mercoledì 14 giugno 2017
Parla la mamma di uno dei tre killer di Londra: dopo aver perso Youssef aiuto le donne a vigilare. «Non so darmi pace».
Valeria Khadja Collina, madre italiana di uno dei tre killer di Londra (Foto Giorgio Paolucci)

Valeria Khadja Collina, madre italiana di uno dei tre killer di Londra (Foto Giorgio Paolucci)

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«Come ha potuto accadere un fatto così terribile? Continuo a pensarci notte e giorno, non so darmi pace, non riesco ad accettarlo. L’unica cosa che potrebbe darmi un po’ di consolazione sarebbe scoprire che anche lui, anche il mio Youssef, sia una vittima. Vittima di qualcosa di più grande di lui, che lo ha inghiottito in un gorgo di male. Ma io non mi posso rassegnare al male: voglio essere utile alle madri che si trovano in una condizione simile alla mia, perché siano vigilanti con i loro figli e perché venga combattuto il tumore che è penetrato in una parte delle nostre comunità. Una piccola parte, che però non deve infettare il corpo sano dell’islam». Dalla sua casa di Fagnano, sulle colline bolognesi, gli uomini della Digos hanno portato via tutto ciò che può aiutare a fare luce sulle motivazioni che hanno indotto Youssef Zaghba, il figlio ventiduenne di Valeria Khadija Collina, a partecipare all’attentato che il 3 giugno scorso ha seminato terrore e morte a Londra. Ma non hanno potuto portarle via il ricordo di un giovane che lei descrive come una persona «solare e affettuosa », con un temperamento che sembrava agli antipodi del gesto compiuto. L’abbiamo incontrata per capire di più il dramma che sta vivendo e per ascoltare le sue intenzioni.

Sopra, a destra, il figlio Youssef, 22 anni, ucciso dalla polizia inglese la sera del 3 giugno

Sopra, a destra, il figlio Youssef, 22 anni, ucciso dalla polizia inglese la sera del 3 giugno


Come è possibile che non si sia accorta di nulla? Eppure suo figlio non le aveva nascosto le simpatie per il Daesh
È vero, quando aveva messo la bandiera nera sul suo profilo Facebook gli ho chiesto conto di una scelta che non condividevo assolutamente. Lui mi disse che sognava di andare ad abitare nei territori controllati dal Daesh non per combattere, ma perché lì si può vivere secondo le regole dell’islam più autentico. Ne abbiamo discusso a lungo, gli dissi che nulla poteva giustificare l’uccisione di persone in nome della religione, che quello non è islam. Ma nulla faceva presagire che anche lui si sarebbe incamminato su sentieri di morte.

Ma lei non si sente in fondo un po’ responsabile di quello che Youssef ha fatto?
Il mio cuore è colmo di dolore per avere perso un figlio e per il dolore che mio figlio ha causato, ma non credo che quanto è accaduto sia frutto di errori educativi da parte mia. Lui è cresciuto in un contesto sano, libero. Certo, la libertà male intesa può diventare un veleno. Le ali di una mamma sono enormi, vorrebbero arrivare dappertutto, ma i figli a volte non lo permettono.

Youssef viveva in Marocco con suo marito, in Italia veniva raramente. È possibile che là abbia maturato un odio verso l’Occidente? Dove può essere scattato il suo cambiamento?
Non viveva in un contesto di emarginazione, come del resto tanti altri giovani che finiscono nel gorgo del radicalismo. Frequentava il terzo anno di ingegneria informatica all’Università di Fes, dopo due esami andati male aveva deciso di prendersi una pausa e di andare a lavorare per un po’ in Inghilterra. Lì era stato assunto nel ristorante di un pakistano. Negli ultimi tempi aveva firmato un contratto con una Tv islamica come tecnico del suono, girava anche video, tutte cose 'innocue', a sfondo educativo e religioso. Secondo me la scintilla che ha acceso il fuoco del male nel suo cuore è scattata in Marocco quando si è avvelenato con qualche sito di propaganda radicale su Internet, in cui cercava qualcosa di forte, di rassicurante, che in lui era venuto meno. Poi forse questa fragilità è stata alimentata da cattivi incontri fatti in Inghilterra. Negli ultimi tempi mi aveva mandato un video che lo ritraeva con uno sguardo oscuro...

Il tributo floreale dei londinesi alle vittime dell’attentato

Il tributo floreale dei londinesi alle vittime dell’attentato


Anche lei è musulmana. Discutevate di religione tra voi?
Sì, e ora capisco che la sua radicalizzazione è figlia della propaganda wahhabita e salafita. Una posizione letteralista, rigida, chiusa della fede islamica, che viene ridotta a una serie di formule. Lui aveva ossificato la tradizione musulmana, mentre io cercavo di fargli capire che l’islam deve aprire le menti, non chiuderle.

Non crede che certe convinzioni siano sempre più diffuse nelle comunità islamiche, che i cattivi maestri si siano pericolosamente moltiplicati?
Le posizioni chiuse e radicali – che godono di cospicui sostegni mediatici e finanziari, in particolare dall’Arabia Saudita – stanno producendo conseguenze nefaste, specialmente tra i giovani. Però si tratta di una minoranza, insidiosa ma esigua, il corpo delle nostre comunità è sano. Personalmente resto convinta di avere fatto la scelta giusta trent’anni fa, quando ho intuito che nell’islam si trova la risposta alle domande che mi facevo sulla possibilità di immergermi nella trascendenza rimanendo nel mondo, e avendo sempre Dio nel cuore. La mia scelta è avvenuta dopo avere incontrato persone che in Marocco, dove vivevo, testimoniavano nella semplicità come si può realizzare la propria umanità aderendo alla volontà di Dio. Da due anni abito in Italia, ho conosciuto tante donne marocchine e tunisine e anche qualche italiana convertita come me che vivono serenamente la loro fede, in pace con tutti. Certo, dobbiamo vigilare perché il male non faccia danni nelle nostre comunità. Per questo, dopo avere perso il mio Youssef, ho deciso di metterci la faccia, di non tacere.

E come si può vigilare?
Anzitutto con l’informazione e l’educazione. C’è molto lavoro da fare, dobbiamo combattere una battaglia su due fronti: dentro le comunità musulmane per opporci alle interpretazioni riduttive e devianti dell’islam, ma anche fuori, nella società, perché l’islam sia conosciuto nella sua autenticità. Dobbiamo gridare insieme, musulmani e cristiani, che le religioni non sono la causa delle violenze, ma il migliore antidoto. E che l’uomo autenticamente religioso riconosce la verità come qualcosa di più grande di sé, non la piega ai suoi schemi, non considera nemico chi è diverso da lui. Quando una persona si rivolge a Dio vive un’esperienza di bellezza, fa un passo alla ricerca della verità, e viene educato a un sentimento di compassione dell’altro, non al disprezzo. Il dialogo non è solo possibile, è necessario, la conferma viene dalle tante persone che in questi giorni sono venute a trovarmi, a manifestare il loro affetto. C’è molto da fare, specie tra le giovani generazioni, e io voglio essere tra coloro che costruiscono occasioni di dialogo. Perché dal mio dolore di madre nasca qualcosa di utile a tutti.

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