venerdì 10 aprile 2020
Per questa piccola comunità di circa settemila abitanti il problema vero è che hanno chiuso il Punto nascita. Ora nascono solo palermitani o trapanesi
L'isola di Pantelleria

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Pantelleria, aprile. Mentre in Italia – ‘u Continente, si dice qui – il dominio della Notizia è in mano a Sorella Morte, mai sentita così vicina, nell’Isola si dibatte sulla vita. Senza rendersi conto dell’eccezionalità del momento perché né la nave né l’aereo hanno sbarcato il coronavirus e quel che sappiamo – di luttuoso, di disperante – ce lo dicono la radio, la televisione, i rari giornali che arrivano per nave e quelli che sfogliamo sul tablet.

Perché per noi, piccola comunità di circa settemila abitanti ospite e padrona di questo paradiso di 85 chilometri quadrati, il problema vero è che ci hanno chiuso il Punto Nascita. Non nascono più panteschi, solo palermitani o trapanesi. Il malessere s’é propagato oltre il contesto sociostorico, quando si diceva – l’iniqua sanzione era già scattata anni fa – che é contro natura togliere all’isolano la sua identità che non ha solo contenuti anagrafici ma si fa forte di un dna specifico innestato nella terra e maturato nei secoli, dai fenici ai romani, dagli arabi agli ebrei, agli ispanici di Isabella, ai borbonici franzosi che piantarono la loro bandiera sull’Isola Che Non C’e’, comparsa eppoi sparita nel mare fra Pantelleria e Sciacca, il punto d’Italia più vicino, a 126 chilometri.

Mentre dalla mia terrazza vedo al tramonto il faro di Kelibia, il porto di Tunisi, a 75. Per dire, il prodotto identitario dell’agricoltura pantesca è l’uva zibibbo, lo Zubib alessandrino. D’Egitto. Eppoi, questa si chiama Isola di Terra, non è abitata da marinai e rari sono i pescatori, tutti agricoltori sono, sempre inginocchiati davanti a Madre Terra per raccogliere i capperi profumati o i grappoli d’uva dalla vite alta pochi centimetri, l’Alberello Pantesco dichiarato dall’Unesco “patrimonio immateriale dell’Umanita’”.

Ma stavolta la protesta per la chiusura del Punto Nascita ha un altro sostegno: le mamme in attesa di un figlio – qui i bimbi nascono ancora, a Dio piacendo – devono spostarsi in aereo o in nave per controlli o per partorire nelle due città siciliane rischiando di prendere e riportare a casa il maledetto virus.

Tutti abbiamo fatto qualcosa (un contatto autorevole, uno scritto irritato, s’é alleato a noi anche Domenico Mogavero, il vescovo di Mazara del Vallo e della nostra chiesa amministrata da generosi e serenissimi preti esotici, ieri c’erano gli africani, oggi i pakistani: siamo terra di missione) ma nessuno ci ha ascoltato, a Roma hanno in testa i morti, solo i morti, e si capisce, ma cosa gli costerebbe – scusate l’ironia – lasciarci vivere? Sapeste cosa vuol dire non conoscere il coronavirus! Sí, sappiamo che esiste ma qui non s’è mai visto e ne abbiamo tuttavia paura, temiamo che scenda dall’aereo o dalla nave in forma umana, come un turista. E la paura ci ha ammaestrato, tutti seguono le regole dettate da lontani e a volte indecifrabili decreti “romani” o “palermitani” ch’è lo stesso.

I bar sul porto, al paese, son tutti chiusi, come la cartoleria o la boutique dove d’estate fanno acquisti Susan Sarandon, Madonna, Julia Roberts, Michelle Pfeiffer, e il bar rendez–vous dove è facile incontrare il Maestro Muti o il Duca d’Aosta che s’intrattengono con gli amici mentre lí vicino c’è l’angolo dove gli africani sbarcati nell’Isola attendono la chiamata al lavoro e poco pià in là il negozio di alimentari per rumeni. Tutto chiuso. Pochi passanti.

Sono aperti i Carrefour ma non c’è fila, si va a fare la spesa con la mascherina, anche i guanti, e poi via a casa. Viene anche da ridere, onestamente, visto che non c’è un contagiato che uno. Eppure prevale la voglia assoluta di vivere, in questo piccolo grande popolo che non conta homeless o questuanti perché generosamente non fa mancar nulla a nessuno: è gente che nottetempo si buttò in mare a salvare un barcone di africani travolto da una di quelle terribili mareggiate che qui s’improvvisano in pochi minuti. Alcuni naufraghi son rimasti, ad esempio un padre con dei piccolini (una foto storica dei Carabinieri è proprio quella di un militare che tiene in braccio un neonato appena strappato al mare mentre la mamma spariva per sempre fra le onde) bimbi spaventati che ora vedi giocare a pallone in piazza, cresciuti bravi panteschi; è rimasto anche il barcone, lí, davanti al mare, come un monumento di paura e minaccia: mai più uno sbarco, da allora.

Stupisce – me “straniero” importato dalla Romagna Felix e operosa, canterina e gaudente – la disciplina pubblica di questa gente che di ’sti tempi, e già da mesi, aspettava ballando, come sempre, l’arrivo della Pasqua da celebrare nella chiesa matrice molto somigliante a una moschea o nel Santuario della Madonna della Margana, dov’è l’effige di Maria (dipinta nell’857 per i frati di san Basilio) che fu portata in processione fino alla Balata dei Turchi, la grande lingua di pietra che entra in mare, dove con Lei furono respinti gli invasori ottomani.

Tutto si fa, ordinatamente, senza proteste, anche pregando, per respingere questa volta il Virus. Spaventati, non isterici. Ci avvertirono ch’erano sbarcati all’aeroporto alcuni turisti di ritorno, quelli che hanno le case più belle (i Dammusi) dalle parti dell’Elefante, monumento marino: bergamaschi – ci dissero – quando Bergamo era già un cimitero, ma il decreto non ci aveva ancora blindato, furono accolti e invitati alla quarantena nelle loro belle dimore fra cielo e mare, boschi e scogliere con siepi di solari ginestre e corbezzoli.

Fra un cielo–e–mare come un dipinto del Beato Angelico (lo conosco bene perché ho studiato nel suo convento, alla Badia Fiesolana) fra nuvole grigiazzurre e acque trasparenti che rivelano fondali viventi, aspettiamo il Giudizio Universale o meglio ancora la fine di un incubo obbedendo agli ordini romani, scrupolosamente seguiti dagli obbedientissimi Carabinieri. Non dico «io resto a casa» perché mi sembrerebbe d’irridere chi deve resistere in pochi metri quadri. Se potessi, vorrei tutti qui, fra gli ulivi, le palme e i carrubi, nel giorno che il coronavirus ha trasformato in festa dei separati. Buona Pasqua.

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