I vescovi italiani: sì, la pace può ancora vincere sulla violenza
di Matteo Liut
Nei messaggi per la Pasqua i pastori delle diocesi della Penisola invitano i fedeli a non abituarsi alla logica della guerra e a riscoprire il senso del sepolcro vuoto: la vita ha l'ultima parola

Nel cuore di un anno segnato da conflitti, inquietudini e un crescente senso di smarrimento, i vescovi italiani consegnano alle loro comunità un annuncio che non aggira il dolore del presente ma lo attraversa con la forza mite e disarmata della Risurrezione. I loro messaggi per la Pasqua 2026 compongono un mosaico di esperienze, parole e sensibilità che, pur nella diversità, convergono verso un’unica certezza: la vita vince la morte, la speranza non cede al buio.
Nella diocesi di San Miniato, il vescovo Giovannni Paccosi riflette sulla fragilità di Pietro, sul suo pianto e sulla forza del perdono che lo rialza: un richiamo a riconoscersi deboli, ma amati, e quindi capaci di ricominciare. È la grazia di una Pasqua che non cancella le ferite ma le trasfigura. Dall’arcidiocesi di Sant’Angelo dei Lombardi‑Conza‑Nusco‑Bisaccia l’arcivescovo Pasquale Cascio indica nell’immagine potente del sepolcro vuoto un segno di liberazione: la pietra rotolata diventa simbolo di ciò che Dio rimuove dalle vite umane, e invito ai credenti a diventare essi stessi “angeli che rotolano via le pietre” che gravano sul cammino dei fratelli. Ad Ascoli Piceno, il vescovo Gianpiero Palmieri richiama il gesto dell’ulivo portato nella Domenica delle Palme, segno fragile e rivoluzionario di una pace che non è rassegnazione ma scelta quotidiana di schierarsi accanto agli innocenti e ai sofferenti, sulle orme del Risorto.
Nell’arcidiocesi di Acireale, l’arcivescovo Antonino Raspanti unisce amarezza e speranza: davanti a un mondo ferito da guerre e ingiustizie, invita a volgere lo sguardo in alto, a riconoscere in Cristo risorto la salvezza che illumina anche gli scenari più duri, e a costruire fraternità contro ogni logica di odio. Da Lamezia Terma l’invito del vescovo Stefano Parisi è quello di «abitare il mondo e la storia e dire all’umanità crocifissa che ancora c’è vita, che l’amore genera speranza, pace, gioia e storia rinnovata dal Vangelo». Nella diocesi di Andria, il vescovo Luigi Mansi invita a guardare oltre le abitudini religiose e oltre la rassegnazione: il Risorto non si lascia trovare nei luoghi chiusi della paura ma cammina sulle strade del mondo, dove solitudini, ferite e attese invocano prossimità.
Nell’arcidiocesi di Udine, l’arcivescovo Riccardo Lamba affronta le domande più dolorose: perché il male continua? perché la pace sembra così lontana? Sono le stesse domande che accompagnavano i discepoli di Emmaus, finché il Risorto non ridestò il loro cuore. È la luce del Crocifisso risorto a vincere le tenebre del male. Da Rimini il vescovo Nicolò Anselmi racconta una Pasqua che si accende dentro un tempo segnato da conflitti globali, indicando nel Giubileo concluso poche settimane fa un’occasione per riscoprirsi davvero “pellegrini di speranza” e una sorgente di riconciliazione, una strada concreta per rinnovare la vita delle comunità. La diocesi di Cuneo‑Fossano vede il vescovo Piero Delbosco mettere al centro l’immagine di una giustizia che “fiorisce”: un cammino che chiede cura, delicatezza e determinazione nel far crescere il bene, nel custodire la fragilità e nel contrastare ogni forma di ingiustizia. Nella diocesi di Termoli‑Larino, il vescovo Claudio Palumbo sottolinea che la pace dev’essere ancora oggi lo sguardo con cui leggere la storia: una chiamata a essere artigiani di futuro, in un tempo che sembra opporre alla speranza solo la forza delle armi.
Nell’arcidiocesi di Cagliari, l’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, richiama una verità semplice e decisiva: la tomba è vuota. Di fronte a un mondo lacerato da violenze e minacce, annuncia che «non la morte, ma la vita vince; non l’odio, ma l’amore costruisce». Il cristiano è chiamato a stare accanto agli uomini «ai pozzi della loro sete», perché la pace nasce dall’ascolto e dall’incontro.
Nell’arcidiocesi di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia leva un grido che esprime la volontà di non si abituarsi al male. Il porporato, in particolare, denuncia con parole dure le “industrie della distruzione”, ricordando che il Vangelo non giustifica alcuna logica di violenza. La Pasqua di Cristo è un invito a spezzare la catena dell’indifferenza, a scegliere la responsabilità verso i più deboli e a non cedere mai alla mentalità di Caino.
Nell’arcidiocesi di Siena‑Colle Val d’Elsa‑Montalcino e nella diocesi di Montepulciano‑Chiusi‑Pienza, il cardinale Augusto Paolo Lojudice mette in guardia dal rischio di abituarsi alla guerra. Sottolinea l’urgenza di rimettere al centro la dignità della persona, di seguire l’esempio di san Francesco e di restituire ai giovani la possibilità di sognare un futuro diverso. Nell’arcidiocesi di Palermo, l’arcivescovo Corrado Lorefice riflette sulla “pietra del sepolcro”, simbolo delle paure e dei macigni che schiacciano le città. Ma ricorda che il mattino di Pasqua annuncia la vittoria dell’amore sulla morte. Da qui l’appello a riscattare la vita sociale dalla sfiducia, dall’odio e dalla rassegnazione.
Nell’arcidiocesi di Genova, l’arcivescovo Marco Tasca ha inviato un videomessaggio e, con voce semplice e diretta, afferma: «La morte, la sofferenza, il dolore non hanno l’ultima parola». Il presule, poi, invita a pregare per gli operatori di pace e per coloro che oggi seminano distruzione, perché scoprano la via del bene. La pace nasce dalla quotidianità: nel lavoro, nelle relazioni, nel linguaggio che scegliamo. «Siamo chiamati a essere costruttori di pace», afferma, augurando una Pasqua che restituisca speranza alle famiglie e a tutti coloro che vivono prove e difficoltà.
Dalle parole dei vescovi italiani emerge un’Italia ferita ma non vinta, consapevole della gravità del tempo presente ma anche della luce che lo attraversa. La Pasqua 2026 è il racconto corale di una Chiesa che non fugge dalla storia, ma vi abita con il Vangelo del Risorto: un Vangelo che non cancella il buio, ma lo supera; che non nega il dolore, ma lo trasfigura; che non si arrende all’odio, ma continua a generare fraternità. È un invito, per tutti, a guardare oltre la pietra del sepolcro e a lasciarsi sorprendere dalla vita che ritorna.
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