giovedì 30 ottobre 2014
Le due sponde in cui Francesco conduce il Sinodo sulla famiglia. (DOSSIER)
 di Mauro Cozzoli
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​Al Sinodo ha fatto presa la felice figura del faro e della fiaccola, riferita al ministero di luce della Chiesa, cui diversi commentatori hanno dato risonanza, interpretandola nel proprio orizzonte di significato. Il faro, ben fondato ed elevato, effonde una luce forte ed estesa che infonde fiducia e dà sicurezza nella navigazione della vita. La Chiesa è luce-faro di verità e di grazia per tutti nella storia e nel mondo. La fiaccola cammina con chi la porta: emana una luce particolare e circoscritta, che illumina i passi delle persone, viandanti e pellegrini nel cammino della vita. La Chiesa è luce-fiaccola di verità e di grazia per ciascuno, nel qui e ora di una situazione o di una stagione della vita.Applicando l’allegoria al ministero di misericordia – cui con insistenza Papa Francesco sollecita la Chiesa, chiamando ciascuno a farsi prossimo e compagno di viaggio soprattutto dei più bisognosi – taluni interpreti hanno veicolato un’accezione appositiva, se non proprio oppositiva, delle due figure e della relazione tra loro. Finora sarebbe prevalsa l’immagine della Chiesa-faro, ferma e salda sulla Tradizione e nel suo immutabile insegnamento, cui guardare e andare per attingere. Con Papa Francesco sarebbe in atto la transizione a una Chiesa-fiaccola: «Chiesa in uscita» – come ci dice nella Evangelii Gaudium – per cercare e avvicinare, accompagnare, guardare negli occhi e ascoltare, curare e rimettere in cammino. «Chiesa che ha le porte spalancate – come ha detto ai Padri Sinodali nel discorso conclusivo del Sinodo – per ricevere i bisognosi, i pentiti, e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti». Tanto basta a far dire di una Chiesa più attenta alle persone che alla dottrina, centrata sulla carità più che sulla verità.
È evidente a tutti che papa Francesco rilancia il simbolismo evocativo della Chiesa-fiaccola, chiamando a una evangelizzazione itinerante, di avvicinamento e vicinanza, di accompagnamento e cura, richiamando il significato e la forza sanante dei sacramenti, mettendo in guardia da un astrattismo dottrinale lontano dalle persone e da un precettismo etico incurante di esse. L’esortazione apostolica Evangelii gaudium ne è il quadro di motivazione e di metodo. Che papa Francesco non intenda con questo sminuire il ministero di verità della Chiesa, in ciò che essa ha di immutato e immutabile, sbilanciandone il ruolo-faro sul ruolo-fiaccola, è però altrettanto chiaro. Il Papa non si sente al di sopra della verità, ma sotto la sua autorità, in attitudine – dice ai Padri sinodali – non di «padrone» ma di «servo e custode»: «Il Papa non è il signore supremo, ma piuttosto il supremo servitore; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (can 749) e pur godendo della “potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf cann.331-334)».
Questo significa che fare della carità, nella forma prima della misericordia, la via maestra del Vangelo e dell’evangelizzazione non implica alienazione o ribasso di verità. Perché non c’è amore senza verità, ridotto – come nell’immaginario prevalente oggi – a un trascinamento opinionale ed emotivo. La Chiesa non può cedere a questa deriva: verrebbe meno al suo compito di Maestra. E poi perché forma privilegiata e qualificata di carità è portare all’altro la verità: la carità del vero. È illusorio e ingannevole un amore vuoto, un amore non vero. Ciò comporta la fedeltà missionaria della Chiesa al Vangelo e al suo dispiegamento nel depositum fidei della Chiesa. Senza con questo cedere a un fissismo del vero, che aliena la Chiesa dalla storia e dal mondo, in cui essa è posta, in discernimento attento dei «sêmeia tôn kairôn», i segni dei tempi (Mt 16,3), per dire il Vangelo nell’oggi dell’uomo, con le sue risorse e le sue miserie, le sue speranze e le sue inquietudini, e aprire la Tradizione alle res novae. Lo aveva ribadito in precedenza il Papa, parlando di «crescita nella comprensione della verità». Legge questa cui non è sottratto «il depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo».
Entro queste due sponde di fedeltà al deposito di verità della fede e di attenzione all’oggi delle persone, Francesco sta conducendo il Sinodo sulla famiglia, in uno svolgimento a più tappe e col coinvolgimento di tutto il popolo di Dio. Lo si evince dalla Relatio sinodi che fa sintesi dei contributi offerti nell’Assemblea generale straordinaria appena conclusa. Sulla prima sponda ci sono le riaffermate – ha detto il Papa – «verità fondamentali del sacramento del matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà, l’apertura alla vita». Sulla seconda ci sono le famiglie segnate da irregolarità (convivenze, matrimoni civili) o da ferite (coniugi abbandonati, separati, divorziati risposati o no, famiglie monoparentali). Nessuno va escluso dall’amore misericordioso, in una pedagogia – variamente scandita nella Relatio – di «accoglienza», «prossimità», «accompagnamento», «discernimento delle situazioni», «riconoscimento degli elementi positivi presenti». Indici tutti di attenzione primaria alle persone, che chiama tutti – ha detto ancora il Papa – a «rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini». Il riferimento è alla forza sanante della carità e della grazia: la grazia sacramentale in primis. Con la «possibilità – anche – che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia» (Relatio 52)? La Relatio dà conto della discussione dell’Assemblea in merito e conclude: «La questione va ancora approfondita» (Ivi 52). A questo approfondimento, come a quello di tutta la problematica, è chiamata la Chiesa tutta intera (pastori, teologi e fedeli laici), nel cammino di riflessione e contributi che porterà, tra un anno, alla fase conclusiva e decisiva del Sinodo. Cammino animato e diretto dallo Spirito Santo, ricorda e rassicura Francesco: «Quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa».
Per questo convenire sinodale, animato e diretto dallo Spirito di Dio, coniugare insieme verità e misericordia anche nel difficile campo delle irregolarità familiari, dei divorziati risposati in particolare, è possibile. Senza che la Chiesa contraddica il suo insegnamento, ma lo approfondisca, lo sviluppi e lo attualizzi nell’oggi delle persone e delle loro attese. E senza – per tornare al simbolismo iniziale – che l’essere faro impedisca alla Chiesa di essere fiaccola e, per essere fiaccola, la Chiesa cessi d’essere faro. Ma l’uno e l’altro compito di luce si assolvono insieme, in relazione sinergica e reciproca (cf Rel 28). Perché la Chiesa è Maestra di verità e Madre di misericordia insieme. Lo è e deve esserlo anche negli ambiti più problematici del matrimonio e della famiglia. Come? In che modo, in presenza di nodi critici che fanno temere uno scioglimento unilaterale e sbilanciato? Ce lo sta dicendo e ce lo dirà il Sinodo, sotto l’azione dello «Spirito di verità» (cf Gv 16,13), principio e anima del sensus fidei dei fedeli e del munus docendi dei pastori, che scandiscono il cammino sinodale della Chiesa nella ricerca della verità.
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