La prima generazione di immigrati in Italia è diventata anziana. E ha bisogno di cure

Si tratta di 300-500mila persone con più di 64 anni, due su tre sono donne. Chi se ne prenderà carico? L'arcivescovo Paglia: apriamo gli occhi su un fenomeno nuovo. Il professor Ricciardi (Università Cattolica): ci sono forti disuguaglianze da affrontare
February 10, 2026
La prima generazione di immigrati in Italia è diventata anziana. E ha bisogno di cure
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Anche gli immigrati invecchiano. Ma nel frattempo rimangono nell’ombra. Diventando di fatto minoranza di una minoranza. Schiacciati da una doppia fragilità: sia dai problemi dell’età avanzata sia da una condizione socioeconomica critica, legata a lavori usuranti, accesso tardivo alle cure e isolamento. E per di più, come evidenzia Walter Malorni, direttore scientifico del Centro di salute globale, si tratta di una fetta di popolazione in costante aumento: la quota di immigrati appartenente ai primi flussi che oggi hanno più di 64 anni è stimata tra i 300 e i 500mila individui. E le donne sono la maggioranza (circa il 65%).
Un quadro messo in luce dal convegno “Migranti ed età grande: una minoranza di una minoranza” che si è tenuto lunedì a Roma, a Palazzo San Calisto. Un incontro promosso dal Centro di ricerca in salute globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dalla Fondazione età grande Ets e dal Gruppo italiano salute e genere (GISeG). Di fronte allo scenario presentato, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Fondazione età grande, ha esortato la comunità ecclesiale e l’intera società a «guardare con maggiore attenzione al fenomeno nuovo, e in crescita, dei migranti anziani nel nostro Paese, poiché in essi si incrociano due fragilità, quella dell’invecchiamento e quella della condizione degli stranieri». Il presule si è soffermato in particolare sul trattamento riservato alle badanti e ai caregiver. Che sono «in larghissima maggioranza donne» e lavorano in condizioni «umilianti» e «spesso di povertà assoluta», ha evidenziato l’arcivescovo.
Tra l’altro, ha aggiunto, «è interesse dell’intera società italiana, oltreché giusto, garantire anche agli anziani stranieri, pensioni adeguate, opportuna assistenza, anche per non indebolire quel settore della cura in cui il contributo degli stranieri è fondamentale ed indispensabile». Anche Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata alla Cattolica, ha posto l’accento sulla presenza di una doppia vulnerabilità, «sanitaria e sociale, legata a lavori usuranti, accesso tardivo alle cure, isolamento e condizioni socio-economiche fragili». Nonostante l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, ha messo in risalto, «persistono forti disuguaglianze nell’accesso, nella gestione delle cronicità e nella long-term care».
Proprio per questo, Francesco Landi, ordinario di Medicina interna alla Cattolica, ha invitato a puntare anche «su una strategia preventiva», promuovendo programmi di vaccinazione e stili di vita corretti. «Introdurre il concetto di longevità nel contesto difficile dei flussi migratori – ha detto – è un banco di prova per l’organizzazione sanitaria e sociale del nostro Paese. Gli anziani migranti rappresentano una sfida decisiva per un approccio globale che non riguarda solo la geriatria ma tutto il corso della vita». E in quest’ottica, «salute, inclusione sociale e accesso ai servizi diventano responsabilità collettive e misura della qualità etica della nostra società». Tutti temi ripresi da Umberto Moscato, associato di Medicina del lavoro e direttore del Centro di salute globale, che ha acceso i riflettori sulle donne immigrate in età avanzata. «Una lavoratrice domestica migrante su quattro è over 60 – ha sottolineato –. E si può stimare che due lavoratrici over 60 anni su tre sono impiegate nell’ambito domestico».
Da qui la «necessità di policy previdenziali che tengano conto delle disuguaglianze di genere e delle carriere lavorative discontinue». Perché il rischio è che si possa verificare anche in Italia il fenomeno dell’“anziano non pensionabile”, «con la potenzialità di un aumento esponenziale della fragilità, disuguaglianza ed impatto “a domino” sulla realtà occupazionale, sanitaria ed economica». L’idea, ha concluso Walter Malorni, è «costruire un tavolo permanente multietnico e multireligioso che, sotto la guida della Fondazione età grande, sappia individuare le maggiori criticità e suggerire ai decisori come affrontarle».

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