C'è meno smog nelle città italiane, ma è soprattutto una questione di meteo

Legambiente stila la classifica delle "arie più inquinate": la peggiore a Palermo. Ma il dato positivo si spiega più con «l'inverno mite» che con il calo di emissioni
February 9, 2026
C'è meno smog nelle città italiane, ma è soprattutto una questione di meteo
Foschia e smog nei cieli di Milano / FOTOGRAMMA
Lo smog nelle città italiane è diminuito e l’aria sembra più respirabile: scendono a tredici i capoluoghi di provincia che hanno superato i limiti giornalieri di Pm10 (l’insieme delle polveri sottili con un diametro inferiore ai dieci micrometri) nel 2025, contro i 25 del 2024 e i 18 del 2023. Ma non si tratta di un’inversione di rotta. Se si guarda al 2030, l’anno in cui entreranno in vigore i limiti europei più stringenti, l’aria italiana risulta ancora troppo inquinata: attualmente il 38% delle città del nostro Paese sarebbe fuorilegge per l’No2, il 53% per il Pm10 e addirittura il 73% per il Pm2.5. A spiegarlo è Legambiente che, nel nuovo rapporto “Mal’Aria di città 2026” diffuso ieri, trova le cause delle incoraggianti rilevazioni del 2025 nelle condizioni meteorologiche favorevoli, più che in un presunto calo di emissioni: il 2025 è stato «caratterizzato da un inverno mite e da numerose giornate di pioggia – spiegano gli autori dell’indagine –. Tutti elementi che favoriscono la dispersione degli inquinanti».
Le città che hanno superato il limite giornaliero di Pm10, fissato dalla legge europea a 50 microgrammi per metro cubo e consentito per un massimo di 35 giorni all’anno, si trovano perlopiù lungo la Pianura padana e al Sud. La maglia nera quest’anno va a Palermo, che ha fatto registrare 89 giorni oltre il limite, seguita da Milano con 66 sforamenti, Napoli con 64 e Ragusa con 61. Queste violazioni, però, fanno riferimento ai picchi di concentrazione di polveri sottili nell’atmosfera. Per capire davvero quanto sia inquinata l’aria delle città italiane, serve guardare a un altro limite di legge previsto, quello della media annuale, che dal 2030 sarà fissato a 20 microgrammi per metro cubo. In questo caso, le città italiane che non rispettano i criteri europei salgono a 55: la più distante dall’obiettivo Ue è Cremona, dove servirà una riduzione del 35% nei prossimi quattro anni, seguita da Lodi, Cagliari e Verona. Le cose peggiorano ancora se si prende a riferimento il Pm2.5 (le polveri sottili dal diametro inferiore a 2,5 micrometri), per il quale 68 città su 93 violano le norme. La più problematica è Monza, che dovrebbe ridurre le concentrazioni del 60% in quattro anni.
Ma la conclusione più preoccupante a cui è giunta Legambiente è che, mantenendo il ritmo attuale di riduzione degli inquinanti, la maggior parte delle città fuorilegge non raggiungerebbe i traguardi imposti dall’Ue per il 2030. Analizzando la concentrazione di Pm10 negli ultimi quindici anni, l’associazione ambientalista ha stimato che 33 città rischiano concretamente di non raggiungere il traguardo. «I miglioramenti registrati nel 2025 sono tra i più positivi degli ultimi anni, ma restano fragili e non sostenuti da scelte coerenti», commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. Alle sue parole fa eco Andrea Minutolo, responsabile scientifico dell’associazione: «L’analisi dei trend degli ultimi quindici anni è chiara. Molte città riducono le concentrazioni di Pm10 troppo lentamente». Il mancato raggiungimento degli obiettivi europei, secondo i ricercatori, continua a fare migliaia di vittime ogni anno: «Non possiamo rallentare – continua Minutolo –. Nel 2023 le vittime del solo Pm2.5 in Europa sono state circa 238mila, di cui 43mila italiane concentrate in Pianura padana». Non solo. Le inadempienze sono costate all’Italia già tre procedure di infrazione da parte della Commissione europea, tutte legate al superamento dei valori limite degli inquinanti atmosferici. Una, in particolare, ha costretto il Paese al pagamento di milioni di euro di sanzioni: solo nel 2024 le procedure di infrazione in materia ambientale hanno imposto una spesa da 888 milioni di euro al Paese.
Per tentare di raggiungere il traguardo europeo sull’inquinamento atmosferico (ed evitare altre sanzioni), nello scorso agosto l’Italia ha varato un Piano di azione per il miglioramento della qualità dell’aria, che prevede standard più severi per il riscaldamento domestico a biomassa legnosa. Ovvero, stufe a legna o pellet. Ma, secondo Legambiente, l’impegno italiano è ancora insufficiente: «È irragionevole che il Governo tagli risorse – conclude il direttore di Legambiente –. La scelta di ridurre drasticamente già dal 2026, e per tutto il prossimo triennio, le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell'aria nel bacino padano non va nella giusta direzione».

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