sabato 25 novembre 2017
«I cristiani lavorano con le altre religioni per promuovere la costruzione di una nazione inclusiva e libera». E sui Rohingya: «Non ci stanchiamo di chiedere il rispetto dei loro diritti»
In attesa dell'arrivo di papa Francesco (Ansa)

In attesa dell'arrivo di papa Francesco (Ansa)

«Papa Francesco viene a spezzare il pane della pace sul Calvario dei conflitti». Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, creato cardinale nel 2015, ama le metafore. Vi ricorre spesso. Il religioso salesiano è convinto che il linguaggio poetico, spesso, sia il più adatto a descrivere le realtà complesse, come quella del suo Paese, il Myanmar. Una terra meravigliosa e ferita. La democrazia si riaffaccia timida all’orizzonte dopo sessant’anni di colpi di Stato e dittature. Il nuovo corso, appena cominciato, è fragile. Il parallelo con la Colombia, dove il vescovo di Roma si è recato a settembre, è immediato. Di nuovo, il pellegrino Francesco si reca sui crinali del XXI secolo dove sono in corso faticosi processi di cambiamento. Bergoglio, il “Papa dei processi”, vuole accompagnarli.

«È una visita di pace. La presenza del Santo Padre aiuterà a guarire le ferite ancora sanguinanti che troppi conflitti hanno inferto al nostro Paese», dice il cardinale Bo, pastore attento alla realtà e convinto, come diceva il teologo protestante Karl Barth che il cristiano debba avere «il Vangelo in una mano e il giornale nell’altra». «Il motto del viaggio è “amore e pace”. Due parole chiave – aggiunge – poiché non c’è spazio per quest’ultima senza una riconciliazione basata sull’amore. Già a Cuba e in Colombia, papa Francesco ha spezzato il pane della pace. Lo stesso farà qui».

Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon (Lapresse)

Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon (Lapresse)

Francesco è il primo Pontefice a recarsi in Myanmar. Che cosa significa per la comunità cattolica e per il resto del Paese?
È uno straordinario momento di grazia. Il Papa sceglie di guardare il centro a partire dai confini. Siano essi luoghi di esclusione estrema. O siano, come in questo caso, Chiese piccole (circa 700mila fedeli, ndr), semplici, poco “importanti”. È uno straordinario regalo.

Come vive il Paese l’arrivo del Papa?
Lo attendiamo con ansia. Non solo i cattolici. Anche il resto della popolazione ha molta voglia di ascoltare il suo messaggio di riconciliazione.

Proprio come in Colombia, Francesco arriverà in un momento delicato per il Myanmar. Il Paese cerca di incamminarsi verso il futuro. Il peso del recente passato è, però, ancora forte. Uno dei nodi irrisolti è quello dei Rohingya, la minoranza islamica apolide. Qual è l’impegno della Chiesa in questa emergenza?
L’accesso alle aree dove si trovano i Rohingya – che il governo e gran parte della popolazione chiamano “musulmani del Rakhine” – è limitato. Attraverso la rete di Caritas, però, riusciamo a portare assistenza. Come vescovi, siamo profondamente addolorati per la situazione della minoranza. Non ci stanchiamo di chiedere il rispetto dei suoi diritti. Ed esortiamo a trovare una soluzione stabile alla crisi.

I media occidentali hanno criticato duramente Aung San Suu Kye, storica attivista per i diritti umani, ora al governo, per il prolungato silenzio sulla crisi dei Rohingya. Lei che conosce il lavoro della Premio Nobel da anni, come spiega tale comportamento?
L’ho detto e ripetuto in più occasioni: Aung San Suu Kye non avrebbe dovuto aspettare tanto per parlare della questione. Non ci sono scuse. Mi addolora dirlo perché è una donna che ha speso la vita per la libertà del Myanmar. Con la sua lotta, è riuscita a sgretolare la dura roccia del totalitarismo. Per questo, la comunità internazionale continua a vederla solo come l’icona dei diritti umani. Lei stessa, però, ha detto più volte di essere un politico ora. E di doversi comportare come tale. Non è la leader ufficiale del governo, lo è de facto. Sono i militari, però, a gestire la sicurezza. Alcuni ritengono, dunque, che Aung San Suu Kye abbia dovuto pagato un alto prezzo per difendere il processo di democratizzazione in corso. È costretta a camminare in perenne bilico.

In che modo la Chiesa cerca di sostenere il percorso del Myanmar verso la democrazia?
Difendendo la giustizia. E lavorando insieme alle altre religioni per promuovere la costruzione di una nazione inclusiva e libera. Il messaggio di Francesco sarà di enorme aiuto in tal senso poiché incentiverà politici e cittadini a dare una possibilità alla pace.

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