venerdì 19 aprile 2019
Secondo l'accusa, il leghista avrebbe intascato una tangente di 30mila euro. Indagine nata a Palermo nell'ambito del settore eolico. Di Maio: dovrebbe dimettersi. Salvini: piena fiducia in lui
Il sottosegretario ai Trasporti Armando Siri (Lega)

Il sottosegretario ai Trasporti Armando Siri (Lega)

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Il giorno più nero del governo giallo-verde inizia presto, non appena si diffonde la notizia di un’inchiesta per corruzione fra Palermo e Roma. Fra gli indagati, spicca il nome del sottosegretario leghista ai Trasporti Armando Siri. I pm romani ipotizzano l’esistenza di una tangente da 30mila euro, da parte di un professore vicino alla Lega e ritenuto in affari con un imprenditore agli arresti per contiguità con la mafia, per indurlo a scrivere un emendamento da inserire nel Def 2018, così da favorire l’erogazione di contributi a imprese di energie rinnovabili.

Una norma tuttavia mai approvata. «Non ho fatto niente di male, non ho ragioni per dimettermi», si difende Siri. Ex giornalista di Mediaset, è considerato l’ideologo della flat tax, misura di bandiera del Carrroccio. Non è nuovo alle vicende giudiziarie: nel 2014, ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi per bancarotta fraudolenta. La Lega fa quadrato attorno a lui, confermandogli «piena fiducia» e auspicando «che le indagini siano veloci per non lasciare nessuna ombra».

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Ma non appena la notizia deflagra sui social network e nei tg, M5s insorge: «Sarebbe opportuno che il sottosegretario Siri si dimettesse. Gli auguro di risultare innocente e siamo pronti a riaccoglierlo nel governo, quando la sua posizione sarà chiarita – incalza il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio –. Non so se Salvini sia d’accordo con questa mia linea intransigente, ma è mio dovere tutelare il governo e l’integrità delle istituzioni. Un sottosegretario indagato per fatti legati alla mafia è un fatto grave. Non è più una questione tecnico-giuridica, ma morale e politica». Poco dopo, si fa sentire il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, che dispone «il ritiro delle deleghe al sottosegretario, in attesa che la vicenda giudiziaria assuma contorni di maggiore chiarezza, si legge in una nota del ministero.

La mossa, non concordata, spiazza e irrita i leghisti, col capogruppo al Senato Massimiliano Romeo che parla di «due pesi e due misure per M5s. Se c’è un indagato fra loro, va avanti e bisogna aspettare il primo grado di giudizio. Se riguarda altri partiti, come per esempio il nostro, allora gli si butta subito la croce addosso. Noi, di questa scelta di ritirare le deleghe, abbiamo appreso dalle agenzie di stampa. Ci saranno sviluppi». A questo punto, lo scontro diventa senza esclusione di colpi. Il vicepremier leghista Matteo Salvini traccia la linea da difendere: «Siri non si deve dimettere. C’è solo un’iscrizione nel registro degli indagati e, solo se sarà poi condannato, dovrà mettersi da parte». Poi osserva: «Io non avrei tolto le deleghe, ma evidentemente Toninelli e Di Maio la pensano in modo diverso». A quel punto, i suoi hanno già lanciato la controffensiva, con la ministra Erika Stefani fra i primi nel tirare in ballo l’altro caso di giornata, che riguarda la sindaca di Roma Virginia Raggi e l’audio di alcune sue dichiarazioni imbarazzanti sui conti dell’Ama e sulla situazione della Capitale, diffuso dal settimanale l’Espresso.

Dal Movimento, la replica è tagliente: «È una goffa ripicca la richiesta leghista di dimissioni del sindaco Raggi. Non c’è nessuna notizia d’indagine in corso, mentre sull’indagine nei confronti di Siri sembra esserci la mafia di mezzo. Non scherziamo». Ma dalle parole si passa ai fatti. E dal fronte leghista, la prima ritorsione politica è pronta e riguarda il possibile inserimento della norma «Salva Roma» nel decreto crescita: era stata ipotizzata, ma ora il Carroccio chiede di stralciarla.

Nel mezzo della bufera, il premier Giuseppe Conte vede la la nave del governo beccheggiare bruscamente e prova a riprenderne il timone: «Non esprimo una valutazione, come premier avverto il dovere e la sensibilità di parlare con il diretto interessato, Armando Siri. Chiederò a lui chiarimenti e all’esito di questo confronto valuteremo». Il premier ricorda però alla Lega che il «contratto prevede che non possano svolgere incarichi ministri, e io dico, sottosegretari sotto processi per reati gravi come la corruzione».

Un modo garbato per prendere tempo, ma anche per ricordare come la partita interna alla maggioranza sulle possibili dimissioni di Siri rimanga aperta. Ma in serata, arrivando in Senato, il sottosegretario si dice «allibito. La Lega è compatta e io resto dove mi trovo». E ai cronisti che gli chiedono aggiornamenti sulle deleghe ritirategli dal ministro Toninelli, Siri risponde tranchant: «La penso come Salvini».

Per Siri ipotesi corruzione per una presunta mazzetta

L’imprenditore «spregiudicato», il professore universitario con entrature nella politica e l’esponente di governo. Gira attorno a questo triangolo e a una presunta tangente di 30mila euro, l’indagine del procuratore aggiunto romano Paolo Ielo e del pm Mario Palazzi. È nata da una costola dell’inchiesta dei pm di Palermo, Paolo Guido e Gianluca De Leo, partita un anno e mezzo fa. Una parte del fascicolo è stata poi inviata a Roma, perché riguardava appunto una presunta tangente (forse promessa, ma non è chiaro se effettivamente erogata) nella Capitale. Secondo i pm, sarebbe dovuta servire a convincere il sottosegretario leghista ai Trasporti Armando Siri a introdurre nel Def un emendamento in grado di favorire alcuni imprenditori nel settore delle energie rinnovabili.

La presunta tangente

Il nome di Siri emerge da un’intercettazione disposta dalla Procura di Palermo, che stava indagando su un presunto giro di mazzette collegato ad alcune persone, fra cui il "re dell’eolico" Vito Nicastri (sospettato di aver finanziato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro) e Paolo Franco Arata, ex deputato di Forza Italia e ora ritenuto vicino alla Lega. A Palermo, Arata viene indagato per corruzione, perché ritenuto socio occulto di Nicastri in attività legate alle energie alternative. In una conversazione, in presenza di terzi, parla col figlio Franco (a sua volta indagato) di una mazzetta di 30mila euro. Ma l’audio della conversazione intercettata, in alcuni passaggi, è poco comprensibile. E dunque, per gli inquirenti non è chiaro se i soldi siano stati consegnati o lo debbano essere. Le frasi comprensibili consentono ai pm di ritenere che il luogo dello scambio sia a Roma e che il presunto destinatario sia il sottosegretario Siri. Poi gli inquirenti annotano appuntamenti, conversazioni e incontri tra Arata e Siri, che finisce per essere intercettato "indirettamente": essendo senatore, e dunque coperto da immunità parlamentare, l’uso delle sue intercettazioni dovrà essere autorizzato da Palazzo Madama.

La tranche romana

A quel punto i magistrati palermitani inviano il fascicolo ai colleghi della procura di Roma. Ieri, con un decreto dei pm capitolini, sono state eseguite perquisizioni in appartamenti nella disponibilità di Arata a Roma, Genova e Castellammare del Golfo, in auto usate dagli indagati, in una cassetta di sicurezza e nelle sedi legali di quattro società. Il quadro accusatorio, rispetto al senatore leghista, poggia su una sua presunta «incessante attività promossa da Siri per l’approvazione delle norme» nel settore eolico. Secondo i pm, nella «duplice veste di senatore e sottosegretario alle Infrastrutture» avrebbe asservito «funzioni» e «poteri a interessi privati». La proroga di indagine, firmata dal gip di Roma, è stata notificata a Siri ieri mattina. L’accusa è di corruzione. Ma dal suo staff dicono: di energia e di eolico «non si è mai occupato». E lui stesso si dice tranquillo: «Ho sempre rispettato le leggi. Non so di cosa si tratti, devo prima leggere e capire».

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