giovedì 19 ottobre 2017
Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani: va rivista la pastorale per l'alto numero di reclusi stranieri
Detenuti nel carcere Regina Coeli di Roma (Reuters)

Detenuti nel carcere Regina Coeli di Roma (Reuters)

«È un ministero faticoso, ma meraviglioso». Don Raffaele Grimaldi, cappellano per 23 anni a Secondigliano, non ha dubbi. Da gennaio ispettore generale dei cappellani delle carceri, a conclusione del consiglio pastorale nazionale dei delegati regionali illustra i passi intrapresi e gli obiettivi di questa pastorale di frontiera: il consiglio pastorale allargato, con l’inclusione del vescovo di Cerignola Luigi Renna e di suor Annuccia Maestroni come referente nazionale delle suore impegnate in carcere. Poi il prossimo convegno nazionale, messo in cantiere, dal 22 al 24 ottobre 2018 a Napoli, con tutti i protagonisti della pastorale dei detenuti, cappellani, religiose, volontari. E infine un’intesa ecumenica con i sacerdoti ortodossi romeni che volontariamente visitano i connazionali in cella.

Il consiglio pastorale è stata anche l’occasione per ragionare su un tema delicato: «Con il vescovo Silvano Maria Tomasi, segretario delegato del Dicastero per lo sviluppo umano integrale, abbiamo affrontato il tema della scomunica ai corrotti e mafiosi. La nostra presenza in carcere – dice don Grimaldi – vuole essere un aiuto al detenuto perché prenda coscienza del suo male. E invitarlo alla conversione e alla riparazione. Una presenza di Chiesa che non giustifica il male, ma testimonia la Misericordia». Oggi comunque la principale difficoltà pastorale, spiega il cappellano, «è la presenza, nelle carceri da Roma in su, di un gran numero di detenuti stranieri. A Secondigliano tuttora su 1.250 detenuti, gli stranieri sono un centinaio. Nei penitenziari del Centro e del Nord Italia invece quasi la metà sono nordafricani, romeni, albanesi. Questo impone una revisione della nostra missione: un conto è incontrare persone battezzate, altra cosa è confrontarsi con detenuti di religioni diverse».

La presenza dei detenuti esteuropei è anche l’occasione per un lavoro ecumenico, spiega don Grimaldi: «Il 3 ottobre scorso ho invitato al santuario del Divino Amore a Roma tutti i sacerdoti romeni ortodossi – dice – che in Italia da volontari già visitano i loro connazionali detenuti. Ne sono arrivati venticinque da Roma, Chieti, Catania, Reggio Calabria. Con loro c’era il vicario del vescovo ortodosso di Roma. Non sono veri e propri cappellani, ma ho chiesto loro di vivere in profonda comunione la nostra comune missione».

E per i musulmani? L’Islam non ha l’equivalente dell’opera di misericordia «visitare i carcerati». Anzi, considera fuori dalla comunità chi delinque: gli imam non entrano in carcere. «Noi cappellani siamo visti comunque dai detenuti musulmani come un punto di riferimento, non solo per le necessità materiali. Siamo comunque una figura in comunione con tutti».

Il sovraffollamento, spiega don Grimaldi, è ancora un problema, nonostante i passi avanti fatti dall’amministrazione. «Ma ce ne sono molti altri». Uno è l’estrema povertà materiale di molti: «Dobbiamo aiutarli in tutto: non hanno gli indumenti, il necessario per l’igiene personale, nemmeno la scheda telefonica per chiamare la famiglia. Ci aiutano le Caritas diocesane, e un volontariato laico preparato e motivato. In un carcere da 80 posti il cappellano può cavarsela da solo. Ma a Rebibbia o Secondigliano è impossibile». Tra i problemi quotidiani l’ispettore cita anche la burocrazia: «Noi e i volontari siamo bene accolti dalle direzioni e dalla polizia penitenziaria, anche solo perché contribuiamo a creare un clima più sereno. Ma organizzare una qualsiasi iniziativa è sempre una grande fatica». Un ministero mai facile, in ogni caso: «Dobbiamo essere uomini di ascolto, affrontare storie di grande sofferenza. Non abbiamo la bacchetta magica, ma dietro di noi c’è la Chiesa che ci invia. In carcere c’è una comunità cristiana: forse disobbediente, che ha fatto sbagli, ma che attende un annuncio. E i cappellani debbono fare da ponte tra carcere e parrocchie, coinvolgere le comunità 'fuori', perché la pastorale 'dentro' non diventi debole o nascosta».

Dalla loro i cappellani hanno il magistero di Francesco: «Le parole e i gesti del Papa hanno fatto crescere l’attenzione sul carcere della società e anche della politica. A maggio 2016 a Strasburgo ci ha espresso la sua gratitudine 'per la nostra difesa della dignità umana'. Come diceva don Oreste Benzi, 'la persona non è mai il suo errore'. I detenuti devono scontare una pena, ma non devono sentirsi emarginati, esclusi, marchiati. Lo dico sempre ai cappellani: ricordate ai fratelli detenuti che conservano comunque la dignità di Dio».

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