Lasciarsi stupire dalla meraviglia.
Quello che i ragazzi ci ricordano

In un tempo dominato 
da programmazione 
e controllo, i giovani riescono a riconoscere valore a ciò che interrompe il già noto e riaccende lo sguardo
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June 10, 2026
Lasciarsi stupire dalla meraviglia.
Quello che i ragazzi ci ricordano
/Foto Icp
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Meravìglia

[/me-ra-vì-glia/], s.f.
La meraviglia è una sensazione di piacevolezza che non arriva in un momento percepibile, ma improvviso, in una circostanza in cui non si aspetterebbe nulla di particolare. Poiché è raro affermare che una cosa è “meravigliosa”, nell’antichità la meraviglia indicava straordinarie strutture architettoniche. La meraviglia si prova anche quando si vedono posti nuovi e magici, nonché nelle piccole cose che suscitano stupore. Oggi poche persone si meravigliano, non capendone l’importanza, ma soprattutto sottovalutandola.
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Seconda Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
Non ci capita forse di parlare della meraviglia con una certa nostalgia? La trattiamo come una specie di qualità perduta, quasi di una caratteristica dell’infanzia destinata a consumarsi inesorabilmente nel processo di crescita. Le ragazze e i ragazzi, invece, nella loro definizione la trattano come un’esperienza ancora possibile, concreta, addirittura necessaria. E questo, già da solo, dovrebbe porci delle domande. La descrivono innanzitutto come una «sensazione di piacevolezza» che arriva in modo improvviso, inatteso. Interessante questo loro insistere sul carattere non programmabile della meraviglia, una sorta di dichiarazione di consapevolezza che non la si può produrre a comando. Essa accade magari proprio in quelle occasioni in cui non si aspetta niente di particolare, a patto che ci sia apertura e disponibilità a lasciarsi sorprendere dal reale. Ecco emergere un modo molto preciso e per noi prezioso di guardare il mondo. In un’epoca dominata dalla previsione, dalla programmazione e dal controllo, loro riescono a riconoscere valore a ciò che interrompe il già noto, a dirci che la meraviglia nasce quando un punto del reale si sottrae all’abitudine e introduce una sorta di glitch nella percezione ordinaria delle cose, un’improvvisa incrinatura che costringe lo sguardo a riaccendersi, come una crepa da cui sgorga inattesa una sorgente di senso.
Interessante il fatto poi che la meraviglia venga legata a una sensazione di piacevolezza: ci dice che essa non viene fatta coincidere con uno stato permanente di eccitazione, dal sapore quasi allucinatorio, quanto piuttosto con un’esperienza di stupore, un preciso momento del tempo e dello spazio in cui il reale appare più vero, più vivo del previsto. In fondo ci si meraviglia solo di ciò che si riesce ancora a guardare davvero. E qui emerge un messaggio implicito molto forte rivolto a noi: abbiamo forse smesso di vedere? O meglio, non è che noi guardiamo tutto senza lasciarci più toccare da nulla? La loro definizione potrebbe proprio proteggerci da quella patina di cinismo, più o meno spessa e incrostante, che ci fa ritenere tutto già visto, già noto, che ci fa guardare la realtà senza più la categoria di un accadere possibile e interessante. Quando i ragazzi ricordano che nell’antichità la meraviglia indicava grandi strutture architettoniche, mostrano di cogliere anche la profondità culturale e sociale di questo lemma, sottraendolo a una pura dimensione privata e intimistica. Lo collegano a ciò che superando le dimensioni dell’ordinario, costringe lo sguardo dell’uomo a dilatarsi, in ogni direzione possibile. Con la stessa facilità con cui indicano le grandi opere sanno poi spostare il focus alle “piccole cose”. Che meraviglia che la meraviglia non appartenga soltanto all’eccezionale! Essa può nascere e insinuarsi anche nei dettagli più quotidiani, nei gesti minimi, negli scorci inattesi, negli incontri per la via, nelle situazioni che improvvisamente smettono di essere ovvie.
In fondo meravigliarsi, ci dicono, significa accettare che il mondo non sia completamente esaurito dalle nostre categorie, dalle nostre abitudini, dai nostri automatismi.
Ed ecco comparire una critica: «Oggi poche persone si meravigliano». Non credo si tratti di una constatazione neutra, forse intendono richiamarci quanto la meraviglia sia sottovalutata, quasi soffocata, forse stanno parlando anche di noi. Immersi in una quantità enorme di informazioni, immagini, contenuti, viviamo in una sorta di fast food esperienziale dove tutto viene consumato rapidamente e subito sostituito. Che poi è il paradosso quotidiano: attraversare infinite esperienze senza lasciarsi attraversare da nessuna, ossia entrare in contatto con tutto senza incontrare davvero nulla in questo continuo flusso ipnotico la meraviglia diventa difficile proprio perché richiede tempo, sosta, disponibilità. Lo aveva predetto Gilbert Keith Chesterton in Tremende Bazzecole del 1909: «Il mondo non soffrirà mai per mancanza di meraviglie, ma solo per mancanza di meraviglia». È difficile non pensare che i ragazzi, con la loro definizione, stiano indicando proprio questo impoverimento dello sguardo adulto. E, ironia della sorte, lo fanno proprio loro che troppo frettolosamente riteniamo distratti, saturi di immagini, alla costante ricerca negli schermi di iniezioni dopaminergiche che sedino l’angoscia, come se la stessa questione non riguardasse anche noi.
La meraviglia infatti interrompe il consumo veloce del reale, costringe a fermarsi, a riconoscere un’eccedenza rispetto al flusso consueto delle cose. In questo senso ha anche una dimensione che potremmo definire educativa perché ci ricorda che il mondo non coincide completamente con ciò che già sappiamo. Emerge infatti qui una questione epistemologica: la conoscenza non nasce soltanto dall’acquisizione e dalla processazione di informazioni, ma dalla capacità di lasciarsi colpire dal reale. La meraviglia si situa quindi all’inizio dell’apprendimento autentico. Ci si mette davvero a conoscere qualcosa quando prima la si incontra come significativa, sorprendente, degna di attenzione e interesse. Senza meraviglia il sapere rischia di diventare pura tecnica, puro addestramento, informazione senz’anima, mentre la conoscenza vera implica apertura al reale secondo tutti i suoi fattori. Una cosa che le macchine non potranno mai fare, e che resterà umana per eccellenza, è la capacità di stupirsi del reale.
In fondo la meraviglia non è altro che una forma di fiducia nel fatto che il reale abbia ancora qualcosa di dirci e sappia parlarci. È l’idea che esista ancora un mondo da scoprire, capire, incontrare. Ciò spiega perché la perdita della meraviglia sia così grave: senza di lei la vita si appiattisce nella ripetizione di uno sguardo stanco che non vede più niente. Stiamo attenti noi adulti a non confondere maturità con disincanto. Se smarriamo la capacità di meravigliarci non diventiamo più realistici ed efficienti, perdiamo solo la possibilità di lasciarci ancora provocare dal reale, di riconoscere che noi stessi possiamo continuare a cambiare e migliorare dentro ciò che incontriamo. Appurato che la meraviglia non è un lusso decorativo della vita, ma una modalità fondamentale di stare al mondo potremmo pensare che i ragazzi ci chiedano di rallentare, di non trasformare tutto immediatamente in utilità o consumo, di recuperare un rapporto meno anestetizzato con il reale. Meno cinico. O forse addirittura ci chiedono di più, di non avere paura della loro capacità di meravigliarsi, di stimarla, di favorirla anche. Soprattutto di non mortificarla. Il fatto che loro la segnalino come qualcosa di necessario significa che non tutto nel nostro tempo si è spento. Quindi, non comportiamoci come se fosse già troppo tardi per stupirci ancora.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. 

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