lunedì 21 settembre 2020
Il ministro per la Salute ha nominato il presidente della Pontificia Accademia per la vita al vertice del nuovo organismo. Obiettivo: andare oltre la logica delle Rsa per proporre nuovi modelli
Commissione per la riforma dell'assistenza, Speranza chiama Paglia alla guida
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L’arcivescovo Vincenzo Paglia presiederà la commissione per la riforma dell'assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana istituita con apposito decreto dal ministro per la Salute, Roberto Speranza. Insieme al presidente della Pontificia Accademia per la vita, che è anche Gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II” per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, ne fanno parte illustri personalità del mondo scientifico e sociale.

«I mesi del Covid - ha affermato Speranza - hanno fatto emergere la necessità di un profondo ripensamento delle politiche di assistenza sociosanitaria per la popolazione più anziana. La commissione aiuterà le istituzioni ad indagare il fenomeno e a proporre le necessarie ipotesi di riforma».

Paglia ha ringraziato il ministro per l'incarico affidatogli sottolineando che «la Commissione rappresenta un prezioso strumento inteso a favorire una transizione dalla residenzialità ad una efficace presenza sul territorio attraverso l'assistenza domiciliare, il sostegno alle famiglie e la telemedicina. L'auspicio è che l'Italia, Paese tra i più longevi ed anziani del mondo, possa mostrare un nuovo modello di assistenza sanitaria e sociale che aiuti gli anziani a vivere nelle loro case, nel loro habitat, nel tessuto famigliare e sociale». Soddisfazione per la nomina dell’arcivescovo Paglia anche da parte della sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa: «Oggi arriva una bella notizia per quanti tra noi chiedono da tempo una riflessione e una riforma del sistema di assistenza agli anziani. Grazie al ministro Roberto Speranza per avere istituito la Commissione presieduta da monsignor Paglia su Rsa e anziani».

Su anziani e Rsa l’arcivescovo Paglia più volte espresso considerazioni impegnative già poche settimane dopo l’esplosione della pandemia. «Le case di riposo "generiche" non andavano bene neppure prima della pandemia ¬– aveva osservato in un’intervista ad Avvenire - e dobbiamo lavorare per valorizzare le convivenze tra anziani, il co-housing e le esperienze di piccole case famiglia, così come si dovrà sostenere le famiglie perché siano aiutate a mantenere a casa i nostri nonni e i nostri genitori».

E ancora: «Il tema delle «case di riposo mi sta molto a cuore. Direi che già la definizione è fuorviante. Sono piuttosto “case di fatica”, dove spesso vivere è duro e pesante. È vero che rispondono a un bisogno reale e in tante di esse gli anziani sono tenuti con cura e attenzione. E c’è anche una circolarità virtuosa con il volontariato. Ma quel che sta accadendo nelle Rsa in questo tempo di coronavirus mostra l’urgenza di ripensare l’intera prospettiva della cura degli anziani».

Temi poi sviluppati più ampiamente in due documenti diffusi dalla Pontificia Accademia per la vita sul tema pandemia e solidarietà. Nel primo “Pandemia e fraternità universale” (30 marzo) si spiega tra l’altro che «particolare attenzione va dedicata a chi è più fragile pensiamo soprattutto anziani e disabili. A parità di altre condizioni, la letalità di un’epidemia varia in relazione alla situazione dei Paesi colpiti – e all’interno di ogni Paese – in termini di risorse disponibili, qualità e organizzazione del sistema sanitario, condizioni di vita della popolazione, capacità di conoscere e comprendere le caratteristiche del fenomeno e di interpretare le informazioni. Si morirà molto di più dove già nella vita di tutti i giorni alle persone non viene garantita la semplice assistenza sanitaria di base».

Nel secondo documento, diffuso il 22 luglio scorso, intitolato “L’Humana Communitas nell’era della Pandemia. Riflessioni inattuali sulla rinascita della vita”, si mette in luce la necessità di «elaborare un concetto di solidarietà che si estende ben oltre l’impegno generico di aiutare coloro che soffrono. Una pandemia ci invita tutti ad affrontare e plasmare nuovamente le dimensioni strutturali della nostra comunità globale che sono oppressive e ingiuste».


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