Ma come può il Cammino sinodale cambiare la Chiesa? Con la pazienza dell'ascolto

di Sergio Ventura, Roma
Pastori e popolo, vescovi e laici: mentre la Cei mette a punto le linee guida per i prossimi anni, a tutti è chiesto lo sforzo di mettere assieme saggezza popolare e intelligenza teologica
March 31, 2026
La prima Assemblea sinodale delle Chiese in Italia
La prima Assemblea sinodale delle Chiese in Italia / SICILIANI
Nei giorni scorsi il Consiglio episcopale permanente ha esaminato le Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia: come ha detto il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, esse non sostituiscono «il Documento di sintesi del Cammino sinodale» né si sovrappongono «al discernimento delle Chiese locali», ma indicano «alcune priorità» per la vita ecclesiale dei prossimi anni. A proposito di tali «determinazioni post-sinodali», è ancora forte l’eco dell’intervento di Sequeri apparso su Avvenire il 25 ottobre scorso, giorno dell’approvazione del Documento finale. Chi legge Sequeri, infatti, sa che le sue parole rappresentano l’atto donativo di chi vuole provocare uno sforzo di comprensione generativo di pensiero altro rispetto al proprio. Esse, poi, risuonano sì nel presente, ma sempre per mantenere vivo un passato riposto di gran fretta nell’oblio o per riaprire un futuro troppo in fretta concepito. Perciò, nel frattempo, tre pensieri «pazienti» – che sono anche degli auspici – sono venuti alla mia mente. Tre pit stop per proseguire il cammino sinodale, anche di bolina, ma sottovento dello Spirito.
Il primo riguarda quello che Sequeri definiva «nervosismo» dell’evangelizzazione. Io parlerei di ansia, ma sono fenomeni psichici diversi che indicano entrambi un punto fermo per chi ha il desiderio eccessivo di evangelizzare tutti, subito e ad ogni costo (anche quello dei «saldi»): il tempo della «spregiudicatezza» dell’ascolto dovrà essere custodito e coltivato come «cifra fondativa» della Chiesa sinodale veniente, pur con i rischi ad esso legati. Altrimenti, verrà trascurata la complessità del sensus fidei del popolo di Dio – a partire da quello disposto dallo Spirito fuori dei confini ufficiali della Chiesa – e mortificata quella voce del Dio trinitario che solo grazie a tale ascolto audace può sorprenderci e lavorare come originario «lievito eccitante» (Mt 13,33; Lc 13,21).
Il secondo pensiero «paziente» invita a contenere gli eccessi di una teologia del passato prossimo, la “zia anziana” della suddetta evangelizzazione. Una teologia solo razionale e direzionale, incapace di strutturarsi in ascolto del sensus fidei. Una teo-logica poco patetica, poco sensibile nei suoi pur ordinati itinerari, poco disposta a partecipare alla festa dei sensi, soprattutto se eccedenti le sue formule e i suoi vincoli. Una teologia “padronale” che la sorella minore deve aiutare a “scatenarsi”. Sempre che questa zia teologa più “giovanile” non goda di tale ascolto spregiudicato in modo eccessivo, sterile, senza capacitarsi che è l’ora della difficile scelta di itinerari fecondi da seguire. Per non correre il rischio – come avverte Sequeri – di scambiare «zizzania» e grano, «ideologia» e idee nuove, causando così «una guerra di religione in casa»: i poveri, i giovani, le donne, le persone LGBTQ+, li accompagniamo noi, seppur con tenerezza, verso un dove già deciso da noi? O ci rendiamo loro compagni di strada per scoprire in quale luogo dello Spirito, oggi sconosciuto, si può giungere insieme? La centralità del Risorto è tale per cui possiamo solo scoprire le strade per meglio annunciarlo al mondo? O è tale per cui dobbiamo anche cercare i sentieri sui quali Egli «ci precede» nel mondo (Leone XIV) e ci insegna con l’aiuto del mondo (GS 44)?
Questi due pit stop sono «il punto di caduta», lo zenit della messa a terra del cammino sinodale. Qui stava l’attualità prolettica dell’invito di Sequeri: l’assemblea doveva ancora votare, ma egli già suggeriva che il successivo «saggio seminare e necessario far lievitare» potesse essere compiuto solo da pastori disposti anch’essi a un pensiero «paziente». Nella consapevolezza di quanto fosse sterile riproporre a livello di autorità la falsa opposizione tra popolo impulsivo e freddi intellettuali. Per scegliere, invece, le priorità da seguire mediante quella «dimestichezza» imparata nei cantieri di Betania: il sapiente miscelare la sensibilità popolare con l’intelligenza teologica, gli ambienti (e i tempi) della vita con la riflessione teorica e la ricerca pratica affinché l’edificio, in cui far abitare con letizia i desideri e i sogni dei nostri contemporanei, sia costruito sulla roccia e non sulla sabbia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Temi