica e più rubriche, così diamo spazio al bene attorno a noi»
Il direttore di Credere, don Vincenzo Vitale

Il direttore di Credere, don Vincenzo Vitale - -

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Approfondire, informare, aiutare a farsi un’idea. Il tutto alla luce del Vangelo. Sono i fili rossi che da dieci anni contraddistinguono il lavoro del settimanale «Credere». Un decennio di vita che ha coinciso con l’attuale pontificato di Francesco e che la testata cattolica, edita dal Gruppo editoriale San Paolo, «cambiando grafica e potenziando i contenuti» come spiega don Vincenzo Vitale, che dal luglio 2021 dirige il settimanale, di cui era condirettore dal dicembre 2016.

Direttore cosa ha significato dal punto di vista informativo per voi seguire il pontificato di Francesco?

Si può dire che abbiamo camminato insieme in questi dieci anni. Seguiamo il Papa non solo dal punto di vista della cronaca e degli eventi a cui è presente, ma approfondendo anche i temi che gli stanno a cuore. Così accanto all’agenda settimanale nella quale riproponiamo gli appuntamenti del Papa, cerchiamo di proporre interventi, spiegazioni e chiarimenti sui temi da lui affrontati. Quando pubblicò l’enciclica Laudato si’ abbiamo dato vita a una rubrica settimanale che riprendeva i diversi aspetti del documento, cercando di aiutare i nostri lettori a cogliere tutte le sfumature, facendoci aiutare da esperti e testimoni. E così continuiamo a fare anche con gli altri eventi che stanno coinvolgendo la Chiesa italiana e universale.

Certo non mancano gli spunti: Sinodo, Cammino sinodale della Chiesa italiana, iniziative di pace e all’orizzonte l’Anno Santo. Quale stile narrativo avete scelto di utilizzare per raccontare ai lettori la Chiesa di Francesco?

Quello del racconto di testimoni, che a volte coinvolge anche persone vicino allo stesso Papa. Il racconto è lo stile preponderante. Forse lo stile più accessibile al lettore. Proponiamo testimoni che con il loro racconto restituiscano con empatia il proprio vissuto al lettore. Non nascondo che non è una ricerca sempre facile. Ma a volte conoscenze casuali ci hanno portato a scoprire persone davvero significative. Penso ad alcuni esponenti del cristianesimo russo che hanno firmato un documento critico nei confronti della politica estera del presidente russo Vladimir Putin e la sua scelta di fare guerra all’Ucraina. Siamo riusciti a dare loro voce, mantenendo l’anonimato anche per non esporli a rischi in patria.

E poi ci sono anche i personaggi più noti.

È vero. Cerchiamo di presentarli sotto un aspetto inedito, quello di essere credenti, che vivono la propria fede nella vita quotidiana e nel loro ambiente lavorativo.

Per i vostri dieci anni vi siete “regalati” un cambio di grafica e anche di contenuti. Quali sono i punti forti di questi cambiamenti?

Al di là del cambio grafico, abbiamo deciso di porre più attenzione all’attualità con due pagine - denominate “Tutta Italia ne parla” - che affrontato settimanalmente un tema di cui si discute e sul quale cerchiamo di dare anche il nostro punto di vista. E poi ci sono anche tre nuove rubriche di approfondimento: una sulla liturgia, una sulla spiritualità e una sul mondo dei giovani per offrire al pubblico adulto chiavi di lettura del mondo giovanile. Rubriche che partono dal vissuto dei loro autori e che non vogliono essere momenti accademici, ma di aiuto concreto ai lettori. Una sorte di servizio che vogliamo continuare a offrire loro.

Come è possibile continuare a essere una voce cattolica importante nel panorama informativo italiano che non sta vivendo un periodo positivo?

Oggi siamo bombardati da una informazione rapida che lascia poco spazio all’approfondimento. Non solo. Spesso siamo investiti da notizie in negativo. Nel nostro piccolo cerchiamo di uscire da questa logica negativa - direi tossica - dell’informazione cercando di offrire “buone notizie”, raccontando dove si vive la fede, storie positive, che non significa affatto edulcorare la realtà. Puntiamo ad avere un racconto che offra speranza e non solo ai cattolici. Ecco perché ancora di più il nostro stile vuole essere l’offerta di storie positive, che dimostrino in concreto che la speranza non è un sogno, ma cammina sulle gambe di uomini e donne vere. E devo dire che per primo mi stupisco di come riusciamo a trovarne tante, anche in questo scenario fosco. Certo non bisogna dimenticare che il bene bisogna volerlo vedere. Altrimenti lo sguardo vedrà altro.

Come avete impostato il rapporto con i vostri lettori?

È un rapporto amichevole, empatico, di accoglienza. Cerchiamo di dare una risposta a tutti, apprezzando questa dimensione dialogica, perché il porre domande rivela una volontà di ricerca. Un aspetto interessante. E poi nel Cammino sinodale e nel Sinodo dei vescovi abbiamo parlato tanto di capacità di ascolto. Ma già Paolo VI parlava di una Chiesa che si fa dialogo. All’ascolto ovviamente diamo anche risposte nelle quali cerchiamo di offrire un orizzonte per ampliare lo sguardo sul tema proposto.

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