venerdì 13 febbraio 2015
​Gli ammutinati di Frontex se ne infischiano delle regole d’ingaggio. «Siamo marinai, non becchini». Qualcuno lo ha gridato perfino nelle radio, mandando a quel paese chi dalla terra ferma dava ordini «contrari alla legge del mare». Le unità dovrebbero stare al di sotto delle 30 miglia marine dalla costa. Solo eccezionalmente entro e non oltre le 110 miglia. E invece loro sconfinano, «perché non ha senso aspettare che il mare ci restituisca i cadaveri, se possiamo strapparli alla burrasca quando sono ancora vivi». È l’opinione di molti degli equipaggi della missione Triton, coordinata dall’agenzia Ue Frontex.Dall’1 novembre su 2.994 migranti salvati dagli equipaggi, 1.282 sono stati soccorsi al di fuori dell’area operativa, 1.672 al di sotto delle 110 miglia e solo 40 persone raccolte in vita entro le 30 miglia. In altre parole, Triton è esistita solo nella mente dei burocrati senza divisa.A parole si tratta di un’operazione europea, ma ad oggi partecipano solo tre Paesi per un totale di 8 unità navali (1 dall’Islanda, 2 Malta, 5 Italia) e 3 assetti aerei (uno per ciascuno degli Stati coinvolti). Un dispiegamento di mezzi irrisorio, compensato dagli sforzi delle unità navali italiane non inquadrate sotto Triton e che con qualche escamotage riescono a pattugliare un’ampia parte del Mediterraneo, come la Marina che rispondendo al compito di sorveglianza della navigazione tiene i binocoli puntati su tutto il Canale di Sicilia e la Guardia Costiera, incaricata fra l’altro del controllo della regolarità della pesca, che tiene le motovedette sempre al largo. Che non sarebbe stato facile tenere a bada gli uomini di mare al quartier generale di Frontex avevano cominciato a capirlo dopo neanche un mese di operazioni. I mezzi spesso sconfinavano, e la colpa veniva data prima alla Marina e alla Guardia Costiera italiane; poi al tentativo di unificare la centrale di coordinamento di Triton e dell’uscente Mare Nostrum.I comandi dei corpi di appartenenza non si lasciano sfuggire neanche una parola. Ma dopo i 29 morti e gli oltre 300 dispersi dell’ultima strage, per i quali procedono le ricerche in condizioni meteo avverse, nessuno se la sente di rimettersi in mare come se niente fosse accaduto. «Io sono tra quelli che hanno riportato a terra i 29 cadaveri, sono cose che non si dimenticano, ti senti impotente a vedere dei ragazzi di vent’anni che ti muoiono tra le braccia», ha raccontato Salvatore Caputo, infermiere 66enne e volontario dell’Ordine di Malta, imbarcato sulle motovedette della Guardia costiera. «Appena arrivato a terra, ho avuto una crisi di pianto e come me molti altri non hanno retto e sono crollati», ha detto riferendosi ai marinai protagonisti di una delle più pericolose operazioni mai avvenute nel Canale di Sicilia, con onde alte nove metri e il vento che soffiava oltre i 75 chilometri orari. La direzione distrattuale antimafia di Palermo ha aperto un’inchiesta dopo che ieri si è svolto una vertice convocato dalla Direzione nazionale antimafia. A Roma, attorno a un tavolo, si sono seduti i capi di tutte le direzioni distrettuali del Paese e il procuratore nazionale Franco Roberti. I magistrati hanno analizzato i dati raccolti anche dal Viminale nell’ultimo anno. In Italia sono sbarcati 125.788 uomini, 18.190 donne e 26.122 bambini per lo più siriani, eritrei, maliani, nigeriani, gambiani, palestinesi, somali, senegalesi e bengalesi.
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