martedì 12 novembre 2019
Intervista a Santoro, che ieri ha incontrato Conte. «La nazionalizzazione non mi convince. Come soluzione estrema meglio un commissariamento a tempo»
L'arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, in visita agli operai dell'Ilva in un'immagine d'archivio (Ansa)

L'arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, in visita agli operai dell'Ilva in un'immagine d'archivio (Ansa)

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Si prepara lo scontro fra governo e Arcelor Mittal, che però rinvia a oggi il deposito dell'atto di recesso. Trattativa ferma: ieri nessun contatto con la proprietà, si spera in un incontro entro la settimana. Va avanti il pressing del premier Giuseppe Conte.

Piove a dirotto e il cielo non promette niente di buono, quando monsignor Filippo Santoro esce da Palazzo Chigi dopo 50 minuti di «cordiale colloquio» con il premier Giuseppe Conte sulla questione ex Ilva. Il cattivo tempo sembrerebbe una metafora perfetta per le questioni che da ormai diversi anni agitano la città ionica. Ma l’arcivescovo di Taranto un piccolo 'arcobaleno' di speranza si ostina a vederlo, nonostante tutto. E ad Avvenire confida: «La visita del presidente del Consiglio, venerdì scorso, e anche questo incontro che in qualche modo la prolunga, è un grande segno di vicinanza alla città. Nessun primo ministro lo aveva fatto prima, al massimo incontri riservati in prefettura, ma lui ha voluto sentire di persona le sofferenze della gente e le attese dei lavoratori. È il segnale di una preoccupazione per Taranto che lascia ben sperare.

Che cosa vi siete detti nel colloquio a quattr’occhi?

È stato un incontro cordiale, quasi familiare. Il presidente mi ha detto di non avermi potuto incontrare a Taranto, data la concitazione degli appuntamenti durante la sua visita, ma che ci teneva anche ad ascoltare la voce della Chiesa, per avere un ulteriore punto di vista. E io gli ho rappresentato la situazione di smarrimento, quasi di disperazione, che colgo ogni giorno tra i lavoratori e i cittadini, perché fino ad ora il problema persiste.

Avete parlato anche di possibili soluzioni?

Certamente. E quando sono stato richiesto di un parere, ho detto chiaramente che bisogna cambiare direzione. In sostanza, più che dalla logica del «salva Ilva», bisogna ripartire da quella del «salva Taranto». Serve una regia unica, cioè uno sguardo complessivo sulla situazione, che tenga conto di tutti gli elementi: da quello ambientale alla difesa della salute e della vita, onde evitare che ci siano altre morti, fino al mantenimento dei livelli occupazionali, anche attraverso la riconversione. Una cosa che non si è mai fatta a Taranto e che già 30 anni fa, visitando la città e l’Ilva, san Giovanni Paolo II indicò come prospettiva necessaria, quando disse: è suonato il campanello d’allarme, non si può produrre acciaio ignorando l’ambiente e la vita delle persone. Inoltre bisogna diversificare gli investimenti per l’occupazione. Quindi va preparato il terreno per occupare le persone nel terziario, nell’agricoltura, nella valorizzazione delle risorse del mare, nel turismo, in modo che Taranto non sia del tutto acciaio-dipendente.

Ma nell’immediato, fra le tre soluzioni sul tappeto (continuazione della trattativa con Arcelor Mittal, nazionalizzazione e chiusura), qual è a suo avviso quella preferibile?

Penso che si debba prima di tutto continuare la trattativa con Arcelor Mittal, anche andando incontro ad alcune loro richieste. È inammissibile che il gruppo franco indiano vada via così, praticamente da un momento all’altro. Ma bisogna anche riconoscere che tutto il dibattito politico sullo scudo penale, prima accordato e poi ritirato, non ha certo aiutato ad avere un rapporto sereno con l’azienda.

E se questa via si dimostrasse impraticabile, la soluzione potrebbe essere la nazionalizzazione?

Sinceramente l’idea della nazionalizzazione non mi convince. L’esperienza dell’Italsider in tal senso insegna. Se Arcelor Mittal dovesse andare via, si potrebbe prevedere un commissariamento temporaneo come soluzione ponte, ma va cercata una cordata italiana solida che possa garantire continuità. Tuttavia, lo ripeto, occorre una regia unica che coordini gli interventi. In questo senso la visita del presidente Conte è un segnale che si vuole andare oltre la contingenza della questione Arcelor sì o no.

Qualcuno, anche da posizioni istituzionali, chiede la chiusura dell’area a caldo. A suo avviso si può fare?

Per chiudere l’area a caldo, devi prevedere come occupare 45mila persone in esubero. Io sono a Taranto da quasi otto anni e, come ho già detto, in tutto questo tempo non si è mai costruita un’alternativa occupazionale all’Ilva. Già nel 2013 come diocesi organizzammo un convegno con la partecipazione di studiosi da tutta Italia, i quali ci confermarono che è oggi possibile produrre acciaio senza nuocere all’ambiente. Come del resto avviene a Duisburg in Germania e in altre parti d’Europa. Purtroppo la decarbonizzazione è diventata poi oggetto di polemica politica, ma resta l’esigenza di una innovazione tecnologica. È tempo di andare in quella direzione. Si sono già persi tanti anni.

Quale sarà il ruolo della Chiesa in questo tempo così delicato?

La posizione della Chiesa è quella che papa Francesco ci indica nella Laudato si’: la crisi ambientale e quella sociale non possono essere separate. Anche il presidente Conte condivide questa impostazione. Perciò la nostra posizione è quella di essere vicini a chi ha perso un proprio caro a causa delle malattie legate all’inquinamento e a chi soffre per la precarietà del lavoro. E poi cercheremo in tutti modi di favorire un dialogo tra le istituzioni. Dobbiamo tutti rivestirci di umiltà e lavorare insieme.

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