mercoledì 9 ottobre 2019
L'Italia bocciata definitivamente: dovrà rivedere la legge che nega benefici sulla pena ai condannati per mafia o terrorismo che non collaborano con lo Stato
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Non ci sarà un’ulteriore decisione. All’Italia, la Corte Europea dei diritti dell’uomo chiede di riformare la legge sul cosiddetto "ergastolo ostativo", che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia.
La Cedu, ieri, ha rifiutato infatti la richiesta di un nuovo giudizio avanzata dal governo italiano dopo la condanna del 13 giugno scorso. Con quella sentenza, che ora diventa definitiva, la Corte di Strasburgo ha stabilito come la norma sull’ergastolo ostativo violi il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Ma l’esecutivo e buona parte del Parlamento italiano criticano la decisione e non paiono propensi a modificare la legge, sulla quale comunque entro ottobre è chiamata a pronunciarsi la Corte costituzionale.

Le argomentazioni della Cedu.
In concreto, la Cedu si è pronunciata sul ricorso del detenuto Marcello Viola, all’ergastolo dagli anni ’90 per associazione mafiosa, omicidi plurimi, sequestro di persona e altri reati. Viola (che in carcere ha conseguito due lauree) finora non ha mai collaborato con la giustizia e perciò gli sono stati rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. Ma la Corte afferma che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della decisione di non collaborare. I giudici ritengono che «la non collaborazione» non implichi necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, o che sia ancora in contatto con gruppi criminali o ancora che perciò costituisca un pericolo per la società.
Nell’interpretazione della Corte, la scelta di collaborare con la giustizia non è totalmente libera (come invece ritiene l’esecutivo italiano), ma può dipendere da altri fattori, come il timore di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Così come, argomenta la Cedu, non è detto che collaborare comporti sempre un pentimento e la fine dei rapporti con altri criminali. Nella sentenza la Corte non dice che Viola debba essere liberato, ma che l’Italia debba cambiare la legge, in modo che la collaborazione non sia l’unico elemento che impedisce di avere sconti di pena.

Il no del Guardasigilli.
Il verdetto di Strasburgo viene accolto da governo e Parlamento con un misto di contrarietà e scetticismo. Se il premier-avvocato Giuseppe Conte non commenta, protestano invece il Guardasigilli Alfonso Bonafede («Non condividiamo nella maniera più assoluta la decisione, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano») e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto».
Duri anche i commenti di diversi esponenti di maggioranza e di opposizione: «La sentenza permetterà a tanti altri ergastolani di poter adire le vie legali, ma non c’è solo la questione dei risarcimenti milionari – lamenta il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra (M5s) –. C’è soprattutto l’offesa che è stata fatta alla memoria di Falcone, Borsellino e tante altre vittime della mafia». Si dice «preoccupato» anche il senatore Pietro Grasso (Leu), mentre la leader di Fdi Giorgia Meloni ritiene la decisione «scandalosa, è evidente che a Strasburgo non hanno alcuna idea dell’enorme tributo di sangue versato dall’Italia. Il carcere a vita per i mafiosi non si tocca».

I ricorsi alla Consulta.
Secondo i dati dell’associazione "Nessuno Tocchi Caino" (che ritiene la sentenza Cedu una «pietra miliare») attualmente gli ergastolani ostativi sono 1.250, i due terzi dei 1.790 condannati a vita. L’avvocato Antonella Mascia, difensore del detenuto Viola, annuncia l’intenzione di avvalersi subito della pronuncia: «Andremo al Tribunale di sorveglianza dell’Aquila per farla eseguire». Esulta pure il presidente dell’Unione Camere penali, Giandomenico Caiazza: «È una notizia splendida, speriamo faccia da apripista alla decisione della Corte costituzionale».

Il 22 ottobre, infatti, la questione sarà sul tavolo della Consulta, investita da alcuni ricorsi. Secondo Valerio Onida, presidente emerito della Corte e componente del collegio difensivo di Viola, l’ergastolo ostativo è «incostituzionale» e, qualora il legislatore non intendesse modificarlo, rischierebbe «nuove condanne». A suo parere, tuttavia, «il problema sarà risolto dalla Corte costituzionale».


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