Il cambio di rotta sulla Messa: non si va a “prendere”, si va a vivere

22 novembre 1963: viene approvata la Costituzione sulla liturgia, la Sacrosanctum Concilium. La vera anima un rito? Non è gestualità magica ma dialogo con Dio
March 4, 2026
La prima Messa in italiano: Paolo VI alla parrocchia di Ognissanti a Roma il 7 marzo 1965
La prima Messa in italiano: Paolo VI alla parrocchia di Ognissanti a Roma il 7 marzo 1965 / Istituto Paolo VI di Brescia
Il 22 novembre 1963, giorno dell’assassinio a Dallas di John Kennedy, il Concilio approva a larghissima maggioranza (2158 placet, 19 non placet) la costituzione sulla liturgia. Il titolo Sacrosanctum Concilium suona solenne e generico; l’esito, invece, è sorprendentemente innovativo. In San Pietro si chiude una partita che covava da decenni: come pregare, come celebrare, come far sì che la liturgia, da rito osservato da lontano, divenga un’esperienza vissuta da ogni fedele. Ora, fra i 70 schemata preparatori il De Liturgia è l’unico sopravvissuto alla temperie conciliare. Pur emendato, alleggerito, arricchito viene riconosciuto come un testo già maturo, frutto del movimento liturgico che aveva lavorato e seminato sottotraccia. Sacrosanctum Concilium è quello che ha prodotto i cambiamenti più appariscenti nella forma con cui la Chiesa vive e si presenta al mondo. Il vero problema che affronta, però, non è tanto di aggiornare qualche cerimonia o la lingua da usare nelle celebrazioni. I padri conciliari intendono superare l’idea diffusa che il problema della liturgia consista nella fissazione e nel rispetto di alcune regole, senza l’osservanza delle quali i riti perdono il loro valore.
La vera contesa si gioca su diversi piani: tradizione nostalgica ingessata o aperta al presente? Latino o lingue correnti? Al riguardo, il cardinale Francis J. Spellmann difende il latino come lingua universale, ma difficilmente chi non è nativo di Chicago potrebbe intendere la sua pronuncia. A lui poco importa che i fedeli comprendano il rito della liturgia, però pretende che il breviario sia recitato in inglese... altrimenti i suoi preti non capirebbero quello che stanno pregando. Con una punta di ironia qualche padre fece presente che Gesù stesso non parlava in latino, ma in aramaico. La soluzione conciliare, con finezza tutta cattolica, è di mantenere il latino come lingua propria del rito romano; l’uso delle lingue vive – che entrarono soltanto progressivamente – diverrà una conseguenza naturale. Non è un cedimento al “si è sempre fatto così”, né un inchino allo spirito del tempo. La scelta è teologica: la liturgia non è un reperto museale, è azione viva della Chiesa.
La liturgia è «fonte e culmine» della vita cristiana, cuore pulsante da cui tutto sgorga e a cui tutto ritorna. La liturgia cristiana non è un repertorio “magico” di pratiche (o rubriche) da eseguire: per il Concilio è l’azione misteriosa di Cristo, realmente presente alla sua Chiesa. Presente quando i fedeli si radunano, nel ministero dei presbiteri, nella proclamazione della Scrittura, nei segni sacramentali e, in modo precipuo, nel pane e nel vino dell’Eucaristia. Ecco allora due cardini della riforma liturgica: la massima valorizzazione della Parola di Dio e la promozione della «partecipazione attiva» di tutto il popolo dei fedeli. Non si “prende” la messa o vi si “assiste”, ma la presenza al rito ha da essere pia, consapevole, attiva. Il popolo di Dio non è pubblico spettatore: è soggetto celebrante. Si tratta di un’idea che si affermerà nel secondo capitolo di Lumen gentium: in Cristo tutti i fedeli sono sacerdoti (anche le donne!). La domenica viene restituita alla sua centralità: non un giorno tra gli altri, ma la Pasqua settimanale. Pian piano salterà la logica del “precetto” festivo, a favore del convenire di un popolo che radunandosi ascolta, canta, offre, si nutre alla mensa della Parola e dell’eucaristia. L’omelia non è più un accessorio moralistico, ma una sollecitazione ad attingere ai doni della Scrittura appena proclamata per testimoniare l’evangelo nella vita.
E poi il canto. Il Concilio non mette all’indice il gregoriano, né sfratta l’organo dalle cantorie. Anzi, li riconosce come patrimonio prezioso. Ma invita a far sì che l’assemblea canti, risponda, acclami. Non perché “così è più attraente”, ma perché la liturgia è dialogo tra Dio e il suo popolo. Chi temeva una Messa trasformata in varietà televisivo può tirare il fiato: il Concilio non ha mai scritto spartiti per chitarre sguaiate; ha chiesto qualità, dignità, arte. Per volere di papa Paolo VI la votazione solenne sulla costituzione, nonché la sua promulgazione, avvenne il 4 dicembre 1963, esattamente 400 anni dopo la fine del Concilio di Trento. L’anniversario vorrà pur dire qualcosa! Il segretario generale del Concilio, l’arcivescovo Pericle Felici, minimizza la cosa, sottolineando che la costituzione sulla liturgia non è un testo dottrinale, bensì un documento meramente disciplinare. Per parte loro, l’arcivescovo Virgilio Noè e il liturgista Aimé Georges Martimort parlano, rispettivamente, di «fine della liturgia tridentina» e finalmente di ingresso in una «nuova ecclesiologia».
A distanza di decenni, le polemiche non sono scomparse. C’è chi rimpiange il latino perduto e chi vorrebbe aggiornamenti perpetui. Ma il testo conciliare resta lì, sobrio e robusto. Non ha canonizzato nostalgie, né mode. Ha chiesto una riforma, perché la liturgia fosse più trasparente al mistero che celebra; il Messale di Paolo VI prenderà il posto di quello di san Pio V. Annotava il compianto Crispino Valenziano che «troppe paure assalgono i pusillanimi della liturgia. Ma si tratta di paure, non di frutti dello Spirito!».

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