venerdì 23 febbraio 2018
Ombre e luci nel Rapporto del Garante per l’infanzia sull’applicazione della legge del 2015. Tempi lunghi e famiglie poco aiutate. Ma non mancano i casi positivi
Ecco perché la legge sulla continuità degli affetti non funziona

Prostituzione, abbandoni, malattie soprattutto di ordine psichico, immigrazione, famiglie tanto fragili da apparire talvolta inesistenti. Sono storie drammatiche quelle che si intrecciano dietro i bambini raccontati dalla prima indagine sulla legge sulla continuità degli affetti ('173' del 2015). Storie di sofferenza che in qualche caso però riservano anche il lieto fine.

Come nel caso di Davide, 28 anni di Verona. Ha vissuto in tre famiglie affidatarie, tre vite diverse, tre case diverse, tre gruppi di compagni di scuola diversi «Mi sono spesso sentito un pacco, gli altri decidevano del mio destino e io non riuscivo a capire come intervenire. La continuità degli affetti? Solo con l’ultima famiglia che è tuttora il mio punto di riferimento. Alla fine ce l’ho fatta. Ora, dopo l’università, lavoro come infermiere».

Oppure di Nancy, 29 anni, anche lei veronese ma di origini africane. La mamma non riusciva a tirare avanti e ha chiesto aiuto. Lei è rimasta in 'affido diurno' per 14 anni. Una collaborazione preziosa appunto per mantenere la continuità degli affetti ma che per la ragazza, soprattutto nel periodo dell’adolescenza, si è tradotta in un pesante conflitto tra la cultura delle origini e quella che respirava nella famiglia italiana. Alla fine anche per lei, un bilancio positivo. Lavora in banca e sta per laurearsi in Economia.

Purtroppo non è sempre così. È infatti una fotografia in chiaroscuro quella che emerge dalla ricognizione coordinata dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza in collaborazione con i 29 Tribunali per i minorenni e le relative procure, presentata ieri a Roma. «Un punto di partenza, perché il traguardo è ancora lontano», ha sottolineato la garante per i minorenni, Filomena Albano. Ma questa legge assicura davvero la cosiddetta 'continuità affettiva' nel difficile passaggio tra affido e adozione? Le ombre, come detto, sono tutt’altro che diradate. Non può che destare perplessità per esempio il fatto che non poche sentenze – tra la cui quella della Cassazione del giugno 2016 – abbiano invocato 'la stabilità degli affetti' per decidere di aprire la strada all’omogenitorialità. «Si tratta di una eterogenesi dei fini che spesso – ha commentato la psicologa Maria Cristina Calle, consigliere onorario del Tribunale per i minorenni di Milano, che ha presentato il report – abbiamo riscontrato nell’applicazione della legge».

Due terzi dei Tribunali per esempio raccomandano di non spezzare i legami con le famiglie affidatarie, come invece spesso avviene. Difficile anche stabilire se e quanto i bambini siano stati effettivamente ascoltati. «Eppure – ha ribadito l’esperta – quanto previsto dalla normativa non è solo sensato ma anche utile e urgente».

Ma come è cambiato in ambito giuridico il modo di concepire l’adozione? «Passare dall’affido all’adozione nella stessa famiglia – ha osservato Laura Laera, vicepresidente della Commissione adozioni internazionali che ha coordinato il dossier – non era abituale perché questa procedura era ostacolata dalla vecchia logica adottiva della cosiddetta 'decantazione affettiva' che vorrebbe far dimenticare ai bambini adottivi tutto quanto vissuto prima di arrivare nella nuova famiglia». Un atteggiamento condannato da decine di studi e di ricerche a livello internazionale.

«Anche nell’adozione internazionale – ha osservato ancora Laera - si tratta di un presupposto culturalmente errato. E spesso le famiglie affidatarie sono più avanti rispetto agli operatori. Ora servono forme di accoglienza più flessibili. Affido e adozione non vanno in due direzioni diverse». Servono però meno interventi a tampone e più pianificazione. E poi, come confermato nel successivo dibattito, i tribunali devono crederci davvero.

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