«È stato un Giubileo nutrito dal popolo. Nell'età della forza, abbiamo visto segni di speranza»
Lo storico Andrea Riccardi: il messaggio di papa Leone va nel senso di liberazione, in quella che Olivier Clément chiamava "rivolta dello spirito". E i giovani sono stati ancora una volta i protagonisti di questo Anno Santo

Un Giubileo «non solo di popolo, ma nutrito dal popolo, dalla sua sete di speranza in un futuro migliore». Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio è rimasto colpito dall’immagine che è emersa di un popolo in cammino, 33 milioni di pellegrini, che «si sono recati alle tombe degli Apostoli, a quella di Papa Francesco. Il popolo a cui lo stesso Francesco aveva chiesto di uscire si è messo in cammino». Una luce nei tempi bui che viviamo.
È stato un Giubileo iniziato con un Papa e poi concluso da un altro. Quale filo rosso?
Papa Francesco aveva puntato molto sul Giubileo della Misericordia, affinché la Chiesa - donne, uomini e strutture - si convertisse a essa e ne facesse la dimensione del suo essere. Questo secondo Giubileo l’ha accettato e vissuto nel rispetto della cadenza venticinquennale. Una volta gli chiesi come pensava di impostarlo e lui mi disse: ci penserà Giovanni XXIV. Risposta che rivela come Francesco non abbia caricato questo Giubileo di un’attesa personale molto intensa. È stato piuttosto un frutto dell’attesa di speranza di un popolo molto grande, 33 milioni di persone, che è venuto a Roma, ha passato le porte sante e ha vissuto il Giubileo anche nelle dimensioni locali. Una partecipazione che ha sorpreso chi non ci puntava e lo stesso Francesco. Non possiamo dimenticare l’ultima immagine, dolente, di lui che benedice dalla loggia e la sua partecipazione alla preghiera. È morto in mezzo al popolo del Giubileo.
Quale l’impronta di Leone?
Ha assunto sulle spalle un programma densissimo e l’ha portato avanti con grande energia. Ne ha fatto un’invocazione a Cristo, nostra pace. Ha voluto, poi, con decisione andare a Nicea e a visitare il patriarca Bartolomeo a Istanbul. E celebrare la memoria dei nuovi martiri, come aveva fatto Giovanni Paolo II.
Il Giubileo è caduto in un momento di guerre e instabilità. Quale messaggio ha dato al mondo?
Siamo in una grande trasformazione dell’orizzonte mondiale. Nell’età della forza, in cui le relazioni internazionali sono impostate su discorsi di forza e azioni di forza. Un grande problema, che ci interroga. Ci sarà un’escalation? I pezzi di questa terza guerra mondiale si ricomporranno in un più grande conflitto globale? Questa la domanda che inquieta tutti. Non solo chi ha una cultura geopolitica, ma anche chi segue spaventato il susseguirsi di eventi e di minacce. Questa età della forza genera inoltre una cultura del conflitto nelle singole società, nelle relazioni umane e sociali. Il Giubileo della speranza invece ha incrementato in noi la fiducia in un mondo basato sul dialogo, sulla convivenza pacifica, la comprensione e la riconciliazione. Il popolo è venuto a Roma a chiedere al Signore di passare la porta del Giubileo per entrare in un’era nuova.
Tra le icone di speranza ci sono stati due giovani, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, il primo ha vissuto i tempi bui del Novecento, il secondo la generazione che vive il web, i social, l’IA, con tutti i vantaggi e rischi. Quale segno viene da loro?
I giovani sono stati protagonisti di questo Giubileo. All’incontro con il Papa ne sono venuti più di quanti si pensasse e hanno intrattenuto con il Papa un colloquio che era di una generazione che voleva ascoltare parole di speranza. Sono stati una sorpresa. A Frassati e Acutis vorrei accostare la figura, in Italia meno nota, di Floribert Bwana Chui, giovane africano della Comunità di Sant’Egidio, beatificato da papa Leone, che ha resistito al male della corruzione ed è stato martirizzato dai predatori che volevano avvelenare la popolazione di Goma, nella Repubblica democratica del Congo. Queste figure di giovani hanno molto da dire.
Il Papa nella Messa di chiusura ieri ha parlato di economia distorta che vuole trarre profitto da tutto.
Giuliano da Empoli parla di un «tempo dei predatori». Emergono nuovi poteri tecno-politici che sono più forti degli Stati. Ci troviamo in una situazione che non avremmo mai pensato dopo l’89 e la globalizzazione: una dittatura dei poteri forti e del materialismo economico. Ciò può indurre a pensare, in modo pessimistico, che l’uomo e la donna non contino più niente. Ma non è così, il Giubileo ci dice che ognuno può vivere quella che Olivier Clément chiamava la «rivolta dello Spirito». In questo senso di liberazione va il messaggio di Papa Leone. Martin Buber diceva che «il cambiamento di me stesso è la leva attraverso cui posso sollevare il mondo». In questo momento la dittatura del materialismo e della tecno-politica rende cupo l’orizzonte. La luce del Giubileo, mettendo al centro Cristo, ha messo al centro l’uomo e la donna come soggetti della storia amati da Dio.
Ora si rientra nell’ordinario. Quale lezione trarre da questo anno straordinario?
Se il Giubileo ci ha aperto ad essere uomini e donne spirituali, questo è un motivo di speranza, di forza umile nei confronti del futuro. Dietrich Bonhoeffer diceva di «non lasciare il destino nelle mani dell’avversario». Avversario che non è un uomo, ma un sistema.
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