venerdì 12 ottobre 2018
Nella risoluzione di maggioranza taglio graduale dal 2019. Protesta di Stampa Romana. E di Pd e Fi
«Azzeramento fondi»: pluralismo nel mirino

I giornali nel mirino del governo. Stavolta non si tratta di polemiche contro l’una o l’altra testata. Ma di un intervento di natura strutturale per tagliare i contributi all’editoria di carattere non profit. È scritto nero su bianco nella risoluzione di maggioranza sul Def: «Un graduale azzeramento a partire dal 2019 del contributo del Fondo per il pluralismo, quota del Dipartimento informazione editoria, assicurando il pluralismo dell’informazione e la libertà di espressione».

Il fondo diventa ufficialmente quindi uno dei cespiti da cui il governo vuole estrarre risorse. Un vecchio cavallo di battaglia del M5s, come ha ripetuto anche recentemente il sottosegretario di Palazzo Chigi con delega sull’editoria Vito Crimi, che ora viene rilanciato dall’intero governo. Nel grande fiume della spesa pubblica il fondo editoria è un rivoletto. Che però aiuta a tenere viva la voce di molte testate locali e nazionali ( Avvenire è tra queste, accanto a diversi giornali diocesani) cioè a sostenere fattivamente il pluralismo informativo e culturale in Italia.

Quel pluralismo che la risoluzione di maggioranza afferma di voler sostenere mentre taglia le risorse dedicate. Dopo la riforma del 2016 che ha tagliato fuori i giornali di partito nel fondo per la carta stampata sono rimasti circa 60 milioni, suddivisi tra 48 testate nazionali e regionali e 105 realtà editoriali locali. Tutte facenti capo a cooperative o imprese senza fini di lucro. L’ultimo stanziamento noto riguarda la prima rata sul 2017 (il 42% del totale).

Sull’annuncio del governo è intervenuta ieri Stampa Romana (una delle associazioni regionali del sindacato di giornalisti) con il presidente Lazzaro Pappagallo. «Dopo l’ultima riforma, il fondo ha perso 150 milioni. Non finanzia i grandi quotidiani, ma le voci legate ad un pensiero critico e non omologato e la piccola editoria territoriale. Pensare che testate come il manifesto e Avvenire siano monopolisti lascia a bocca aperta. La loro voce ha rilievo anche per chi dirige il Paese, basti pensare alla campagna contro la ludopatia condotta da Avvenire che ha costituito la base per un pezzo del 'decreto dignità'. Qui nel Lazio quello che resta dell’editoria dei territori con i contratti di lavoro in regola si regge sul finanziamento pubblico. Il ministro del lavoro Di Maio deve anche pensare che così saltano centinaia di posti di lavoro».

Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, ha commentato: «Sarebbe una scelta semplicemente sbagliata perché è stato fatto un lavoro di bonifica, ci sono fondi mirati oggi per il sostegno di giornali che hanno caratteristiche particolari, cioè che sono in relazioni forti coi territori, che hanno una vocazione non-profit, sono quindi controllati da cooperative o da fondazioni che non hanno fini di lucro». Protestano le opposizioni. Per il senatore Renato Schifani (Fi) «con la fine del sostegno pubblico all’editoria si rischia di spegnere un pezzo di democrazia». E Michele Anzaldi (Pd) sottolinea come «azzerare il Fondo significa colpire l’informazione di carattere locale: sarebbe il colpo di grazia per decine e decine di testate, con centinaia di lavoratori che rischiano di perdere il posto».

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