mercoledì 13 giugno 2018
Il 26 ottobre Giovanni Paolo II riunisce leader di Chiese e religioni. Avvenire dà spazio anche alle voci critiche, con una certezza: «È una svolta nella storia»
1986 - Il vento di Assisi vince ogni ostacolo

«Sul diario della storia degli uomini domani verrà scritta una pagina nuova». La portata storica dell’incontro di preghiera di Assisi, voluto da Giovanni Paolo II, è immediatamente sottolineata dal direttore di Avvenire, Guido Folloni, nel suo fondo del 26 ottobre 1986. «Per la prima volta – prosegue – i capi e i rappresentanti di tutte le religioni si trovano ad Assisi, riuniti nello stesso luogo, con analoghi intenti».

Quella di Wojtyla fu una delle decisioni più controverse. Dubbiosi e contrari non mancavano, nella Chiesa e nella Curia romana. Come al solito, il Papa tirò dritto. Avvenire non nasconde le obiezioni (due su tutte: il sincretismo e la sostanziale inutilità pratica dell’evento). Scrive ancora Folloni alla vigilia: «I rappresentanti di quasi cinque miliardi di uomini chiedono la pace pregando. Non accadrà "altro che questo": lo ha spiegato chiaramente Giovanni Paolo II, che ha promosso l’incontro. Nessun irenismo. Nessuno svenamento della religione in sincretismo etico, di vago stampo umanistico. Il segno è chiaro: la comune corale attestazione della dimensione religiosa dell’uomo, la coscienza che la pace deve essere chiesta a Dio». Il giorno prima era stato Beppe Del Colle (titolo: «Dal pacifismo alla pace») a ribadire: «Ad Assisi non ci sarà alcun pericolo di strumentalizzazioni; la parola pace avrà un solo significato e una sola sostanza, perché sarà riferita a un unico Referente, che non è schierato da nessuna parte».

Comunque qualche ambizione "politica" Assisi l’aveva. Per il 27 ottobre 1986 viene chiesta una giornata di tregua universale. Tacciano le armi. Come andò? Non bene ma benissimo. La tregua fu rispettata quasi ovunque. Ecco il titolo d’apertura di martedì 28 ottobre: «La preghiera ha zittito le guerre. Dalla Cambogia all’America Latina, con poche eccezioni le armi hanno per un giorno fatto tacere la loro lugubre voce di morte». L’inviato Pier Giorgio Liverani ricorda le cifre e il significato dell’evento: «Sessantotto rappresentanti di dodici grandi confessioni si sono radunati per pregare per la pace senza nascondere le loro differenze, ma riconoscendo che li accomuna la fiducia, ciascuno a suo modo, in Dio».

Avvenire schiera una folta pattuglia di inviati. Il vaticanista Fabio Zavattaro segue il Papa. Liverani a pagina 2 stende un’accurata cronaca della straordinaria giornata. Luigi Offeddu è sguinzagliato per Assisi e intinge i polpastrelli nella tavolozza, concedendosi una parentesi di poesia. Il 26 s’immerge nell’autunno umbro: «Un vento freddo taglia le stradine di Assisi e sui campanili e sui morbidi profili dei colli c’è già il cielo dell’autunno». Il 28 il meteo si riscatta e il cielo partecipa generoso all’evento: «Alle 9 precise un arcobaleno impetuoso si apre la strada tra le nuvole nerastre e avvolge la figura del Papa che abbraccia il Dalai Lama». Questa dell’«arcobaleno che avvolge impetuoso il Papa» è immagine ardita assai, ma l’eccezionalità dell’evento consente tutto, proprio tutto.

Luigi Geninazzi commenta e, all’indomani di Assisi, partirà con una serie di interviste ai protagonisti della cultura italiana, a cominciare da Norberto Bobbio (scettico). Stupore? No. Avvenire non si lascia prendere la mano dall’entusiasmo e non costruisce pagine a senso unico, anzi. Il 28 ottobre dedica ad Assisi ben 6 pagine, dando spazio anche a voci critiche. A pagina 2 Ernesto Galli Della Loggia firma un intervento assai duro: «L’incontro di Assisi non mi accende alcun entusiasmo, alcuna speranza, e al limite neppure alcun interesse.

Ad Assisi mi sembra si sia svolta né più né meno che una specie di sessione religiosa delle Nazioni Unite», senza alcun risultato. Più benevolo, a pagina 3, è Massimo Fini: Assisi «mi pare il segno di una sfida grandiosa dei valori spirituali, da qualunque parte provengano, a quel materialismo povero, a quell’edonismo straccione cui è ridotta la cultura laica oggi largamente dominante». Criticissimo è Paolo Flores D’Arcais a pagina 4: «La religione (le religioni) ha titoli speciali per farsi paladina e veicolo di pace? La pace, intesa come convivenza nella pari dignità istituzionalmente riconosciuta, esige la pratica rigorosa del principio di tolleranza, dunque anche il dubbio (...). Non vi può essere pace laddove qualcuno sia convinto di possedere la verità, ma al massimo sospensione delle ostilità». Rodolfo Doni a pagina 5 replica alle obiezioni di chi dice che Assisi non serve a nulla, e lo fa con le parole dell’uomo di fede: «C’è un piano di Dio nella storia. È la conquista dell’amore verso il quale, come porto finale, l’umanità è condotta. Occorre che "un popolo piccolo", allora il popolo ebraico, oggi l’intero popolo credente riunito ad Assisi, collabori a questo piano. Siamo a una svolta della storia».
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