«Ecco come insieme curiamo le “pestilenze” di oggi»
C'è chi ci arriva in pellegrinaggio, chi lo sceglie per il proprio matrimonio e chi ne cura la vita della comunità: il parroco del santuario di Santa Maria Apparente, a Civitanova Marche, racconta la storia e l'eredità di un luogo che la Madonna volle per sconfiggere la peste

All’inizio del Quattrocento, Civitanova Marche è stata flagellata da una pestilenza. E il 5 giugno del 1411 a un giovane del posto, Vico Salimbene, è apparsa la Vergine Maria. Gli aveva detto che, se fosse stato eretto in quel luogo un santuario a lei dedicato, la peste sarebbe scomparsa. Nessuno, però, credette al racconto di Vico e il suo appello rimase inascoltato. L’evento miracoloso si ripetè: di nuovo, poco tempo dopo, la Madonna apparve al giovane e di nuovo parlò con lui. Eppure, ancora una volta, gli ecclesiastici del luogo non ne furono convinti. Alla terza apparizione, la Vergine decise di “farsi sentire”, facendo suonare tutte le campane del paese, contemporaneamente. Finalmente, allora, Salimbene viene creduto. Così cominciò la costruzione del santuario e a quanti diedero una mano, venne concessa una speciale indulgenza. E la pestilenza, come promesso dalla Madonna, venne sconfitta.
È questa la storia del santuario di Santa Maria Apparente di Civitanova Marche, o di “Santa Maria che appare”. Nel 1961, venne creata una parrocchia, inizialmente dedicata a san Domenico Savio e negli anni Novanta fu realizzata una nuova chiesa, più grande, per accogliere un numero crescente di fedeli, a cui venne dato lo stesso nome del santuario. Diventato nel tempo meta di pellegrinaggi, scelto da tante coppie per celebrare il proprio matrimoni e chiamato ormai da tutti semplicemente “la chiesetta”. La sua vocazione è rimasta quella che il suo nome racconta: «Oggi prestiamo attenzione alle pestilenze attuali e cerchiamo di affrontarle», dice il parroco don Emilio Rocchi. Sessantacinque anni, sacerdote da 39, don Emilio guida la comunità dal 2021. In realtà era stato già parroco, in passato, a alla “chiesetta”, ma aveva dovuto abbandonare a causa di una grave malattia. La cui guarigione è stata poi definita dai medici “miracolosa”. «Mi piace usare l’immagine dell’annaffiatoio – racconta il sacerdote, che è anche docente di teologica dogmatica –. Il mio compito è quello di coltivare questa parrocchia e questo santuario, annaffiare e far crescere tutto il buono che c’è».
“La chiesetta” è vicina alla parrocchia, ma è un luogo di culto separato, meta di devoti e pellegrini. È aperta tutti i giorni, la domenica si celebra la Messa serale e ogni sabato alle 15 il Rosario settimanale. Come nel Quattrocento, oggi ci sono nuove pestilenze e si continua a chiedere l’intercessione della Madonna. «La presenza del santuario ci spinge a guardare le infermità e le infezioni dei nostri giorni – osserva il parroco –. Per questo diamo grande spazio alla pastorale familiare, che oggi hanno molto bisogno di sostegno». Il 25 aprile, giorno del riconoscimento ufficiale delle apparizioni miracolose – era il 1412 – è, tradizionalmente, una giornata dedicate alle famiglie, che vanno al Santuario per un momento di ritiro spirituale, di condivisione e di festa. L’attenzione dedicata a loro è evidenziata dalla presenza di una scuola materna in parrocchia, presente fin dalla sua fondazione «per venire incontro alle esigenze dei genitori», sottolinea don Emilio. Intitolata a Pio XII, inizialmente era affidata alle suore domenicane dell’Istituto di Santa Caterina da Siena, mentre oggi le insegnanti sono laiche e i piccoli che la frequentano sono una settantina. «La scuola è stata sempre considerata, apprezzata e stimata dai cittadini – dice il parroco –. Il suo motto è “prima i bambini”. E se i genitori sanno che i propri figli sono ben seguiti, è una gioia anche per loro». Anche nei percorsi di catechismo, agli incontri per i più piccoli si affiancano quelli che coinvolgono le mamme e i papà, ai quali vengono proposti appuntamenti mensili. Senza dimenticare gli anziani: «Pilastri su cui oggi poggiano tante famiglie», evidenzia il sacerdote. Che aggiunge: «Tra le ultime realtà che abbiamo accolto in parrocchia c’è anche l’Unitre, l’Università della Terza Età, con le sue attività». Agli anziani, ma non solo a loro, piace particolarmente uno degli appuntamenti più attesi in parrocchia: il torneo di burraco. «Gioco anche io!», confessa con il sorriso il sacerdote. «Si tratta di un momento per stare insieme e raccogliere fondi per la beneficenza – spiega –. È un modo per avvicinare anche tanti che abitualmente non frequentano la chiesa, sostenere l’amicizia e sanare ferite. L’obiettivo è creare integrazione: oggi c’è un crescente individualismo, si fa fatica a fidarsi anche di chi ci è vicino. Invece la parrocchia può essere anche un mezzo per creare comunità e unire il territorio».
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