lunedì 5 marzo 2018
L'assassino, 65 anni, poi non ha avuto il coraggio e ha deciso di colpire un'altra persona per finire in carcere.
La polizia sul luogo dell'omicidio, il ponte Amerigo Vespucci a Firenze (Lapresse)

La polizia sul luogo dell'omicidio, il ponte Amerigo Vespucci a Firenze (Lapresse) - LaPresse

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Sei colpi d’arma da fuoco a mezzogiorno, in uno dei luoghi più presidiati e controllati della città, hanno fatto ripiombare improvvisamente Firenze nell’incubo della strage del dicembre 2011. Anche stavolta a cadere sull’asfalto, falciato da una raffica di colpi di pistola, è stato un cittadino senegalese, Idy Diene, venditore ambulante di 54 anni. A nulla sono valsi i tentativi di rianimazione operati sul posto dai sanitari: l’uomo è deceduto all’istante sul ponte Vespucci, a due passi dal centro storico e a poche centinaia di metri dal Consolato degli Stati Uniti, presidiato giorno e notte dai camion dell’esercito per l’Operazione Strade sicure. Ed è stata proprio una pattuglia di paracadutisti della Folgore in servizio presso la sede consolare a individuare e a bloccare l’omicida, in una delle strade limitrofe, dopo aver udito gli spari.

Il fermato è Roberto Pirrone, 65 anni, residente a Firenze. L’uomo, secondo le dichiarazioni rese alla polizia, sarebbe uscito di casa con l’intenzione di suicidarsi finendo poi per sparare e uccidere un passante. Nella sua abitazione gli inquirenti avrebbero trovato una lettera di addio indirizzata alla figlia nella quale l’uomo spiegava i motivi per cui aveva deciso di uccidersi. Problemi di natura economica lo avrebbero spinto a togliersi la vita. Poi, sempre stando a quanto lui stesso ha raccontato agli agenti, avrebbe invece deciso di sparare a un passante, uccidendolo a bruciapelo. Secondo quanto emerso, Pirrone è un collezionista di armi – il suo profilo Facebook è pieno di immagini di fucili e pistole –; in casa sua sono stati trovati anche alcuni cimeli dell’ex Unione Sovietica ma non avrebbe alcun legame con gruppi politici.

Il movente razziale è stato finora escluso dal procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, che ha cercato di fugare qualsiasi paragone con i fatti accaduti qualche settimana fa a Macerata. Ma a Firenze la memoria è corsa subito alla strage del 13 dicembre del 2011 quando Gianluca Casseri, un simpatizzante di estrema destra, sparò uccidendo due senegalesi ferendone gravemente altri tre, prima di suicidarsi. Per questo, fin dal primo pomeriggio di ieri, è salita la tensione all’interno nella comunità senegalese presente in città. Alcune decine di immigrati hanno inscenato una protesta sul luogo dell’omicidio del loro connazionale bloccando una carreggiata del ponte per alcune ore, poi hanno dato vita a un corteo improvvisato attraversando le strade del centro cittadino. Pape Diaw, storico portavoce della comunità senegalese di Firenze, ha sfogato tutta la sua rabbia.

«Dicono che non c’è un movente razziale? Qui un bianco ha preso la pistola e ha ammazzato un nero e ci dicono che non è razzismo. Ditemi voi cos’è». In serata l’imam di Firenze e presidente Ucoii, Izzedin Elzir, ha provato a stemperare i toni, affermando che «adesso non è il tempo delle divisioni, dobbiamo stringerci nel dolore intorno alla famiglia e alla comunità colpita da questo dramma». Per una tragica ironia della sorte, la vittima di ieri era parente di Samb Modou, uno dei senegalesi uccisi nel 2011.

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