sabato 15 giugno 2019
Da Rieti a Campobasso, si moltiplicano gli episodi di tensione nei penitenziari italiani. Sindacati e Garante: non è solo un problema di numeri, serve un ripensamento
Il carcere di Rieti dove alcuni giorni fa si è consumata una rissa tra detenuti

Il carcere di Rieti dove alcuni giorni fa si è consumata una rissa tra detenuti

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Prima un pestaggio ai danni di un detenuto italiano, poi la vendetta contro gli aggressori (quattro nigeriani) a cui sono seguiti i disordini sedati poco dopo dagli agenti della polizia penitenziaria. Due giorni di inferno nel carcere di Rieti, che tra mercoledì e giovedì è stato il teatro dell’ennesima tensione all’interno di un istituto di pena. Solo la settimana scorsa un detenuto 60enne, riconosciuto semi infermo mentale e condannato per l’omicidio della madre, si è tolto la vita nel carcere di Perugia e pochi giorni prima due ragazzi nordafricani erano evasi dall’istituto penitenziario minorile di Nisida.

C’è poi la rivolta dei detenuti islamici di Spoleto, il 26 maggio, e quella di Campobasso il 24. Episodi determinati da circostanze specifiche, ma che dall’inizio dell’anno si ripetono con una frequenza preoccupante e, sommati assieme, evidenziano problemi strutturali. Per rendersene conto basta guardare alcuni dei dati prodotti dal Sindacato autonomo della polizia penitenziaria (Sappe) relativi al 2018: oltre 7mila colluttazioni, più di mille ferimenti, 61 suicidi (1.198 quelli sventati), 91 evasioni e più di 10mila atti di autolesionismo.

Gesti di ordinaria disperazione che per il sindacato corrispondono a criticità evidenti e segnalate da tempo. «Ci portiamo dietro una grave carenza di organico – ricorda il segretario generale del Sappe, Donato Capece –. Siamo circa 37mila, divisi nella varie qualifiche, e fatichiamo a tenere testa alle esigenze operative. I detenuti attuali sono circa 61mila e un agente, in media, ha sotto il suo controllo dai 70 ai 100 detenuti.

Serve un ripensamento dell’operatività dei poliziotti penitenziari, meno servizi connessi alla sicurezza e più personale operativo 'in trincea'». Dei 37mila uomini a disposizione del Dap, infatti, solo 20mila sono impiegati nei servizi operativi a turno, gli altri si occupano appunto dei servizi cosiddetti 'connessi alla sicurezza detentiva', come ad esempio il piantonamento, le traduzioni in carcere o le scorte.

Ma sarebbe sbagliato ridurre tutto a una questione di quantità perché, come spiega ad AvvenireMauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti, ci sono almeno due ragioni che possono aiutare a spiegare questi episodi: «Innanzi tutto la sensazione di assoluta inessenzialità del carcere: prima magari ci si scontrava, anche con posizioni diverse, ma il carcere era al centro di un dibattito. Si aveva la sensazione di essere rilevanti. Adesso si riduce tutto a un problema numerico e di spazio – ragiona Palma –. L’altra questione è l’accentuazione di piccole regole che aumentano la conflittualità ». Il problema, insomma, è sempre lo stesso e sta nel modello di risposta al reato adottato finora. «Non possiamo puntare solo sul carattere punitivo della pena, che certo resta necessario – continua il Garante dei detenuti –. La società deve rispondere anche con un progetto sulle persone. Il tema va riaperto non va ristretto alla sola questione della vivibilità».

Eppure solo due anni fa si era iniziato un percorso che avrebbe potuto invertire la rotta. Allora alla guida del ministero della Giustizia c’era Andrea Orlando, ma la sua iniziativa, gli Stati generali del carcere, un tentativo di spostare la prospettiva della questione verso il reinserimento, non ha dato i risultati sperati. «Dal punto di vista legislativo, il percorso di riforma partito con gli Stati generali si è esaurito – osserva Alessio Scandurra dell’associazione Antigone –. Non mi pare ci sia l’intenzione di fare passi ulteriori». (Matteo Marcelli)

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