Siamo stati nelle aree di ristoro per i rider: ecco le condizioni in cui lavorano

Ne sono nate molte nell'ultimo anno nelle maggiori città d'Italia: offrono un sollievo immediato con bagni, acqua e cibo. Ma anche, e soprattutto, assistenza legale. Le storie di Haider e degli altri: cronache di sistematico sfruttamento
February 11, 2026
Siamo stati nelle aree di ristoro per i rider: ecco le condizioni in cui lavorano
Un rider Glovo partecipa a una manifestazione / FOTOGRAMMA
Zulqarnain Haider lavora dalle 10 alle 12 ore al giorno. Quando non corre da un campanello all’altro, il rider di 33 anni cerca un bagno, una sedia per riposarsi e una ciclofficina per gonfiare le gomme della sua bicicletta. Tutto quello che manca alla maggior parte dei suoi colleghi in Italia. Spesso i ristoranti – a partire dalle multinazionali del fast food – non permettono ai ciclofattorini di accedere ai bagni, mentre le piattaforme per la prenotazione delle consegne li costringono ogni giorno a lunghe pause all’aperto. Anche al freddo o sotto alla pioggia. «In un anno di lavoro - racconta - capitano infortuni, guasti e sospensioni dell’account. Ma per avere uno stipendio, devo continuare a lavorare a ogni condizione, per sette giorni alla settimana, anche fino alle 3 di notte». Come un altro migliaio di colleghi a Firenze, Haider trova sollievo ogni giorno a “Casa rider”, il centro che da un anno esatto accoglie i ciclofattorini della città in cerca di riparo e assistenza legale. «È un luogo dove rinfrescarsi quando è troppo caldo – spiega Mattia Chiosi, funzionario di Nidil Cgil Firenze con delega per la vertenza rider –, dove ripararsi quando è troppo freddo, dove mangiare e bere. Dove trovare un aiuto legale e trattare con le aziende per lavorare dignitosamente». La “Casa rider” fiorentina è una delle più frequentate tra le aree di ristoro che nell’ultimo anno sono nate in quasi tutte le maggiori città italiane, per offrire riparo e consulenza ai rider. Luoghi che, di fatto, sono diventati sentinelle anche per definire i contorni del caporalato che si annida nel settore delle consegne a domicilio.
Una consulenza legale all'interno di "Casa rider" a Firenze
Una consulenza legale all'interno di "Casa rider" a Firenze
Haider confessa di aver accolto «con soddisfazione» lunedì la notizia del controllo giudiziario disposto dalla procura di Milano per Foodinho srl, la società italiana del colosso spagnolo Glovo, accusata di pagare salari che non garantiscono «un’esistenza dignitosa». Tra i suoi colleghi che frequentano Casa rider, povertà e sfruttamento non sono una novità. «I ciclofattorini sono quasi tutti persone migranti che spesso non parlano l’italiano o addirittura sono analfabeti nella loro lingua madre – spiega Chiosi –. Le piattaforme fanno leva sulla loro fame di lavoro e sul debito migratorio. Faticano anche solo a presentare i documenti». Ma senza i documenti in regola – o senza riuscire a presentarli – i rider non possono lavorare. L’intervento più richiesto alle aree di ristoro, quindi, è lo sblocco degli account. «A volte vengono disattivati per il permesso di soggiorno in fase di rinnovo o per l’assenza di una visita medica per l’idoneità lavorativa – aggiunge Chiosi –. Senza informazioni nella loro lingua, la maggior parte dei rider in queste circostanze perde lo stipendio, che già è molto basso».
Negli scorsi giorni, in Piemonte a bloccare l’account di un ciclofattorino si è messa di mezzo persino l'intelligenza artificiale. Non riconoscendo il volto del rider, gli algoritmi della piattaforma hanno sospeso l’account di Hassan (nome di fantasia), sospettando la compravendita del suo profilo. Oggi Hassan è tornato a lavorare, ma solo grazie all’intervento dei volontari del “Rider point” di Nichelino, in provincia di Torino, gestito dal sindacato Felsa Cisl. «L’IA ha scambiato il suo volto con quello di un ragazzino che passava alle sue spalle – spiega Umberto Vici, rider da dieci anni e coordinatore del centro –. Abbiamo parlato con l’azienda che ha compreso l’errore, ma chi sa quanti altri nelle sue stesse condizioni hanno smesso di lavorare».
Tra le decine di rider che si presentano ogni mese agli sportelli del centro a sud di Torino, molti sono anche vittime di caporalato. Il meccanismo è semplice: un ciclofattorino stabilizzato vende l’account con le proprie credenziali a chi non può lavorare regolarmente. «Spesso succede perché la burocrazia è lenta e le questure non rilasciano i permessi – spiega Vici –. Il nostro centro intercetta anche queste pratiche scorrette». Alle aree di ristoro si fermano anche i rider infortunati durante le consegne. Secondo un recente report di Nidil Cgil, quasi quattro su dieci hanno subito un infortunio almeno una volta, ma solo una minoranza lo ha denunciato alle autorità. Oltre due terzi degli infortunati non hanno mai ricevuto un ristoro economico. «Le piattaforme stimolano sempre più la competizione – confessa Vici –e li inducono a essere sempre più veloci nelle consegne».
D’estate, il caldo traduce questa rapidità in un rischio concreto per la salute. Per questo, il circolo Arci Sparwasser di Roma, nel quartiere Pigneto, a giugno scorso ha avviato la prima edizione di “Oasi Pigneto”, per i rider alle prese con l’afa. «Da giugno a settembre – spiega il presidente Francesco Pellas – decine di lavoratori stranieri hanno trovato ristoro nelle nostre stanze. Per molti, un caffè o una bevanda fresca sono state l’occasione anche per imparare qualcosa sul contratto di lavoro». Paradossalmente, al momento, l’unica città rimasta priva di vere e proprie aree di ristoro per rider è Milano, da cui è nata l’inchiesta sul settore. «Ne esiste solo una al Bicocca Village – spiega Angelo Avelli, referente del sindacato informale Deliverance Milano – ma offre solo la ricarica delle batterie. Da quasi dieci anni chiediamo al Comune di intervenire e segnaliamo casi di caporalato, ma non c’è mai stata la volontà politica di venire incontro alle esigenze dei rider».

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