venerdì 15 dicembre 2017
Replica a un articolo che chiama in causa l'attuale arcivescovo Delpini e il vescovo Tremolada. "Nessuna copertura, ma intervento immediato". Vittima un quindicenne. Il prete è sotto processo
L'ingresso dell'arcivescovado di Milano in piazza Fontana

L'ingresso dell'arcivescovado di Milano in piazza Fontana

Una «ricostruzione parziale e non del tutto corretta», corredata da «giudizi arbitrari» e «traendo conclusioni non rispettose della verità e delle persone citate». L’arcidiocesi di Milano replica così all’articolo pubblicato in data 15 dicembre, da un quotidiano milanese nel quale si sostiene la tesi di una sottovalutazione, se non addirittura copertura, di un caso di pedofilia attribuito a don Mauro Galli, all’epoca vicario parrocchiale a Rozzano, in provincia di Milano, ai danni di un giovane che, al tempo dei fatti in contestazione (dicembre 2011) aveva 15 anni. L’articolo tira in ballo l’attuale arcivescovo di Milano Mario Delpini (all’epoca ausiliare e vicario episcopale per la zona di Melegnano) e il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada (all’epoca responsabile dell’istituto per l’accompagnamento dei giovani sacerdoti). Sul caso di pedofilia è in corso un processo, dopo che la prima versione fornita dal ragazzo, la vicenda ha assunto rilevanza penale, con l’accusa di abusi nei confronti del minore.

"Omessi fatti fondamentali"

«L’articolo in questione omette dei fatti fondamentali per comprendere correttamente la vicenda – dice la curia ambrosiana –. Primo fra tutti è che l’episodio contestato risale al 2011 quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola "abuso" si manteneva distante dal racconto della vicenda. E infatti solo nel luglio 2014 il legale della presunta vittima ha presentato la denuncia querela». Infatti in un primo tempo il minore aveva raccontato di essere stato ospitato per una notte dal sacerdote (previo consenso dei genitori) e di aver dormito nello stesso letto con il sacerdote. «Un atteggiamento - quello del sacerdote - di sicuro gravemente imprudente – sottolinea la curia – ma che - stando alla conoscenza dei fatti dell’epoca - di certo impediva di ipotizzare qualsivoglia reato».

Intervento immediato

Ma, quando le autorità ecclesiastiche vengono informate del fatto, da subito affidano il sacerdote «ad uno psicologo affinché iniziasse un percorso che lo aiutasse a ricostruire e comprendere la natura e la verità del gesto gravemente imprudente accaduto». E nel contempo il sacerdote viene trasferito da Rozzano a Legnano «con provvedimento dell’1 marzo 2012 firmato dall’allora vicario generale della diocesi monsignor Carlo Redaelli, anche se l’allontanamento effettivo del sacerdote dal ragazzo era intercorso ben prima». Sarà il primo di una serie di trasferimenti «in via cautelativa» - sempre lontano da minori e giovani -, che si concluderà a Roma in un istituto religioso. In tutto questo periodo, precisa la curia, «non emerge alcun fatto di rilievo penale».

Dopo la denuncia, il caso alla Dottrina della fede

Solo a «metà del 2014 la famiglia del ragazzo racconta una nuova versione del fatto del 2011, parlando di abusi e nel luglio 2014 viene presentata la denuncia querela dai loro legali. Il 21 gennaio 2015 viene aperta l’indagine previa con la conseguente trasmissione dei risultati alla Congregazione per la Dottrina della fede». Il 18 maggio 2015 arriva il provvedimento di sospensione dall’esercizio sacerdotale. Il tutto con «la piena collaborazione alle indagini» da parte della Curia e «la costante disponibilità al dialogo (di persona e per lettera) con la famiglia da parte di diversi esponenti della curia di Milano e dell’allora arcivescovo, il cardinale Angelo Scola».
In merito alla vicenda processuale, la curia ricorda che «l’arcidiocesi non risulta parte del processo penale, in cui è stata coinvolta assieme alla parrocchia di Rozzano, solo inizialmente, in qualità di responsabile civile», vista la «revoca della costituzione di parte civile nel processo penale da parte del ragazzo e della famiglia, stante l’accordo transattivo conseguito con don Mauro Galli su cui né la parrocchia, né l’arcidiocesi hanno avuto qualsivoglia ruolo morale o materiale».

Curia: dolore per la sofferenza

Al di là delle dovute precisazioni sulla ricostruzione di questa vicenda, che «continua a suscitare sofferenza al ragazzo, la sua famiglia, a don Mauro e a tutte le parti coinvolte» - sofferenza per la quale la Chiesa ambrosiana esprime il proprio dolore -, l’arcidiocesi ribadisce che «non è in alcun modo chiamata in causa nella vicenda giudiziaria, né ha mai intrapreso azioni risarcitorie - ribadisce la volontà - se necessario - di continuare la collaborazione alle indagini per giungere alla ricostruzione della piena verità sui fatti in esame».

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