sabato 21 gennaio 2023
Il mafioso Mazzagatti, all’ergastolo in regime duro, gestiva le imprese confiscate con i familiari
La vita dei boss al 41bis: ordini e legali conniventi
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L’arresto e la detenzione di Matteo Messina Denaro rinfocolano il dibattito sul 41bis, il cosiddetto “carcere duro” per mafiosi e terroristi. C’è chi chiede di ammorbidirlo, ma nuovi casi di mafiosi che continuano a comandare e mandare ordini dal carcere inviterebbero invece a renderlo ancora più stringente. L’ultimo caso è proprio di ieri. Pietro Nìcola Mazzagatti, boss di Barcellona Pozzo di Gotto, all’ergastolo per due omicidi e vari altri gravi reati, in carcere al 41bis, era riuscito a rientrare in possesso dei beni che gli erano stati confiscati nel 2019, ben 32 milioni di euro. Gli investigatori della Dia, coordinati dalla Procura di Messina, hanno scoperto che tramite alcuni familiari, incontrati in carcere, interveniva nella gestione delle aziende confiscate, dettando puntuali indicazioni in merito al personale da assumere e ai ruoli da svolgere, all’individuazione dei fornitori, ai rapporti con la clientela ed alla cura dei locali, giungendo persino ad interloquire sui compensi dei dipendenti. Fino alla definizione di una strategia finalizzata alla locazione delle imprese in confisca ad un terzo soggetto prestanome. Questi, attraverso la costituzione ad hoc di una società “pulita”, ha consentito ai familiari del detenuto di rientrare, per suo tramite, nel pieno possesso delle imprese. «Il mafioso mandava le sue direttive al clan attraverso gli incontri coi familiari, che siamo riusciti a monitorare attraverso le intercettazioni ambientali e telefoniche», ci spiega un investigatore siciliano, aggiungendo che «è necessario mettere a punto delle regole per rendere ancora più difficili queste comunicazioni».

Quello di ieri non è un caso isolato. Lo scorso 6 dicembre è stata condannata a 15 anni e 4 mesi l’ex avvocato di Canicattì Angela Porcello, cancellata dall’albo dopo l’arresto nell’ambito dell’operazione “Xydi” del 2 febbraio 2021. La penalista, compagna del mafioso Giancarlo Buggea (condannato nello stesso processo a 20 anni), è accusata di aver trasformato il suo studio legale, in via Rosario Livatino, nel quartier generale del mandamento di “cosa nostra”, veicolando all’esterno del carcere i messaggi del boss Giuseppe Falsone, al 41bis. Anche in quel caso era stato possibile scoprire le strategie mafiose grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali. L’inchiesta stringeva il cerchio sulla rete di fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro (in alcune intercettazioni è citato dai mafiosi) ed era coordinata dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Paolo Guido, lo stesso magistrato che ha condotto l’operazione che ha portato all’arresto del superlatitante. Agrigento è, infatti, parte del territorio dominato dal boss di Castelvetrano. E sull’Agrigentino il procuratore Guido non ha smesso di indagare. Appena cinque giorni prima dell’arresto di Messina Denaro, aveva coordinato l’operazione “Condor” fra Licata, Palma di Montechiaro e Canicattì, seguito dell’operazione “Xydi”. Intrecci che continuano. Così come il tema del 41bis e del ruolo degli avvocati.

Messina Denaro ha scelto come difensore la nipote Lorenza Guttadauro. Una sorpresa? Il marito Girolamo Bellomo ha una condanna a 10 anni, il padre Filippo (la madre Rosalia è sorella del boss) è stato condannato per mafia a 14 anni, anche il fratello Francesco ha avuto problemi giudiziari e, come abbiamo scritto due giorni fa, “controllava” per conto dello zio il centro commerciale Belicittà, fiore all’occhiello dell’impero economico di “ u’siccu”. Parentele scomode. Nel passato la Cassazione aveva dichiarato non sussistente l’incompatibilità quando aveva assunto la difesa del marito. Ora sicuramente molti occhi e orecchie seguiranno i suoi incontri con l’ingombrante zio.

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