La storia delle suore che 50 anni fa arrivarono dall’India all’Italia (e ancora oggi stanno con gli ultimi)
di Matteo Liut
Le Suore di Sant’Anna di Tiruchirappalli hanno celebrato a Roma il Giubileo d’oro della loro presenza nel nostro Paese. Il giorno precedente l’incontro con Leone XIV in piazza San Pietro. Arrivate in cinque nel 1976, oggi sono cinquanta, distribuite in quattordici comunità

Cinque lampade accese, portate verso l’altare dalle suore nei loro sari colorati, hanno rischiarato la celebrazione romana per i cinquant’anni della loro presenza in Italia. Un gesto antico, quello indiano dell’Arati, che esprime la gratitudine e l’offerta, ma racconta anche un cammino cominciato molto lontano: il viaggio di cinque giovani religiose che nel gennaio del 1976 lasciarono l’India senza sapere ancora quanto profondamente le loro vite si sarebbero intrecciate con quelle di tante comunità italiane. Oggi, giovedì 8 ottobre, le Suore di Sant’Anna di Tiruchirappalli hanno celebrato a Roma il Giubileo d’oro della loro missione in Italia. Alla Messa, presieduta da monsignor Petar Rajič e concelebrata da monsignor Michael Xavier Leo Arockiaraj insieme a numerosi sacerdoti, ha partecipato anche la superiora generale della congregazione, suor Maria Sahaya Tamilarasi, giunta dall’India. Con le religiose erano presenti responsabili delle strutture nelle quali operano, professionisti del settore sanitario, collaboratori, volontari, amici e familiari. Ieri le suore hanno partecipato all’udienza generale di papa Leone XIV in piazza San Pietro. Il Pontefice si è fermato a lungo con loro, ricevendo alcuni doni legati alla cultura e alla fede dell’India: una ghirlanda di cardamomo, lo stemma della congregazione e un’immagine della Madonna di Velankanni, venerata soprattutto nel Sud del Paese. Un incontro breve ma intenso, vissuto dalle religiose come un segno di incoraggiamento a proseguire una missione fatta soprattutto di gesti quotidiani, spesso silenziosi.
Era il 29 gennaio 1976 quando suor Tresa, suor Dominic, suor Maria Selvam, suor Elesbon e suor Felcit partirono dall’India. Due giorni dopo iniziarono il loro servizio nel Pontificio Seminario Regionale San Pio X di Chieti. Portavano con sé la lingua e le tradizioni della propria terra, insieme alla disponibilità a entrare in un mondo ancora sconosciuto. La richiesta di una loro presenza era arrivata dal vescovo Thomas Fernando, che conosceva l’opera della congregazione. La superiora generale di allora, suor Lucy Crescenzia, accolse la chiamata: per le Suore di Sant’Anna era l’inizio della prima missione oltre i confini dell’India. Da quel piccolo seme è cresciuta una presenza che oggi conta cinquanta religiose in quattordici comunità italiane. «Da allora il Signore ha continuato a guidare la congregazione e a inviarci dove c’era bisogno di una presenza, di un servizio e di una testimonianza», ha ricordato suor Amudha Selvi, superiora della comunità di Malnate, ripercorrendo le tappe di un itinerario passato da Chieti a Patti, Roma, Rho, Bologna, Senigallia, Vanzago, Foggia, Lodi, Bergamo e numerose altre località.
Negli anni le suore hanno incontrato sacerdoti e seminaristi, anziani e bambini, malati e persone con disabilità. Hanno lavorato nelle scuole e negli ospedali, nei seminari, nelle case di riposo e nelle strutture assistenziali. Alcune si sono formate come insegnanti, altre sono diventate infermiere, per unire alla dedizione per gli ultimi la competenza professionale. Anche le opere sono cambiate, seguendo le necessità dei territori e dei tempi. «Il nostro apostolato ha assunto forme diverse, ma il cuore della missione è rimasto sempre lo stesso: servire Dio nella persona dei fratelli e delle sorelle, soprattutto di coloro che hanno più bisogno di cura, di presenza, di ascolto e di amore». Dal 2000 una delle presenze più significative è quella all’Istituto Don Carlo Gnocchi di Malnate, in provincia di Varese. Qui vivono e lavorano cinque religiose. Suor Amudha Selvi, conosciuta come suor Silvia, suor Flora, suor Leela e suor Lysammal prestano servizio come infermiere nei diversi reparti del centro. Suor Regina si prende cura della cappella, accompagna i degenti, aiuta le persone non autosufficienti durante i pasti e condivide le attività promosse dagli animatori. La loro giornata passa attraverso corsie, stanze, momenti di preghiera e piccoli gesti di attenzione. La struttura comprende una casa di riposo, un reparto di cure intermedie per la riabilitazione postoperatoria e servizi di fisioterapia, fisiatria e logopedia. Ma la presenza delle religiose è fatta anche del tempo trascorso ad ascoltare, di un sorriso, di una mano posata sulla spalla di chi si sente solo. È una prossimità che riconosce, prima della malattia o della disabilità, la dignità della persona.
La storia della congregazione porta fin dall’inizio questo sguardo verso chi rischia di rimanere ai margini. La sua origine è legata alla ferita personale di Madre Annammal, nata nel 1836 a Varaganeri, nella città di Tiruchirappalli, nello Stato indiano del Tamil Nadu, e rimasta vedova ancora giovane durante un’epidemia di colera. Nell’India dell’Ottocento, in un contesto segnato dal fenomeno dei matrimoni precoci, la vedovanza poteva condannare una donna all’emarginazione: alle vedove non era consentito risposarsi, erano private della dignità e spesso trattate come serve dalle loro stesse famiglie. Annammal conobbe personalmente quella condizione di solitudine e oppressione, ma scelse di non subirla in silenzio. Animata da una profonda esperienza di fede, cominciò a occuparsi degli ammalati e delle persone bisognose, a educare i bambini e a pregare con la comunità dei Sakkiliar, uno dei gruppi sociali più poveri ed emarginati. Andava a chiedere quanto occorreva per aiutare chi non aveva nulla e, conquistate dalla sua tenacia e dal suo servizio disinteressato, altre giovani vedove iniziarono a seguirla. Quando il gruppo crebbe, Annammal si rivolse al vescovo gesuita Alexis Canoz per ottenere il permesso di dare vita a una comunità. La richiesta inizialmente non venne accolta a causa delle difficoltà economiche. Lei, però, assicurò che non avrebbe domandato alcun sostegno finanziario e continuò a insistere finché il vescovo non le concesse l’autorizzazione.
Il 2 febbraio 1858 nacque così la prima comunità. Madre Annammal iniziò l’esperienza insieme con un piccolo gruppo di vedove, conducendo una vita povera e semplice in una capanna di fango. Le donne pregavano insieme e si procuravano il necessario per vivere lavorando manualmente il riso. Da quella casa poverissima prese forma un’opera nella quale vita contemplativa, promozione della dignità femminile e servizio agli ultimi erano inseparabili. La congregazione venne eretta canonicamente come istituto diocesano nel 1880 e ottenne il riconoscimento pontificio nel 1977. Oggi conta più di mille religiose, impegnate soprattutto accanto a vedove, donne e bambine, orfani, persone con disabilità, popolazioni tribali e altre persone esposte alla povertà e all’esclusione. Quello acceso da Annammal era un piccolo fuoco, custodito però da una scelta radicale: riconoscere il volto di Dio nei poveri, negli ammalati, nei deboli e nelle donne respinte dalla società. Il carisma indicato dalla fondatrice, «semplicità di vita e servizio ai poveri», accompagnò lo sviluppo della congregazione in diverse diocesi indiane e, successivamente, in altri Paesi. Fu lo stesso impulso che, quasi centovent’anni dopo la nascita della prima comunità, spinse cinque suore a lasciare l’India per cominciare una nuova missione in Italia. Madre Annammal, rimasta vedova in una società nella quale questa condizione esponeva le donne all’isolamento e alla perdita di ogni riconoscimento, aveva cercato altre vedove, le aveva accolte e aiutate a ritrovare un posto nella comunità. Dalle vedove agli orfani, dai malati alle persone con disabilità, la sua opera si rivolse a tutti, senza distinzioni di casta o di religione.
Anche in Lombardia questa presenza ha lasciato legami profondi. Le suore prestano servizio, tra gli altri luoghi, a Rho, Vanzago e Malnate. Nel ricordare le persone che ne hanno accompagnato il cammino, citano con particolare gratitudine Giuseppe Restelli, fondatore della casa di riposo di Rho e figura legata anche alla storia di Avvenire.
«Con l’animo colmo di gioia, di gratitudine e di viva commozione, desidero anzitutto elevare il nostro ringraziamento al Signore per il dono di questa giornata così significativa», ha detto suor Amudha Selvi durante la celebrazione. La gratitudine è andata ai direttori e alle direttrici delle strutture, ai collaboratori, ai volontari, agli amici e alle famiglie: «Ciascuno di voi, con la propria presenza, ha contribuito a rendere questo anniversario un momento di grazia e di gioia comunitaria». Le cinque lampade accese all’inizio della Messa ricordavano le vergini sagge del Vangelo e il popolo d’Israele guidato nel deserto. Ma potevano rappresentare anche suor Tresa, suor Dominic, suor Maria Selvam, suor Elesbon e suor Felcit, le cinque religiose che cinquant’anni fa si misero in viaggio. Da allora sono cambiate le comunità, le opere e le necessità. Non è cambiata la scelta ricevuta in eredità da Madre Annammal: avvicinarsi a ogni persona con rispetto e tenerezza, soprattutto quando la fragilità rischia di renderla invisibile.
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