sabato 5 aprile 2014
La parrocchia di Sant’Antonio simbolo di una città dove le ferite del sisma non riescono a rimarginarsi
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A Sant’Antonio è ancora il 6 aprile 2009. Tutt’intorno, la città brulica di cantieri – la cosiddetta ricostruzione leggera – e la maggior parte delle parrocchie ha ormai una chiesa provvisoria, ma nel quartiere che unisce il centro alla zona industriale il tempo della fede si è fermato alle 3 e 32 di quella notte. Domattina infatti, come ogni domenica, don Ramon Mangili celebrerà la Messa nel tendone donato dal Comune di Roma. Con il solito groppo in gola, lenito da troppe sigarette. «Un prete non può perdere la speranza, ma qui siamo rimasti davvero soli» ammette mostrandoci il piazzale di terra battuta che ospita la chiesa, la casa del parroco e l’oratorio. Cioè il tendone e una decina di bungalow da cantiere. Prima c’era una discarica, poi la scossa assassina ed è diventato uno dei centri di coordinamento della Caritas. «Finita l’emergenza, siamo rimasti noi – spiega il sacerdote – a fare catechismo e amministrare i sacramenti ad una comunità di diecimila persone». Il  “noi” rappresenta un piccolo esercito, 160 volontari guidati da don Ramon coadiuvato da don Guido Fattore (84 anni). L’entusiasmo del pastore non è crollato con il terremoto. Questo oratorio è ancora uno dei più frequentati della zona, anche se la latta dei bungalow è fredda o rovente, secondo la stagione, e al parco giochi arrivano anche bambini delle frazioni, anche se sono cento metri di altalene a due passi dalla statale. Il cruccio del parroco è questa sensazione di abbandono, che dimostra quanto fosse attuale l’esortazione del Papa, qualche giorno fa, a non dimenticare la ricostruzione delle chiese aquilane. «È dura, tutti i giorni, da cinque anni, vivere la fede in una situazione di duplice precarietà: quella di chi ha dovuto abbandonare la propria casa e vive all’interno di abitazioni provvisorie e quella del Signore che in questa parrocchia è anche lui uno sfollato, senza la prospettiva di tornare a casa» commenta con amarezza il giovane parroco di San Giovanni Battista. E ci mostra con malcelato orgoglio la vecchia casa del Signore, una chiesetta del 1200. Spezzata in due dalle scosse. Attraverso travi e ponteggi s’intravedono ancora i marmi scolpiti del portale: «Non bastava più neanche prima del terremoto – ammette don Ramon – ed infatti celebravo cinque messe festive perché l’edificio conteneva al massimo un centinaio di fedeli». Per restituirlo alla vita religiosa servono 800mila euro ma la parrocchia vorrebbe acquistare dal Comune il terreno su cui oggi ci sono i bungalow per edificare una nuova chiesa. Un progetto nato prima della tragedia e mai archiviato, «anzi è fondamentale ora che la gente si sente abbandonata, fa la fila al nostro centro Caritas perché non arriva a fine mese e nell’assenza totale di strutture di aggregazione guarda alla chiesa, persino a una chiesa sotto una tenda, come ad un punto di riferimento esistenziale». Don Mangili sta lanciando una lotteria per finanziare l’opera, visto che nessuno in questi cinque anni si è fatto avanti per ridare una casa a Sant’Antonio. Centomila biglietti a dieci euro l’uno, per acquistare il terreno e presentare alla Cei un progetto per la nuova edilizia di culto. «Non possiamo chiedere alla Chiesa aquilana, che ha centinaia di chiese lesionate o crollate, e lo Stato continua a ripetere che non ci sono soldi, se non per una selezionatissima selezione di progetti. Un parroco deve cercare una strada per condurre i suoi parrocchiani fuori dalla disperazione. Anche quando, come uomo, gli verrebbe solo voglia di piangere».
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