Pink gang: viaggio nella violenza al femminile
In aumento i casi di bande composte da giovanissime: a Treviso una 12enne picchiata in un parco. Come i gruppi maschili, si macchiano di aggressioni, rapine ed estorsioni. L’esperto: «Provengono da contesti maschilisti dove la donna è denigrata. La gang diventa una nuova famiglia»

La violenza giovanile è un contagio che non risparmia nemmeno le ragazze. Sono sempre più frequenti le aggressioni da parte di gruppi femminili a danno di coetanee. L’ultima è andata in scena qualche giorno fa in un parco di Treviso, dove una studentessa di seconda media è finita in ospedale dopo un vero e proprio pestaggio eseguito da altre giovanissime.
La ragazzina è stata accerchiata e colpita da tre coetanee di origine nordafricana all'interno del Parco Maddalena, nel quartiere Commenda: è stata presa per i capelli, tirata e strattonata. Alla fine, è caduta per terra e ha perso i sensi. Quando è arrivata l'ambulanza è stata trasportata d'urgenza al pronto soccorso, da cui è tornata a casa alle prime ore del giorno successivo. Le ragazzine che l’avevano aggredita si sono dileguate prima dell’arrivo della Polizia locale. Il motivo dell’aggressione, secondo le ricostruzioni di chi ha assistito ai fatti, sarebbe di natura sentimentale: a scatenare la furia del trio sarebbe stata una contesa riguardante un giovane della zona. Una scena particolarmente cruda, tanto da sconvolgere altri minorenni che si trovavano in quel momento nel parco. A Napoli, una mamma ha presentato denuncia per i soprusi subiti dalla figlia di 10 anni a scuola. «Mia figlia è vittima di ripetuti atti di bullismo, sono stati ignorati mesi di segnalazioni» ha sottolineato la donna, chiamando in causa anche la scuola. «Ho denunciato la rottura degli occhiali da vista per ben due volte, le hanno messo la colla nei capelli, l’hanno presa a calci e pugni, e tanto altro».
Violenze seguite anche da una serie di calci che avrebbero portato la ragazzina a cadere e a fratturarsi la rotula. Un fenomeno strisciante, da nord a sud, che il più delle volte rimane sotto traccia. Con diversi precedenti inquietanti. L’anno scorso a Padova due 16enni sono state arrestate perché ritenute a capo di una baby gang femminile che prendeva di mira non solo le coetanee ma anche i passanti nella zona della stazione, mettendo a segno diverse rapine accompagnate da minacce e insulti. Oltre a loro, fu denunciata anche una 13enne. Alcuni mesi prima, a Rozzano, hinterland milanese, un 31enne fu sfregiato dopo una lite con un gruppo di 10 ragazzine: due le arrestate, una delle quali aveva preso una lattina da un cestino e l’aveva usata freddamente per ferire al volto il giovane. Casi estremi, che però sono le punte di un iceberg di un fenomeno in crescita, amplificato immancabilmente dalla sfera virtuale. Anche le ragazze, infatti, hanno preso l’abitudine di filmare e diffondere in Rete le loro “imprese” da criminali in erba: video in cui si ostenta la mancanza di scrupoli e di pietà per le vittime di turno.
Mario Leone Piccinni, tenente colonnello della Guardia di finanza esperto in violenza giovanile e mondo web, autore di numerose pubblicazioni, nel suo ultimo libro Cyberbullismo e suk virtuali: le regole giuridiche e di common sense inapplicate (in vendita su Amazon), definisce questi gruppi “pink gang”, evidenziandone le preoccupanti peculiarità emerse da diverse indagini sul campo eseguite dalle diverse forze dell’ordine. “Crescono numericamente e vertiginosamente sul territorio nazionale bande al femminile composte da ragazzine capaci di violenze e brutalità, al pari dei coetanei maschi – annota Piccinni, che appena può si reca nelle scuole per incontri di sensibilizzazione - Ragazze violente, a volte feroci, che si comportano come i ragazzi, che si riuniscono in baby gang già a partire dalla prima adolescenza. Aggrediscono soprattutto coetanee, per vendicare un torto subìto o per questioni amorose, organizzano risse, imboscate e spedizioni punitive, aggressioni, estorsioni, rapine, furti di vestiti e cellulari. Facendo leva sulla forza intimidatrice del gruppo, le pink gang commettono reati di ogni genere contro le persone (anche adulti) e contro il patrimonio”. Nel suo libro Piccinni evidenzia come all’interno di queste bande esista una struttura piramidale, in cui la leader è considerata “l’ape regina, ed è colei che dirige la gang con l’autorità ed il piglio di un vero capo; le altre ragazzine affiliate vengono chiamate api operaie. La gang è in grado di prestare appoggio e protezione a ciascuna ragazza affiliata, un fattore che rafforza ulteriormente il legame tra appartenenti al gruppo”. Una cerchia ristretta che si autofinanzia con i proventi di piccoli furti, alimentando una sorta di welfare deviato. Per entrare nelle gang è previsto un vero e proprio test: “Anche le ragazze devono superare riti di iniziazione e prove di coraggio imposte dal branco, per poi continuare a commettere crimini per conservare rango e ruolo conquistati nella gerarchia della banda”. Una violenza quotidiana, elevata a stile di vita, che nasce dall’estrema fragilità delle relazioni e dai cattivi esempi che vivono sulla loro pelle. “Numerose ragazze di seconda generazione, in molti casi, si aggregano alla gang provenendo da situazioni familiari dove vige un’atmosfera maschilista e denigratoria per la donna - – osserva Piccinni -, motivo per il quale, una volta fuori dall’ambiente familiare, reagiscono attraverso la violenza. Spesso sono proprio le componenti della banda a colmare il vuoto che vive la ragazza e che deriva dal fatto di vivere incomprensioni con i genitori o problematiche a scuola. Per molte adolescenti la gang diventa quindi un surrogato della famiglia”. Un modo per sentirsi meno sole, in guerra contro il resto del mondo.
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