venerdì 18 novembre 2016
Dal Convegno Cei di Trento l’impegno a unirsi sulla “cultura dell’incontro”
Cattolici ed evangelici il dialogo «del fare»

Il dopo-Lund è già cominciato e spinge cattolici e protestanti a un dialogo né irenico, né apologetico. L’impegno siglato da papa Francesco con i luterani in Svezia esige un confronto schietto, che non ignori i problemi annosi e le sfide etiche talvolta divergenti. È l’atteggiamento “bipartisan” che hanno mostrato ieri i 300 partecipanti e i relatori al convegno su “Cattolici e protestanti, a 500 anni dalla Riforma”, voluto a Trento dalla Cei con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Un abbraccio di pace rinnovato ieri sera in Cattedrale nella preghiera comune davanti al Crocifisso del Concilio, con l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, a ribadire che «l’incontro con Cristo è fonte di vita buona, per cui il cammino ecumenico non ha alternative, se non vogliamo diventare Chiese afone».

Senza negare le verità scomode, ma anche senza usare una «memoria spray», come ha osservato lo storico Alberto Melloni ribadendo, ad esempio, che il Concilio di Trento «non deve essere ricordato per la sancita divisione, ma piuttosto per il miracolo di riforma avviata nella Chiesa cattolica». A districare i nodi teologici ancora aperti è stata la relazione di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, che ha evidenziato come per Lutero «non si possa essere veri teologi se non ci si mette alla scuola della Croce, crocifiggendo se stessi».

Dopo aver sottolineato l’idea della rivelazione come Parola di Dio che «si serve di mediazioni storiche e parla il linguaggio degli uomini», Forte ha documentato alcuni aspetti ecclesiologici favoriti dal Concilio Vaticano II che ha riscoperto l’unità battesimale del popolo di Dio. Fulvio Ferrario, decano della Facoltà Valdese a Roma, ha criticato il proselitismo («antitesi dell’ecumenismo») e ha posto l’accento sull’importanza di una testimonianza comune nelle sfide etiche, pur riconoscendo approcci diversi su temi sensibili, come l’omosessualità e la Legge 194. Sulle donne ordinate con ruoli di responsabilità ha detto che «è stato un grande dono di Dio e un grande contributo alle nostre Chiese». Forte ha chiarito che sul ministero femminile come ministero ordinato c’è un pronunciamento netto dei Papi precedenti, ma questo non esclude la possibilità di una ricerca di nuove ricerche e nuovi spazi. «Non si tratta di trasferire un modello maschile sulla donna – ha aggiunto l’arcivescovo ricordando la Commissione di studio sul diaconato delle donne istituita dal Papa – ma di studiare altre forme di ministerialità, ad esempio, nel campo della predicazione, del servizio di carità o anche di governo della Chiesa».

La seconda sessione del convegno ha mostrato come un impegno unitario sta nella richiesta di perdono rispetto all’antigiudaismo del passato, come ha osservato Daniele Garrone, docente valdese a Roma. A partire dalle accuse di “deicidio”, la responsabilità cattolica e la sua lenta consapevolezza sono state ripercorse storicamente da Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo e vescovo di Frosinone- Veroli-Ferentino, che ha raccomandato un impegno educativo in questo ambito. Sul palco sono saliti i profughi siriani accolti a Trento: sono alcuni dei 421 rifugiati in Italia grazie ai corridoi umanitari con Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola valdese.

«Quest’iniziativa di testimonianza comune – ha detto la pastora valdese Maria Bonafede – viene nel momento in cui è necessario fare scelte che non sono né opportune o popolari, ma sono giuste». Secondo Marco Gnavi, della Comunità di Sant’Egidio, «è una proposta contagiosa perché non solo l’Italia ma anche altri Paesi adottino questo modello». Un ecumenismo “del fare” che cattolici e protestanti, nello spirito di Lund, sanno di poter moltiplicare.

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