Ebrei e cristiani in dialogo, essere benedizione per l'intera umanità
Sabato 17 gennaio 2026 si celebra la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. A ispirare il confronto, la figura e la vicenda di Abramo, padre di tutti i credenti

Sabato 17 gennaio si celebra la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Per l’occasione, la Commissione episcopale per l’Ecumenismo e il dialogo ha preparato il messaggio dal titolo «Uniti nella stessa benedizione. “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3)». Per l’animazione della Giornata, inoltre, l’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il dialogo della Cei ha predisposto il sussidio «“In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). Sessant’anni di Nostra Aetate», disponibile online. L’obiettivo: offrire alle comunità cristiane (parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni, scuole) strumenti per avviare e sostenere processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana. Info e materiali su https://unedi.chiesacattolica.it/. Sullo stesso sito e sul portale dell’ebraismo italiano moked.it il messaggio dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia per la Giornata 2026.
Il 28 ottobre 1965 fu approvata Nostra Aetate, una delle più innovative dichiarazioni del Concilio Vaticano II, dedicata ai rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane. Nonostante il travaglio della sua redazione, il documento conciliare fu un punto di non ritorno circa la postura ecclesiale nei confronti delle religioni non cristiane, in modo particolare l’ebraismo.
Al n. 4 è detto: «Tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù». Come aveva già intuito Paolo (Rm 4), la radice dell’essere cristiani si trova nel patriarca, primo tra i credenti e padre del popolo d’Israele.
Il legame spirituale che unisce i discepoli di Cristo alla stirpe di Abramo è sigillato nella promessa divina che ebbe quando si trovava a Carran (oggi Harran, non distante da Sanlıurfa, l’antica Edessa in Mesopotamia). Il testo del Genesi afferma che all’età di 75 anni si mise in cammino verso la terra indicata da un dio ancora sconosciuto ai popoli del vicino oriente antico. La sua chiamata avvenne in una situazione apparentemente priva di un futuro e con un passato di cui difficilmente si poteva essere grati. Abramo, infatti, morti i suoi genitori, si trovò anche senza figli. La sua vicenda poteva essere la conclusione di una serie di eventi negativi: la trasgressione dei progenitori prima (Gen 3), poi l’omicidio di Abele per mano del fratello Caino (Gen 4), il peccato che provocò il diluvio (Gen 7), per non parlare della Babele determinata da chi voleva farsi come dio (Gen 11).
Nonostante i tentativi divini di creare il mondo bello e funzionante, la vicenda di Abramo presentava le caratteristiche di una fine disperatamente inesorabile. Il testo biblico, però, racconta un cambio di passo strategico: Dio, invitando un uomo orfano e sterile a stringere un rapporto personale e amicale con lui, ha posto una nuova condizione perché tutta l’umanità, e con essa la creazione, trovasse una rinascita. Non più le cacciate o i diluvi, ma la fede è necessaria per ricreare il mondo.
La fede del patriarca è stata, e lo è ancora, lo spazio nel quale Dio si manifesta come creatore del mondo e signore della storia. Gesù infatti non smetterà di dire che egli prega il Padre rivelato anche a Mosè (Es 3,6), cioè il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe (Mt 22,32). È bastata dunque la fiducia di un uomo già avanti negli anni, orfano e senza figli, a non stancare Dio delle sue creature.
Accogliendo l’invito ad entrare in un rapporto di amicizia con Dio, Abramo si è fidato delle sue parole che lo rendevano benedizione per «tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). Nell’amicizia con Dio vi era anche implicata l’idea che la sua vicenda storica riguardasse «tutte le famiglie della terra». Egli se ne andò da Carran portando il destino dell’umanità intera.
Il padre di tutti i credenti resta un modello di fede, dunque, per almeno due aspetti: la disponibilità a lasciarsi incontrare da Dio per intrattenersi come con un amico; la coscienza che ogni vicenda umana non si conclude nei confini dell’io; anzi, ognuno può trovare il suo senso più profondo solo quando si pensa e agisce nell’orizzonte di un legame intrinseco con tutta l’umanità. Saranno benedetti coloro che, come Abramo, crederanno nella possibilità di essere amici di Dio (Is 41,8; Gc 2,23); e, come il grande patriarca, potranno vivere la loro vita ritenendosi legati a tutto il genere umano. Come ha sintetizzato felicemente la tradizione rabbinica: «Chi salva una vita, salva il mondo intero» (Talmud, Sanhedrin 4,5). Non c’è vicenda umana che possa sottrarsi alla volontà salvifica universale del Dio dei padri (1Tm 2,4).
La figura di Abramo resta la roccia dalla quale il popolo di Israele e quello di tutti i credenti sono stati tagliati (Is 51,1). Perciò, a sessant’anni da Nostra Aetate, il dialogo ebraico-cristiano, che ha conosciuto alcune battute d’arresto negli ultimi tempi, a causa anche delle difficili situazioni politico-sociali in tante parti del mondo, può ritrovare una spinta rinnovata ripensando al grande patriarca che iniziò l’avventura dei credenti chiamati ad essere segno e strumento della benedizione divina per tutta l’umanità. Forse da qui, ebrei e cristiani potranno ritrovarsi per essere portatori del dono divino fatto ad Abramo.
preside della Facoltà Teologica del Triveneto, presidente dell’Associazione Biblica Italiana (Abi)
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