Vito e Luciano hanno finalmente una casa dopo una vita senza dimora
di Marco Castellini
Sono i due nuovi inquilini di “Casa Valter”, a Milano: il progetto di housing first è della Comunità di Sant’Egidio

Pensare alla casa come a un diritto umano, abbandonando i “percorsi a step” che per anni hanno caratterizzato gli interventi di recupero sociale. È questa l’idea che sta alla base di Casa Valter, progetto della Comunità di Sant’Egidio inaugurato lo scorso 30 marzo, che si fonda sull’idea di housing first di Sam Tsemberis, psicologo di comunità statunitense a cui si ispirano tante iniziative di passaggio diretto dalla strada alla casa. Il nome nasce quasi come un monito. «Valter era un uomo ottantenne incontrato alla stazione Garibaldi che morì per una malattia grave e che con la sua morte ha messo in luce lo scandalo di persone anziane malate che vivono in strada» racconta Ulderico Maggi, responsabile della sede milanese dell’associazione. Pensata principalmente per persone anziane senza dimora, attualmente la struttura conta due ospiti: Vito e Luciano, a cui presto si aggiungerà una terza persona. «Non è un dormitorio o una struttura temporanea ma una vera e propria casa, dove ognuno ha la sua stanza e bagno proprio – spiega ancora Maggi -. A ciò si aggiungerà l’opera di accompagnatori che non saranno soltanto operatori ma dei veri e propri amici».
Ciò che si vuole dare alle persone ospitate è quindi un diverso sistema di housing senza che questo sia sottoposto ad una scadenza: «Pensare di dover riuscire a risollevarsi in un breve periodo fa troppo male, non aiuta persone molto compromesse dalla vita in strada (da alcolismo o gioco d’azzardo) - sottolinea ancora Maggi -. Peraltro, la cosiddetta autonomia è spesso una chimera, soggettiva nella misura e comunque raggiungibile da queste persone in tempi lunghi e con un forte accompagnamento. Non crediamo nella contrattazione diretta permanenza in casa – sviluppo dell’autonomia. Devono essere meccanismi indipendenti per poter risultare efficaci entrambi». Ospiti speciali dell’inaugurazione, molto informale, sono stati Claudio Longhi, regista dello spettacolo “Miracolo a Milano”, in scena al Piccolo teatro, e gli attori Lino Guanciale e Michele Dell’Utri. L’opera rievoca il celebre e omonimo film di Vittorio de Sica sul testo di Cesare Zavattini. Il miracolo è quello di Totò, la cui vicenda lo vede prima bambino in orfanotrofio e poi senza tetto a Lambrate durante il boom edilizio a Milano degli anni ’50. “Chi costruisce le case per la povera gente?” è la cinica e amara domanda finale della rappresentazione, pronunciata dal gruppo di poveri che hanno fatto della baraccopoli la loro dimora. «Il miracolo di Casa Valter è la convivenza tra due uomini anziani che hanno vissuto in strada per molti anni e che ora aspettano una terza persona che condividerà con loro questa nuova avventura, in una casa bella che sostituisce per sempre il selciato della stazione e i topi come compagni – sottolinea ancora Maggi - Il miracolo è anche quello di Gianni, un altro uomo senza dimora per anni in strada, ora in casa, che ha deciso di destinare i suoi risparmi a Casa Valter».
Accanto alla determinazione di sviluppare percorsi di housing first, sono tre i pilastri su cui si fonda l’attività della Comunità di Sant’Egidio. Il primo è l’allestimento di spazi amichevoli nella città che costituiscano una rete di approdi accessibili, possibilmente connessi tra loro e con servizi sanitari e psicologici di base per i bisogni primari. Il secondo prevede di affrontare le questioni che affliggono maggiormente le persone che vivono in strada, cioè l’alcolismo e le altre dipendenze. In ultimo, ma non meno importante, è necessario cambiare il linguaggio perché «se diciamo irriducibile, significa che riteniamo necessario che chi si trova a vivere una condizione di così grave emarginazione non voglia ridursi al sistema che gli abbiamo predisposto e che quindi la colpa è principalmente sua. Se diciamo senza dimora, significa che intendiamo congelare l’identità e la storia presente e futura di quella persona soltanto nel suo bisogno, pur persistente, di un tetto» conclude Ulderico Maggi.
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