Perché il divorzio dagli Usa per l'Europa è anche una chance
di Giovanni Maria Del Re, Bruxelles
La settimana di alte tensioni con l’alleato impone ai leader Ue di agire per rafforzare l’autonomia. I ritardi da colmare sulle tecnologie. E le contro-minacce sui Treasury bond

«Donald, ora è troppo!». La scritta campeggia sulla copertina del numero ora in edicola di Der Spiegel. Il settimanale tedesco ritrae Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Ursula von der Leyen e la danese Mette Frederiksen in armature vichinghe e lo sfondo dei ghiacci groenlandesi. Il senso del messaggio è chiaro, e ben riflette gli umori di questa settimana che, con il caso Groenlandia ha segnato una storica cesura. Umori, lo si è scritto, registrati nella cena dei leader giovedì sera. Il presidente Usa ha passato il segno, ormai è innegabile che, almeno con lui alla Casa Bianca, gli Stati Uniti non sono più un alleato affidabile. Uno choc che però è anche una grande chance: «L’era Trump – commenta Der Spiegel – potrebbe costituire la una seconda nascita per l’Unione Europea».
Indubbiamente per l’Europa il divorzio dopo ottant’anni è doloroso e faticoso, troppo comodo l’ombrello Usa. Per l’intero 2025, nonostante dazi ingiustificati, intemperanze, insulti da parte di Trump, gli europei hanno disperatamente cercato di blandirlo e rabbonirlo. Appena credevano di esserci riusciti, arrivava il nuovo attacco. Il caso Groenlandia ha ormai fatto capire una volta per tutte che si trattava di pie illusioni. Certo, molti leader, come ieri anche Meloni e Merz, continuano a insistere sull’importanza delle relazioni transatlantiche. Che però il clima sia cambiato è dimostrato dall’improvvisa durezza del cancelliere, finora preoccupato di evitare «escalation» con Washington. «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili», ha avvertito ieri a Roma. «L'Unione – ha affermato pure il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa - continuerà a difendere i propri interessi e a proteggere se stessa: ha il potere e gli strumenti per farlo e lo farà se e quando necessario».
Era pronta a farlo già al vertice di giovedì sera. A sentire vari diplomatici, i leader avrebbero detto sì all’attuazione del “bazooka”, lo strumento anti-coercizione dell’Ue che permetterebbe di colpire i big finanziari e del Web Usa in Europa, se Trump non avesse fatto macchina indietro. Era pronto a partire anche il pacchetto da 93 miliardi di contro-dazi, la cui sospensione scade il 6 febbraio (ora invece sarà prorogata di altri sei mesi). Insomma, il caso Groenlandia ha portato l’Europa (tranne la solita Ungheria) a un’inconsueta compattezza, e, su questo molti analisti concordano, ciò ha avuto un ruolo nel ripensamento di Trump. Certo, hanno pesato altri fattori, anzitutto l’abile intervento del segretario generale Nato Mark Rutte su Trump come il monito (stando a media americani) di big repubblicani di un rischio di impeachment se avesse attaccato un Paese Nato. Com’è vero che l’accordo sul territorio artico è stato in sostanza negoziato da Rutte senza europei. Rimane però che l’Europa ha saputo fare un muro compatto.
La strada è lunga, l’Europa deve agire in fretta per la propria indipendenza e sovranità. Lo scossone groenlandese potrebbe facilitare un’accelerazione dei vari progetti ora in preparazione o già in via di realizzazione, dalla difesa europea alla sburocratizzazione, alla creazione di “gigafactory”, o al “Buy European” nei settori strategici, o ancora la diversificazione dei partner commerciali e dei fornitori di energia e materie prime (l’accordo commerciale con il Mercosur è firmato, anche se con l’intoppo dell’Europarlamento, il 27 dovrebbe arrivare la prima sigla di quello con l’India).
Il ritardo sull’intelligenza artificiale sugli Usa è enorme, ma, ricorda Der Spiegel, lo era anche quello sui jet di linea negli anni Settanta. Oggi il consorzio europeo Airbus dà filo da torcere a Boeing. E poi l’Europa ha potenti leve nei confronti degli Usa. Ad esempio, sul fronte dei servizi digitali: l’Europa acquista dai big Usa il 68% del proprio software. Senza il Vecchio Continente, la BigTech americana andrebbe al fallimento. Altro strumento micidiale: i titoli di Stato Usa. Secondo la grande banca d’affari Usa Citi, tra aprile e novembre 2025 sono stati acquistati per l’80% da investitori in Europa. Una vendita in grande stile sarebbe devastante per gli Stati Uniti, non a caso Trump ha minacciato «conseguenze» se ciò avverrà. Il che non ha impedito, intanto, a fondi pensione in Svezia e Danimarca di vendere tutti i Treasuries in loro possesso. O, ancora, l’Ue potrebbe decidere di effettuare i pagamenti con i Paesi terzi in euro anziché in dollari, facendo collassare il biglietto verde. In altre parole: l’Europa ha i numeri per essere una grande potenza da rispettare. Deve solo volerlo.
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