«Il corpo di san Francesco per la prima volta visibile a tutti. Ci dice che la vita è bella se consumata per amore»
di Lorenzo Rosoli, inviato ad Assisi (Perugia)
Ad Assisi la prima ostensione pubblica e prolungata delle spoglie del santo: si terrà dal 22 febbraio al 22 marzo 2026. Il custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni: «La sua piccolezza, messaggio per tutti. E controcorrente»

«Per la prima volta nella storia, il corpo di san Francesco sarà visibile a tutti. La prima ostensione pubblica e prolungata delle sue spoglie mortali è un’occasione preziosa per riscoprire in Francesco l’alter Christus che ci insegna la via dell’amore, della riconciliazione, della fraternità, della piena donazione di sé a Dio e agli altri, come via ad una vita compiuta». Parola di fra Marco Moroni, frate minore conventuale, dal 2020 custode del Sacro Convento di Assisi. Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026 – dunque nell’abbraccio dell’ottavo centenario della morte del Poverello, che ha visto l’indizione di uno speciale anno giubilare da parte di Leone XIV – il corpo del santo verrà spostato dalla tomba, situata nella cripta, e deposto ai piedi dell’altare papale della chiesa inferiore della Basilica di San Francesco, dove sarà offerto alla venerazione dei fedeli. Per gestire il flusso dei pellegrini da tutto il mondo, è stato predisposto un sistema di prenotazione gratuita e obbligatoria. Già oltre trecentomila le prenotazioni effettuate finora.
Perché avete deciso di organizzare questa ostensione nell’ottavo centenario della morte del santo?
«Perché corrisponde al desiderio di molti. E anche al mio. E perché la fede cristiana non è religiosità disincarnata ma esperienza che abbraccia il corpo e la materia. È nel corpo e con il corpo che scopriamo di essere amati da Dio e viviamo il nostro amore per Dio, i fratelli, il creato. Le spoglie mortali di Francesco sono una testimonianza silenziosa ma eloquente della sua vita consumata e donata per amore. La comunione dei santi si trova come riconosciuta e avvalorata dal contatto diretto con i corpi di quanti ci hanno preceduto».
Un’esperienza che lei ha già vissuto…
«Sì, c’ero quando nel 2015 si svolse l’ispezione del corpo, dopo la ricognizione del 1978 e l’altra ispezione del 1994. Avvenne nella Basilica chiusa, alla presenza di tutte le comunità francescane di Assisi. Tutto si svolse con semplicità, nel segno della preghiera e della venerazione. Fu una cosa molto bella, questo raccogliersi della famiglia francescana, nelle sue molteplici espressioni, attorno al fondatore. Fu l’occasione per prendere coscienza in modo ancora più profondo – al cospetto delle sue spoglie, segnate e consumate dalle fatiche, dalle malattie, dal tempo – della “piccolezza” di Francesco e della sua vita tutta donata per amore. La ricognizione confermò la piccola statura di Francesco. Che andava fiero della sua “piccolezza”: non tanto di quella fisica, quanto della sua umiltà, della sua “minorità”, del suo farsi servo di tutti, del suo rifuggire ogni privilegio. Ebbene: questa piccolezza è ben rappresentata dalle sue spoglie. E se vedere e venerare le spoglie ha fatto bene a noi, perché non dovrebbe fare bene a tanti altri? Ecco, dunque, la decisione di organizzare l’ostensione. Che credo potrà aiutare la fede di molti.
In una società e in una cultura che sembrano aver perso familiarità con i fondamentali dell’esperienza cristiana, come proporre la venerazione del corpo di un santo perché possa essere un’autentica esperienza di fede?
«Il rischio di cadute nel devozionismo è possibile, ne siamo consapevoli. Ma si può prevenire presentando con chiarezza il significato spirituale ed ecclesiale di questo gesto: come contiamo di fare con i percorsi, i materiali, le esperienze di visita proposte dalla nostra comunità. Che hanno la loro fonte di ispirazione nel passo del Vangelo che illumina l’ostensione: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”, come si legge in Giovanni 12,24. Un passo che ci parla di Gesù. E che restituisce l’orizzonte di vita di Francesco, l’alter Christus. Vedendo e venerando il suo corpo, passato attraverso la spogliazione suprema della morte, siamo chiamati ad accogliere e interiorizzare questo messaggio: è vita piena, autentica, felice, la vita consumata e donata per amore di Dio e dei fratelli. Un messaggio “contro” in una società che invece ti dice: è vita felice solo quella vissuta per sé, dunque non spenderti e non consumarti per gli altri, risparmiati, guarda a te stesso, cerca il tuo vantaggio».

Come si svolgerà l’esperienza di visita?
«Partiamo dal “quando”: siamo nell’ottavo centenario della morte di Francesco. Ma se ricordiamo la sua morte è per celebrare la sua vita. È per riconoscere come Francesco continua a “dare frutto” in tutti quelli che camminano sui suoi passi. Sempre riguardo al “quando”: l’ostensione si terrà in Quaresima, tempo fecondo per imparare a morire a sé stessi per amore, per immergerci nel mistero di “sora nostra morte corporale” e aprirci al mistero di vita nuova della Pasqua di Resurrezione. Riguardo al “come”: singoli, famiglie e gruppi che preferiscono vivere un momento di venerazione personale e silenzioso, potranno percorrere in modo autonomo il cammino verso le spoglie di Francesco; in alternativa si possono fare visite in gruppo, guidate da un frate che accoglie i pellegrini e li accompagna fino all’urna, concludendo con un momento di preghiera e il rinnovo delle promesse battesimali. Ad accompagnare la visita sarà, inoltre, lo straordinario patrimonio d’arte della chiesa inferiore della Basilica, che aiuta a rileggere la figura di Francesco come l’uomo pienamente realizzato nella povertà, nell’obbedienza, nella castità – valori controcorrente, nella società d’oggi – e come l’alter Christus che ci chiama e accompagna sul cammino di conformazione a Cristo».
Nel 2023 l’ottavo centenario dell’approvazione della Regola e del Natale di Greccio, nel 2024 quello delle stimmate, nel 2025 quello del Cantico delle creature, ora quello della morte: quale traccia hanno lasciato nei pellegrini che giungono ad Assisi?
«Non è facile rispondere. Negli ultimi due o tre anni in particolare, i visitatori sono cresciuti molto, dall’Italia come dal mondo. Nel solo 2025, stimiamo di aver accolto oltre tre milioni di persone. Impossibile però sapere quanti vengono come turisti, attratti dall’arte e dal paesaggio, e quanti come pellegrini, mossi dalla fede. Quel che osserviamo è che sono numerosissimi quelli che si confessano dopo molti anni, e dopo essere entrati in Basilica senza intenzione alcuna di confessarsi. Non pochi, venuti ad Assisi per venerare le spoglie di Carlo Acutis, vengono poi da Francesco, e viceversa. E non sono pochi quelli che, pur non mossi dalla fede, sono animati da una sete di senso, da un desiderio dell’essenziale, che non trova risposta in questa società del consumismo e dell’iperconnessione che ti satura senza sfamarti. Credo che i centenari del 2023 e del 2024 siano stati vissuti e apprezzati soprattutto da quanti hanno già familiarità con Francesco, il suo messaggio, la sua spiritualità. Il centenario del Cantico ha forse avuto una risonanza maggiore: parlare di creato tocca di più la cultura del nostro tempo, sensibile ai temi dell’ambiente. Certo, c’è poi da riscoprire l’ultima parte del Cantico dove si parla di perdono, di peccato, di morte…».

Nel 2026 la memoria liturgica di san Francesco torna a essere festa nazionale, in Italia. La legge che l’ha ristabilita come tale ha avuto un sostegno quasi unanime dal mondo politico. E non pochi vedono in Francesco un fattore vitale, generativo, dell’identità nazionale italiana. Come intendere correttamente – francescanamente, oserei dire – una parola complessa e delicata come “identità”, particolarmente quando vi si vogliono associare contenuti civili ed elementi religiosi?
«La storia insegna come tanti abbiano cercato di tirare Francesco per il saio, offrendone letture parziali. E non sempre disinteressate. Così, se oggi abbiamo il Francesco pacifista o il Francesco ecologista, non dimentichiamo come nel 1926 il regime fascista abbia tentato di cavalcare il settimo centenario della morte assimilando Mussolini a Francesco! Dobbiamo sempre vigilare, di fronte alle derive della “religione civile” e alle tentazioni degli “atei devoti”, e usare cautela quando si associano fede e identità nazionale. Rispondo attingendo a quanto ho imparato di teologia biblica. Il popolo d’Israele è stato scelto da Dio per testimoniare a tutti i popoli la benedizione di Dio, non per tenerla per sé in modo esclusivo. Analogamente: Francesco è certamente il più italiano dei santi e il più santo degli italiani, come scrisse Vincenzo Gioberti, e ha segnato in profondità la storia, la cultura, la sensibilità degli italiani. Ma il legame con Francesco, patrono d’Italia, è un dono che il popolo italiano è chiamato a condividere con tutti. E Francesco – ce lo dice la storia della Chiesa e del suo dinamismo missionario – è un seme che ha attecchito in tutti i continenti, i popoli, le culture. Francesco, con il suo messaggio di pace e fraternità, è un santo che parla a tutti. E nessuno se ne può appropriare in modo esclusivo».
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