Come (e perché) i beni immobili della Chiesa
possono fare del bene a tutti

di Paola Zampieri, Facoltà teologica del Triveneto
Canoniche, patronati, scuole, circoli, teatri, campi sportivi: che fare delle strutture quando cominciano a non essere più sostenibili? Spunti e criteri in un corso promosso dalla Facoltà teologica del Triveneto. L’intervista a uno dei promotori
January 20, 2026
Come (e perché) i beni immobili della Chiesa
possono fare del bene a tutti
Un momento comunitario alla Villa Angaran San Giuseppe a Bassano del Grappa / fb.com/villangaransangiuseppe
Formare le persone, rispondere a bisogni locali e rinforzare il legame comunitario: per questo nelle parrocchie sono sorte scuole, cinema, patronati; beni immobili “minori” che da qualche tempo ormai stanno conoscendo stagioni difficili. Si prospetta un futuro di dismissione o è possibile una rinascita, un ritorno alla funzione comunitaria e sociale per cui i nostri avi li avevano costruiti? Come innovare restando fedeli al principio? Che cosa aiuta le persone e le comunità a ragionare ancora come un “noi”? Quali rappresentazioni di comunità sono in gioco? A indicare possibili strade da percorrere e criteri di discernimento è Davide Lago, che guiderà assieme ad Assunta Steccanella, il seminario proposto dalla Facoltà teologica del Triveneto proprio su questo tema.
Professor Lago, esattamente un anno fa è stato avviato un percorso di riflessione e discernimento che ha cercato di contaminare alcune buone pratiche presenti nel territorio con spunti provenienti dalle dimensioni biblica, ecclesiologica e magisteriale. Che bilancio possiamo trarre da questo primo approccio?
«Si tratta ovviamente di un primo bilancio provvisorio e parziale, che dimostra però l’interesse forte su questi temi. Partiamo da un dato. Il percorso compiuto negli ultimi anni in merito alla creazione delle unità pastorali è consolidato e le resistenze non sembrano più così forti. Anche perché la carenza numerica del clero rende inimmaginabile un ritorno a modelli precedenti, stante l’attuale modello di governo delle parrocchie. Di più, si sono sperimentati nel frattempo tutti i vantaggi della collaborazione, il che rende oggi auspicabile lavorare insieme. Sul versante dei beni immobili di proprietà delle parrocchie, invece, siamo ancora agli inizi. Certo, non mancano casi di scelte innovative già rodate, ma rappresentano ancora delle eccezioni».
Il tema però si sta imponendo in tutta la sua portata.
«Certamente, sia su un versante simbolico che su un versante più prosaico. Nel primo includo gli interrogativi che la presenza di tanti beni come canoniche, patronati, scuole, circoli, teatri, campi sportivi apre sull’idea di comunità che stiamo alimentando. Parliamo qui di beni “minori” perché in prima battuta non abbiamo considerato le chiese, volutamente. Ora, se l’idea di comunità che ci muove è solo quella della parrocchia di un tempo, probabilmente faticheremo a gestire e far vivere questi spazi. Se la parrocchia si apre però al territorio, non svendendo la propria identità ma individuando gli interlocutori che consentano di porsi anche oggi a servizio dei bisogni degli ultimi, allora alcuni spazi potrebbero fornire un tetto a centri multifunzionali a servizio dell’età anziana, della genitorialità o di varie forme di fragilità personale e sociale. C’è poi anche il versante prosaico, perché i beni immobili prima o poi “chiedono il conto” in termini di ristrutturazione e messa a norma. Ma su tutto rimane una domanda di fondo. Per cosa sono stati creati questi beni immobili “minori”? In estrema sintesi e con un linguaggio forse piuttosto laico: per formare le persone, per rispondere a bisogni locali e per rinforzare il legame comunitario».
Le tre esperienze esaminate in prima battuta (Patronato San Carlo a Padova, Villa Angaran San Giuseppe a Bassano del Grappa, Centro della famiglia di Treviso) si sono rivelate accomunate dal fatto di avere adottato criteri che aprono prospettive feconde: possiamo indicare queste coordinate generali?
«Abbiamo scelto queste tre esperienze perché sono già strutturate e operative. In tutti e tre i casi si tratta di strutture molto grandi e tutte hanno adottato uno stile proattivo, nel senso che non hanno atteso l’inevitabile declino per mettersi in ricerca e trasformarsi. In sostanza, non c’è stato alcun periodo di chiusura o di gestione trascinata e stanca. Ora però vorremmo guardare proprio alle strutture sottoutilizzate o addirittura chiuse, per fornire alle comunità qualche pista operativa che ridia il coraggio di innovare. Ci potranno anche essere delle dismissioni, non lo neghiamo, ma anche queste vanno sempre ricondotte all’idea di concentrarsi su ciò che è essenziale per una comunità cristiana e sull’attenzione affinché nessuno resti indietro».
Un passaggio successivo, che potrebbe essere intrapreso dal nuovo corso proposto a Vicenza, è favorire una sorta di mappatura dei beni: qual è il valore di questa operazione? Come saranno coinvolti i partecipanti?
«Il nostro obiettivo non è di svolgere una mappatura sistematica di tipo quantitativo. Scegliamo piuttosto un approccio qualitativo, coinvolgendo gli studenti che parteciperanno al corso. A ciascuno di loro chiederemo di individuare un bene “minore” nella propria unità pastorale che sia già oggetto di discernimento comunitario in merito al suo utilizzo e di andare sul campo per comprendere i processi in atto, con umiltà e apertura mentale. L’idea è di riportare poi negli incontri del corso alcuni casi di studio “allo stato nascente” e magari, in un secondo tempo, di poterne seguire gli sviluppi. Ovviamente il corso è aperto anche a chi non è studente Issr, ma è sensibile al tema e vuole dotarsi di strumenti teorici e metodologici adeguati. Aspettiamo chiunque sia mosso dal desiderio di accomunare spirito comunitario e innovazione sociale».
Le strutture “minori” delle parrocchie quasi sempre si trovano al centro dei nostri paesi, esprimono un’idea di comunità, e hanno ricoperto per decenni una funzione anche sociale, oggi tutta da reinventare. Quali sono i partner che devono sentirsi coinvolti nel ripensamento e nella gestione dei beni della chiesa oggi in disuso? Enti civili? Associazionismo? Enti ecclesiali?
«Tutti questi enti sono interlocutori possibili. Personalmente, credo solo che vadano evitate svendite, reali o ideologiche. Mi spiego meglio. Se io non riesco più a mantenere la grande casa ereditata dalla mia numerosa famiglia di origine, posso aprirmi alle molteplici istanze del territorio ma non fino al punto di sentirmi ospite a casa mia. In quel caso è forse meglio che provi a vendere per acquistare magari un piccolo appartamento che meglio risponda alle attuali esigenze mie e dei miei cari. Con questo voglio dire che non è detto si debbano tentare necessariamente tutte le strade. Se un bene è oggettivamente ingestibile e rischia di dissanguare una comunità, può diventare necessario dismetterlo. Si vivrà senz’altro un’esperienza di lutto, ma sono esperienze già accadute in passato. Anche oggi ci capita di entrare in un edificio pubblico che magari ha un bellissimo chiostro, il che ci ricorda che un tempo lì viveva una comunità monastica. Ci sarà stato un lutto anche in quel caso, magari anche traumatico (pensiamo alle soppressioni napoleoniche), ma ancor oggi possiamo vivere quegli spazi, attraversarli, lasciarci accompagnare dalla loro bellezza. Non è poca cosa».
Talvolta si vedono trasformazioni che fanno male al cuore...
«Dispiace di più quando alcuni beni vengono alienati e diventano spazi privati di lusso, visibili e fruibili da pochi. Da questo punto di vista i primi interlocutori possono essere gli enti locali e gli enti del terzo settore, che come noi conoscono i bisogni talvolta nascosti delle persone e sperimentano risposte possibili. Le diocesi in questo senso hanno uffici preposti che accompagnano, consigliano e intervengono. Il corso all’Issr non intende creare un doppione, ma alimentare con la ricerca accademica uno spazio attualmente non presidiato, che è quello della comprensione dei processi in atto. Cosa aiuta le persone a ragionare ancora come un “noi”? Quali prassi favoriscono oggi l’annuncio cristiano? Come innovare onorando al contempo i nostri avi, che questi beni li hanno fisicamente costruiti? Quali rappresentazioni di comunità sono in gioco?».

I casi virtuosi

Padova: San Carlo, spazio per gli studenti

Gli spazi del Patrona San Carlo a Padova
Gli spazi del Patrona San Carlo a Padova
La parrocchia di San Carlo si trova nella prima periferia di Padova, all’Arcella, un quartiere grande e controverso, contrassegnato da molta vitalità ma anche da aspetti problematici legati anche all’integrazione difficile fra le molte culture che convivono nell’area. Alla base del progetto c’è stata la consapevolezza che aprirsi al territorio e trovare nuovi modi per essere “attrattivi” e annunciare il Vangelo era l’unica strada per non finire nell’insignificanza. In collaborazione con amministrazione comunale, Università di Padova e altri enti si è giunti alla realizzazione, negli spazi non utilizzati del patronato, di 5 aule studio che possono accogliere oggi 184 studenti. Le aule sono state rinnovate, come tutto il Centro, grazie alle diverse sinergie attivate, anche economiche. Si trovano al primo piano del Centro parrocchiale, senza accesso indipendente: gli studenti transitano per l’entrata principale, così da realizzare un’unità tra i vari ambienti dello stabile (teatro, salone, bar, giardino esterno e interno, aule in cui si svolge il catechismo e le altre attività pastorali e caritative ecc.) affinché si generi a sua volta un’unità “pastorale” e la nascita di relazioni. Questo aspetto si è rivelato vincente. Oggi il Centro parrocchiale è un punto di riferimento per la comunità: l’apertura delle aule tutto il giorno ha comportato che il patronato sia sempre aperto, sette giorni su sette, dal mattino alla sera, diventando luogo di ritrovo e programmazione per tante persone e con ricadute positive su tutte le attività parrocchiali. Per approfondire: sancarlopd.it/strutture/centro-parrocchiale.

Treviso: un Centro della e per la famiglia

Il Centro della Famiglia a Treviso
Il Centro della Famiglia a Treviso
Il Centro della Famiglia è un istituto di cultura e pastorale della diocesi di Treviso che promuove la presenza attiva delle famiglie nella comunità cristiana e risponde alle molteplici esigenze di formazione familiare: prima e dopo il matrimonio, prevenzione del disagio familiare a vari livelli, formazione dei formatori, progettazione, realizzazione e valutazione di programmi formativi, ricerca nell’ambito degli studi familiari. Il Centro si trova in una struttura ampia, nel cuore della città, e ha sempre cercato di essere indipendente dal punto di vista economico. Dal 2004 la precedente foresteria è diventata una vera e propria struttura ricettiva; nel 2010 la copertura dell’immobile è stata trasformata nella più ampia superficie trevigiana di pannelli fotovoltaici. Per gestire il Consultorio e la struttura ricettiva è stata avviata una Srl impresa sociale, una forma organizzativa che risponde ai criteri delle Srl, quindi permette di essere dentro al mondo dell’impresa, ma non è a scopo di lucro, obbligata invece a investire gli utili nell’oggetto sociale. Il Consultorio familiare socio-educativo, inaugurato nel 2018, non riceve contributi dalla Regione; gli accessi sono a pagamento con la possibilità di attingere a un fondo di solidarietà da sempre disponibile al Centro (grazie a un accantonamento) e a un contributo dell’8x1000 messo a disposizione dalla diocesi. Recentemente è stato aperto un ramo Ets, che ha dato la possibilità di ricevere il 5x1000 e di strutturare una rete di famiglie. Per approfondire: http://www.centrodellafamiglia.it/

Bassano del Grappa: Villa Angaran per i più fragili

Villa Angaran San Giuseppe a Bassano del Grappa
Villa Angaran San Giuseppe a Bassano del Grappa
Villa Angaran San Giuseppe è un complesso del XVI secolo Bassano del Grappa. Dopo una “prima vita” da residenza nobiliare, fu acquisita dai Gesuiti nel 1921 per diventare una casa per esercizi spirituali fino ai primi anni Duemila. Nel 2015, spinti dall’invito di papa Francesco di “non occupare spazi ma sviluppare processi”, i Gesuiti affidano la Villa in comodato gratuito a un consorzio di imprese sociali, Rete Pictor, per farne un luogo di giustizia sociale e sviluppo di cittadinanza, a partire da chi è più vulnerabile. Oggi vi trovano posto tre strutture sociosanitarie: un centro diurno per persone con disabilità, una comunità diurna per minorenni e un appartamento per esperienze abitative di persone con disabilità; inoltre, tantissimi giovani partecipano ai “microlab” tematici settimanali. La struttura è gestita come impresa sociale: è aperta al pubblico con continuità, nel suo parco e nei suoi servizi commerciali, dove trovano lavoro decine di persone in situazione di difficoltà. La ristorazione prevede due funzionamenti differenti: d’estate nel grande giardino storico, d’inverno all’interno dell’ampia barchessa. La ricezione turistica prevede l’accoglienza di 40 ospiti in 27 camere da letto, con aule e sale riunioni. Il terzo ambito dell’imprenditoria sociale è quello dell’agricoltura e della cura e manutenzione del parco esterno, che costituisce la seconda area verde nel contesto del centro storico di Bassano. L’attenzione artistica-culturale ha permesso infine di sviluppare corsi, rassegne e festival aperti alla cittadinanza. Per approfondire: www.villangaransangiuseppe.it.

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