Scuola di qualità anche per i Paesi più poveri
Laura Frigenti, direttrice di Gpe, oggi è ascoltata in audizione parlamentare sui temi dell’educazione: «Tra le questioni più urgenti, portare a scuola i bambini che nel mondo non sono rientrati dopo il Covid e aggiornare i programmi in base alle nuove tecnologie»

«Sette bambini su dieci, nei Paesi a basso reddito, completano la quarta elementare senza essere in grado di leggere o scrivere una frase di due righe». È questo il paradosso dell’era digitale evocato da Laura Frigenti, direttrice generale di Global Partnership for Education (Gpe), per descrivere ad Avvenire una crisi educativa che dopo il Covid-19 si è addirittura aggravata e che ha conseguenze geopolitiche ed economiche. Gpe opera oggi in oltre 90 Paesi – dalla Siria all’Ucraina, dalla Nigeria al Guatemala – nel tentativo di puntellare sistemi scolastici fragili messi a dura prova da conflitti e pandemie. Facendo tesoro di questa esperienza, Frigenti oggi è a Roma per un’audizione parlamentare dedicata proprio ai temi più urgenti dell’istruzione, in vista della Giornata internazionale dell’educazione del 24 gennaio.
«I 270 milioni di bambini che sono al di fuori del sistema scolastico diventeranno molto presto anche mezzo milione a questo ritmo, con conseguenze catastrofiche per l’economia e la stabilità globale», avverte. «L’inversione a U», causata dalla pandemia, non riguarda infatti solo la qualità dell’istruzione offerta, ma anche la diffusione della scolarizzazione, frenata rispetto ai progressi dell’ultimo decennio. In molti Paesi africani, dopo anni di chiusura per l’emergenza, quando finalmente le scuole hanno riaperto molti alunni sono mancati all’appello, soprattutto le ragazze. «E quando le bambine non sono a scuola – ha ammonito Frigenti – gli succedono cose non belle, come matrimoni e gravidanze precoci». Sebbene le scuole siano riaperte, il mancato rientro di tutte queste studentesse minaccia di destabilizzare intere regioni, poiché l’istruzione femminile è un potente antidoto alla povertà intergenerazionale. Il legame tra banchi di scuola e prevenzione dei conflitti, spiega, è supportato da dati inequivocabili: un anno in più di istruzione può ridurre il rischio di guerra civile fino al 20%. Per Frigenti, insomma, investendo nell’educazione si investe anche sulla pace, senza dimenticare che «una popolazione istruita possiede gli anticorpi critici necessari per resistere alle derive autoritarie, poiché più le persone sono educate e istruite e più è difficile manipolarle».
Da sempre il Gpe lavora «per dare a ciascun bambino o bambina nel mondo in qualsiasi contesto o condizione l’opportunità di accedere a 12 anni di istruzione, quindi di completare il ciclo di educazione primaria e secondaria». In questa mission, anche l’Italia riveste un ruolo di primo piano. Insieme alla Nigeria, infatti, il nostro Paese è ora co-host della campagna “Multiply Possibility” di Gpe, lanciata all’Assemblea Generale Onu e partita nel 2026, con l’obiettivo di raccogliere 15 miliardi di dollari – tra doni, crediti concessionali e finanziamenti innovativi – per trasformare radicalmente l’offerta formativa nei Paesi più in difficoltà. È in questo ambito, dunque, che l’Italia ha scelto Gpe come partner strategico per le iniziative su istruzione, formazione professionale e digitalizzazione all’interno del Piano Mattei per l’Africa. Una sinergia di intenti che secondo Frigenti è naturale, dato che, «l’educazione è un prerequisito affinché tutti gli altri settori e sviluppi della società si realizzino».
La sfida infatti riguarda anche il mondo del lavoro: «Le nuove tecnologie e l’IA stanno trasformando profondamente il mercato del lavoro. Bisogna formare gli insegnanti, aggiornare i programmi scolastici ormai obsoleti, per far sì che questi ragazzi siano qualificati a sufficienza per accedere anche a professioni specializzate». Proprio in questo frangente di grande sviluppo la forbice tra i Paesi più ricchi e quelli più poveri rischia di allargarsi rapidamente. «Mentre le economie avanzate possono spendere anche fino a 8.000 dollari annui per studente, in molte aree dell’Africa la cifra non va oltre gli 85 dollari», cita come esempio. Il Gpe, da parte sua, prova a ridurre il divario «cercando di creare un rapporto più stretto tra chi disegna i curricula del sistema scolastico e il settore privato, che può aiutare a indirizzare la formazione nella direzione giusta e a offrire le soluzioni tecnologiche a seconda delle necessità».
L’urgenza di investire nell’educazione è dettata anche dalla demografia: entro il 2040, quasi 900 milioni di giovani negli oltre 90 Paesi partner di Gpe entreranno nel mondo del lavoro. La mancanza di un investimento massiccio e immediato nell’educazione rischia di aggravare il quadro descritto finora, perché «istruzione ed educazione sono, in ultima analisi, le fondamenta di processi di crescita più giusti ed equi».
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