sabato 8 giugno 2013
Siti inaccessibili: sono stati «tombati» e allagati. Il vecchio minatore: «Quello che succedeva lì dentro non si doveva far sapere Tutti i miei compagni sono morti di tumore».
«Quello che succedeva nella miniera? Nessuno lo doveva sapere». Michele Martino più che del reduce ha l’aspetto del sopravvissuto. Lui alle ipotesi peggiori ci crede. Lo storico cappellano dei minatori, don Giovanni Messina, è invece più cauto. Ricorda, però, di quando gli operai gli parlavano «di cunicoli a cui veniva vietato l’accesso, perché lì avvenivano certi esperimenti».La verità è nascosta sotto tonnellate di detriti e milioni di metri cubi d’acqua. La miniera di Pasquasia, tra Enna e Caltanissetta, dopo la chiusura nel ’92 è stata volutamente "tombata", imbottita di terriccio e quasi del tutto allagata. Tutto questo, in teoria, per metterla in sicurezza ed evitare crolli. Ma a sigillare i fatti è arrivato anche, nel 2008, il silenzio di Stato. Il 16 aprile di quell’anno venne pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che regolava, fra l’altro, i criteri per l’individuazione dei «luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato». Al punto 17 della normativa firmata dall’allora premier Romano Prodi, si fa riferimento oltre che agli «impianti civili per produzione di energia», anche ad «altre infrastrutture critiche». Tra questi i centri esplorati dall’Enea, l’Ente per la verifica energetica, per studiare la possibilità di stivare i fanghi e le scorie delle centrali nucleari. Fino a quando quei siti non saranno liberati dall’obbligo dell’oblio, ogni indagine della magistratura rischia di infrangersi contro divieti di Stato. Perciò i ricordi di chi per dare da mangiare ai figli frequentava il buio e il puzzo di zolfo, sono materiale prezioso per l’inchiesta che sta conducendo la procura di Caltanissetta su un altro giacimento, quello di Bosco Palo, non lontano da Pasquasia. Come hanno rivelato due giovani reporter siciliani, Rosario Sardella e Saul Caia, nella straordinaria video-inchiesta "Miniere di Stato", la documentazione degli enti ambientali incaricati di verificare l’eventuale presenza di radioattività, contiene affermazioni ambigue. Il livello di radiazioni esterno alla miniera di Pasquasia, dunque in superficie, viene «verosimilmente» attribuito al tipo di potassio presente nel sottosuolo. E con quel «verosimilmente» i tecnici non hanno voluto escludere altra e ben più preoccupante origine. Inoltre nessun carotaggio è stato effettuato in profondità. Lo strumento usato per rilevare la radioattività «non permette – si legge ancora nella relazione sulle ricerche condotte a Pasquasia – di identificare l’emettitore o le emettitrici della radiazione ionizzante prodotta». Non si conosce con certezza assoluta, dunque, l’origine della radioattività e non è possibile, allo stato attuale, togliersi ogni residuo dubbio. Colpa della "sepoltura" ordinata all’indomani della chiusura del giacimento. E merito del "segreto di Stato" che impedisce di andare a fondo. «La logica ci dice – spiega un ricercatore del Cnr, che chiede l’anonimato – che se le radiazioni sono a un livello considerato non allarmante in superficie è perché nel sottosuolo c’è qualcosa di davvero scottante. Un nocciolo che viene "schermato" dalla miniera, ma nonostante questo riesce ad affiorare». Nessuno, però, ha svolto indagini sui corsi d’acqua e i terreni agricoli. «Quelle stesse radiazioni – osserva lo scienziato – così come sono in grado di scalare la miniera dall’interno, emergendo in superficie in quantità limitata rispetto all’energia originaria, possono spargersi ancora più in profondità, infiltrandosi nei corsi d’acqua e dunque nel ciclo vitale». Ipotesi, solo ipotesi. Ma che certo potrebbero essere una spiegazione ai tassi di tumore che colpiscono la popolazione della zona meno industrializzata d’Italia, ma nella quale, incomprensibilmente, si registrano malattie ematiche che superano del 108% la media nazionale. Don Giovanni Messina è scettico sulla possibilità che a Pasquasia siano state stivate illegalmente scorie nucleari. Il 29 giugno saranno cinquant’anni di sacerdozio. E ne ha visti di "carusi" entrare in miniera che non avevano ancora la barba e uscirne con la gobba e le rughe. Ogni tanto qualcuno riemergeva in tempo per l’estrema unzione. Altre volte era già troppo tardi. Michele Martino pensa che non fosse solo colpa della silicosi che affliggeva i minatori. Quelli della sua squadra il vecchio Michele va a trovarli regolarmente. Al cimitero. «Erano cinque, un turno a testa, perché quello era il posto peggiore. Si lavorava con l’uranio, per dividere la kainite dalle altre sostanze, ma anche gli altri impiegati che passavano di là sono quasi tutti morti». All’epoca non avevano paura, «perché si lavorava e c’era ricchezza. Ma di quello che succedeva lì dentro non si doveva parlare». C’è dell’altro e quel qualcosa d’altro ora è agli atti dell’inchiesta non a caso affidata a Lia Sava, della procura distrettuale antimafia di Caltanissetta. Nel Vallone, quell’alveo di zolfo e sale nel cuore della Sicilia, c’è attesa per gli imminenti sviluppi dell’indagine. La volta buona per riportare verità e dare giustizia a quanti oggi muoiono senza neanche sapere il perché. Prima o poi bisognerà scavare nei giacimenti abbandonati e nel passato delle istituzioni. Nel 1977 l’allora Comunità europea annoverava nell’elenco dei 134 siti italiani idonei ad ospitare un deposito geologico per i rifiuti radioattivi, una dozzina di località siciliane. C’erano diverse miniere tra Enna e Caltanissetta, tra cui Regalbuto, Agira, Assoro e Villapriolo, oltre che Salinella e Pasquasia. In alcune furono svolti esperimenti per testare la resistenza alle scorie radioattive. Con quali mezzi, quali minerali, e quale livello di sicurezza tecnologica, non è ancora dato saperlo. Michele Pennisi, ora arcivescovo di Monreale, ma fino a pochi mesi fa pastore della diocesi di Piazza Armerina (Enna), ha dedicato studi approfonditi all’epopea dei giacimenti. Nella prefazione ad un saggio sull’argomento, il presule ricordava come «nell’ultimo decennio dell’Ottocento in Sicilia veniva prodotto quasi il 90 % dello zolfo mondiale», ma agli inizi degli anni sessanta del Novecento «il prodotto siciliano, nonostante le agevolazioni regionali, rappresentava solo il 2% del mercato mondiale», per scomparire definitivamente poco più di un decennio fa. Una crisi che ha determinato «la cessazione dell’attività lavorativa di varie centinaia di persone e l’abbandono di un patrimonio i cui segni persistono attraverso le strutture fatiscenti del bacino minerario ridotto ad un cimitero industriale». E lì, da qualche parte, qualcuno ha provato a seppellire scomode verità.
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