«Siamo un popolo che vuole vivere!». Il grido di pace che sale da Beirut

I membri del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, voluto dalla Cei, parlano dell'impegno a fianco degli sfollati e del nuovo progetto che racconterà con un podcast l'impegno delle comunità del bacino
April 1, 2026
«Siamo un popolo che vuole vivere!». Il grido di pace che sale da Beirut
Il Consiglio dei giovani del Mediterraneo, laboratorio di fraternità promosso dalla Cei, in occasione di un incontro ospitato a Firenze
Questa volta è diverso. Non stentano a raccontarlo Jeanne d’Arc Davoulbeyukian e Roudy Jido, cattolica armena e siro-cattolico di Beirut. In entrambi, membri del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, laboratorio di fraternità voluto dalla Cei come opera segno dell’Incontro dei vescovi dell’area del 2022, è forte l’impegno sociale, ecclesiale e talvolta anche politico, messo alla prova dagli alti e bassi di una regione instabile, ma mai piegato del tutto. «La velocità e l’evidenza del conflitto lo distinguono da tutti gli episodi precedenti – dice Jeanne d’Arc, da poco laureata in Gestione delle risorse umane –. Quel che altrimenti avrebbe richiesto diversi mesi è avvenuto in pochi giorni», senza dare ai libanesi il tempo di «guarire dall’ultima crisi del 2025». In più, c’è il fattore economico: «La gente questa volta non ha più risparmi o rimedi a cui ricorrere». È in mezzo alla strada. La vede con i suoi occhi Jeanne d’Arc mentre a Beirut «dorme nelle macchine, nelle tende o sui marciapiedi, soprattutto sul lungomare o nelle piazze pubbliche, perché tutti i rifugi sono pieni». «Niente sembra mai abbastanza» in un Paese in cui si è perso il conto degli sfollati, dopo che settimane fa si parlava già di un milione di persone senza casa e senza meta. «Anche chi non è direttamente colpito – racconta Roudy, ingegnere meccanico, parte attiva dell’iniziativa “Leadership Academy for Peace” promossa dalla Chiesa siro-cattolica per formare la nuova classe dirigente del Paese – sente il rumore dei bombardamenti, vede le colonne di fumo, segue costantemente le notizie». Così la loro quotidianità è stata stravolta, complice una «tensione latente», che rimane presente anche nei tentativi di far proseguire la vita: «È come viverne due allo stesso tempo – afferma – cerchiamo di andare avanti, ma allo stesso tempo ci portiamo dietro tutto il peso di ciò che sta succedendo». Non era così le scorse volte, «c’era sempre un tempo di graduale ricostruzione», un tempo di guarigione. Jeanne d’Arc lo ricorda mentre pensa ai sobborghi a sud di Beirut, disabitati: «Adesso ci sono solo macerie e tutte le persone che attraversavano le strade portando con sé gioie e preoccupazioni si muovono ora trasportando in buste di plastica tutti i loro averi». La consapevolezza di essere diventati un campo di battaglia dove si consumano interessi di altri questa volta è più evidente: «C’è una pressione internazionale più forte – commenta Roudy –. In fondo, sentiamo che le decisioni che riguardano le sorti del nostro Paese non dipendono completamente da noi». Come Consiglio dei giovani del Mediterraneo, seguito della rete “Mare Nostrum”, di cui fanno parte le realtà lapiriane del capoluogo toscano, i 34 giovani delle diocesi affacciate sul mare stanno per lanciare un podcast che racconta la resilienza dei giovani e delle comunità, anche in Libano. «All’inizio pensavamo che non fosse il momento giusto – spiega Roudy – invece è vero il contrario: proprio adesso il Libano ha bisogno di far sentire la sua voce!». “Boatcast”, questo il nome, verrà registrato anche in Italia, in Francia e in Grecia.
A Beirut, intanto, nonostante nessuno sia esente dagli effetti della guerra,  la Chiesa continua ad aprire le proprie porte a tutti, senza distinzioni di credo o provenienza. Altrove, invece, i proprietari delle case aumentano il prezzo degli affitti e chi viene da zone a maggioranza sciita non viene accolto per paura di attirare su di sé i prossimi bombardamenti. Per questo «le Chiese sono diventate dei veri e propri santuari, dove vengono distribuiti vestiti, cibo, coperte, materassi – dice Jeanne d’Arc –: non significa solo distribuire aiuti, ma creare uno spazio in cui le persone possano sentire che la loro dignità è ancora intatta, nonostante il caos». «C’è chi offre rifugi, chi come Caritas rimane a fianco delle comunità vulnerabili e chi continua a visitare i villaggi del Sud del Paese, nonostante l’oggettivo pericolo: anche la visita del nunzio apostolico Paolo Borgia è stata un forte segno di sostegno per chi rimane a fianco delle persone», continua Roudy.
Nascono anche occasioni che riuniscono i giovani dei diversi patriarcati: «Con l’iniziativa nazionale di preghiera “Semi di pace in una terra ferita” rileggiamo le parole che Leone XIV ha rivolto a noi giovani durante la sua visita in Libano. Così uniamo le nostre voci per cercare una riconciliazione che venga da Cristo». In un contesto come quello libanese, la fede permette di ritrovare «una sorgente di stabilità e speranza», dice il giovane. «Permette di vedere Dio nei volontari che non dormono da 48 ore per aiutare le famiglie sfollate, che mettono al secondo posto i propri bisogni per trasportare, con le loro macchine, chi ha bisogno di un rifugio e che condividono il proprio cibo con gli altri», aggiunge Jeanne d’Arc, che pure non nasconde la paura che le risorse umanitarie finiscano prima che decisioni politiche o interventi delle Nazioni Unite possano portare dei benefici. Nonostante questo e nonostante tutto, dicono insieme, «siamo un popolo che vuole vivere!». «I giovani continuano a lavorare, la Chiesa continua a servire, e le comunità a rimanere in piedi: siamo feriti, ma non distrutti», dice Roudy. «È importante che il mondo sappia – l’appello di Jeanne d’Arc – che il Libano non è solo un titolo di giornale o un campo di battaglia, ma sono persone che fino a poche settimane fa avevano un lavoro, una casa e dei sogni. Stiamo facendo del nostro meglio per tenere viva la speranza, ma non possiamo farcela da soli».

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