sabato 28 gennaio 2017
Parte dalla diocesi di Torino la nuova pastorale. Il responsabile, don Carrega: «Insieme per riflettere»
La Chiesa e i gay: «Così accogliamo chi chiede aiuto»

Omosessuali e credenti. Chi liquida la questione alzando le spalle con il solito e un po’ banale: «E allora? Che problema c’è?», ignora la complessità della questione. La persona omosessuale, profondamente convinta che sia proprio questo l’orientamento conforme al suo sentire – e non si tratta di un approdo scontato vista l’amplissima gamma di sfaccettature che segna la realtà omosessuale – vive solitamente un rapporto con la fede segnato da almeno tre disagi: emarginazione, conflittualità e, non di rado, rabbia. L’emarginazione nasce dal timore di accostarsi alla comunità ecclesiale. Dall’incertezza sull’opportunità di esprimere la propria condizione.

Nella Chiesa le sensibilità, com’è noto, sono molte diverse e non ovunque si trovano sacerdoti e operatori pastorali disposti a mettere da parte pregiudizi e convinzioni sedimentate in una certa tradizione, per accostarsi in modo sereno alla realtà di persone che spesso portano nel cuore un vissuto difficile e complesso, offrendo loro un aiuto segnato da rispetto e dignità. È la ragione per cui papa Francesco ha dedicato al tema un paragrafo dell’Esortazione postsinodale Amoris laetitia – lo ricordiamo in questa pagina – e la pastorale familiare ha avviato già da alcuni mesi una ricognizione sulle proposte pastorali in atto. «Un’attenzione – spiega don Paolo Gentili, direttore nazionale dell’Ufficio Cei – che ha trovato nell’ottobre scorso, nel nostro convegno nazionale, un momento importante di riflessione, con l’obiettivo di valorizzare esperienze diocesane, ma non solo».

In quell’occasione era stato tra l’altro ribadito che una pastorale di frontiera non po- tesse caratterizzarsi se non con un volto amico, accogliente, non giudicante. Per questo l’approccio scelto da don Gianluca Carrega, responsabile dell’arcidiocesi di Torino per la pastorale delle persone omosessuali, in occasione del primo week-end di riflessione dedicato nei giorni scorsi a questi credenti, è stato di tipo umano e psicologico. «C’erano già stati nei mesi scorsi alcuni cicli pomeridiani. Adesso – racconta – ci è sembrato il momento di inaugurare questa nuova formula. Due giorni insieme a riflettere e a pregare». Si sono presentati in una trentina, non solo provenienti dall’arcidiocesi di Torino, a sottolineare un bisogno di cui spesso non si tiene conto.

«Non nego – riprende don Carrega – che un buon numero di persone si siano presentate anche solo per la curiosità di verificare quale fosse la nostra proposta». L’annuncio dell’incontro era stato diffuso in tutta la diocesi attraverso i canali ecclesiali, ma anche attraverso il portale del Progetto Gionata, lo stesso che nella primavera scorsa aveva organizzato il Forum dei cristiani lgbt ad Albano laziale. La prima parte della giornata è stata dedicata alla riflessione personale, con l’intervento della psicologa Arianna Petilli, del gruppo Kairos di Firenze, che si è concentrata appunto sulla difficoltà di vivere la duplice dimensione: omosessualità e fede. «Troppo spesso, anche da parte di persone mature – spiega ancora il sacerdote torinese – si tende a sacrificare l’una a danno dell’altra. Si teme il rifiuto a priori, la paura di non trovare accoglienza».

Nulla di simile a Torino. Di tono sereno e familiare anche il momento con l’arcivescovo Cesare Nosiglia che ha voluto intrattenersi con i partecipanti e ha risposto alle loro domande. Tra le questioni affrontate l’accompagnamento delle famiglie che si confrontano con la scoperta di un figlio omosessuale. Come comportarsi? Cosa dire? Da chi farsi aiutare quando ci sono punti di vista apparentemente inconciliabili? «Nosiglia – riferisce don Carrega – ha spiegato che occorrono sensibilità e delicatezza. Che colpevolizzarsi non serve a nulla. Che non bisogna mai considerare un figlio come perduto. Che nella riflessione, oltre alla preghiera e alla riflessione spirituale, può essere d’aiuto un sopporto psicologico».

E poi c’è lo spinoso, imbarazzante tema della sessualità omosessuale che, inutile negarlo, è l’aspetto più problematico. Quando ci si presenta in coppia, il rischio esclusione aumenta in modo esponenziale. Purtroppo il paradosso è in agguato e in qualche modo ricalca la contraddizione che già segna l’accoglienza in confessionale dei divorziati risposati, coloro perlomeno che ritengono in coscienza di non astenersi totalmente dai rapporti coniugali. L’atto singolo, anche se reiterato, trova più facilmente indulgenza che non la scelta meditata, e magari maturata nella preghiera, di una coppia stabile. «Non voglio entrare in questioni dottrinali – conclude il sacerdote torinese – ma non si può negare che esista un valore quando ci si trova di fronte a persone che vivono in modo stabile e dignitoso la loro condizione. La domanda che dobbiamo porci è molto semplice. Vogliamo accogliere chi con sincerità chi si rivolge a noi chiedendo un accompagnamento spirituale anche se vive una situazione sessualmente problematica?». Domanda che, soprattutto per un credente, non avrebbe bisogno di risposte.

Quello che dice l'Amoris Laetitia

«Con i padri sinodali ho preso in considerazione la situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, esperienza non facile né per i genitori né per i figli». È quanto si legge in “Amoris laetitia” (250) a proposito del rapporto tra pastorale e omosessualità. «Desideriamo ribadire che ogni persona – prosegue il Papa – indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto...». Nei riguardi delle famiglie «si tratta di invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possono avere gli stessi aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita». Nel paragrafo successivo si respinge poi ogni tipo di equiparazione tra matrimonio e unioni omosessuali.

Lgbt, l'ascolto e l'accompagnamento: Roma, Napoli, Pescara, Matera...

Ci sono esperienze radicate e importanti che viaggiano anche ai margini delle diocesi. Come quella proposta dall’Apostolato Courage, nato negli Usa nel 1980 e oggi presente in varie comunità italiane. Oppure quella avviata dai gesuiti con padre Pino Piva, responsabile nazionale degli Esercizi ignaziani e della pastorale di frontiera. Roma e Napoli le due sedi principali.

E poi c’è la galassia del Forum dei credenti lgbt – sigla che in ambito ecclesiale fa arricciare il naso a non pochi – che trova la sua vetrina nel Progetto Gionata.

Ma anche in ambito diocesano non mancano le proposte specifiche. Come quella presente a Pescara grazie a don Cristiano Marcacci, responsabile diocesano della pastorale familiare: «Siamo partiti ormai da anni – racconta – con l’aiuto ai genitori che scoprono di avere tendenze omosessuali. Numeri in crescita, come sappiamo, anche a causa della confusione a proposito dell’identità sessuale che coinvolge molti ragazzi». Per questi genitori, accolti sia dall’Ufficio famiglia, sia dal consultorio diocesano, vengono proposti laboratori specifici. «Il discorso è complesso, ma noi non pretendiamo di spiegare cosa fare o non fare, ma solo di accogliere, di aiutare ad elaborare una fatica, poi gli sviluppi sono mille e mille. La premessa è l’accoglienza offerta con amore. E questo fa cambiare le persone».

Anche don Leo Santorsola, teologo e fondatore del movimento “Famiglia e vita” di Matera, segue genitori alle prese con il problema dell’omosessualità dei figli. Le richieste di aiuto arrivano allo sportello di ascolto del Centro Regina Familiae gestito appunto dal movimento. «La pastorale delle persone con orientamento omosessuale – osserva don Santorsola – deve rientrare nella pastorale della famiglia. Se fino a qualche anno fa il nesso tra pastorale della famiglia e questione omosessuale poteva apparire incomprensibile, oggi alla luce delle rivendicazioni, già accolte in alcune legislazioni nazionali, di un “matrimonio” per persone con inclinazioni omosessuali, non è più così. Questo spiega perché, in vista del Sinodo, il questionario preparatorio – ricorda l’esperto – prevedeva una serie di domande sulle unioni tra persone dello stesso sesso». Tante le questioni per la cui la pastorale familiare non può che sentirsi coinvolta. Cosa fa una famiglia quando prende coscienza che un figlio ha orientamento omosessuale? E quale aiuto le viene offerto dalla comunità cristiana? E come rispondere a chi, anche in ambienti cattolici, vede nel matrimonio la soluzione all’orientamento omosessuale?

Per tutte queste situazioni, ma non solo, don Santorsola sollecita l’impegno «per una formazione degli operatori pastorali. Si deve conoscere il fenomeno omosessuale con tutte le sue implicazioni, superando i tanti pregiudizi che ancora circolano nelle comunità cristiane. Bisogna saper distinguere ciò che è proprio dell’omosessualità e ciò che appartiene all’ideologia gay. Si deve conoscere l’insegnamento della Chiesa che ruota attorno alla distinzione tra orientamento omosessuale e atti omosessuali. Se l’orientamento omosessuale non è colpa ma “disordine oggettivo” che non dipende dal soggetto, gli atti omosessuali sono invece peccati che è nella facoltà delle persone, aiutate, evitare. Ascoltare, accogliere, accompagnare e integrare nella comunità, come vuole il Papa, vale anche per le persone con queste inclinazioni. Ma dobbiamo aiutarli – conclude – a liberarsi dell’ideologia gay con i suoi tanti stereotipi».

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