Premeditazione, minacce, complicità: dietro ai fatti di Rogoredo emerge un sistema
L'accusa di omicidio premeditato al poliziotto Carmelo Cinturrino per la morte di Mansouri, il cosiddetto pusher di Rogoredo, e il coinvolgimento di altri due agenti consegnano all'opinione pubblica un quadro inquietante di responsabilità e azioni da parte delle forze dell'ordine

C’è un lungo elenco di messaggi minatori che apre la richiesta di incidente probatorio chiesta dal pm Giovanni Tarzia, nell’ambito delle indagini della Squadra Mobile, sull’omicidio di Abdrerrahim Mansouri, detto «Zak», il pusher di Rogoredo ucciso dal poliziotto Carmelo Cinturrino, che ha poi provato a inscenare una sparatoria per legittima difesa.
«O ti arresto o ti ammazzo». «Di’ a Zack che se lo becco io lo uccido». E ancora: «Mi raccomando, ricorda a Zack che se lo prendo lo ammazzo». Casomai il messaggio non fosse arrivato forte e chiaro: «Ricorda a Zack che lo ammazzo». «Dì a Zack che quando lo vedo lo ammazzo». Un mantra di minacce da parte dell’assistente capo del commissariato Mecenate rivolte al pusher della famiglia Mansouri che è chiaramente indice un conto in sospeso tra i due, e che ha spinto la procura a contestare l’accusa più grave: omicidio premeditato. Ma Cinturrino deve rispondere di una trentina di capi d’accusa, tra cui estorsione, concussione, sequestro di persona (un pusher chiuso e picchiato in una stanza del commissariato), rapina, percosse, spaccio, falso. Alcuni episodi gli sono contestati in concorso con altri poliziotti. Con Cinturrino ci sono infatti altri sei agenti indagati (due donne), e, in particolare due nuovi indagati a vario titolo per estorsione, concussione, falso, spaccio e arresto illegale. 43 complessivamente i capi d’imputazione per i sette poliziotti, tutti del commissariato Mecenate. È quanto emerge sempre dalla richiesta di incidente probatorio, che è stata fatta per raccogliere e cristallizzare otto testimonianze di persone che frequentano la zona di spaccio, e che potrebbero diversamente andar perse in vista di un’eventuale processo, trattandosi di persone senza dimora o senza una residenza fissa.
Tra le accuse a Cinturrino ci sono in particolare, l’aver percosso con un martello due pusher del bosco della droga, uno dei quali disabile. Proprio sul martello, che secondo i testimoni, Cinturrino portava con sé per estorcere denaro e droga, ieri nei laboratori della polizia scientifica della Questura, si sono svolti una serie di accertamenti tecnici alla ricerca di tracce biologiche. Nei casi di presunta concussione, a Cinturrino viene contestato di aver costretto i frequentatori del Bosco di Rogoredo a cedergli denaro: da 130 a 800 euro alla volta. In altri casi invece il presunto poliziotto corrotto si faceva dare direttamente della droga. Altre volte sarebbe stato lui a farla figurare nei verbali d’arresto per incastrare i pusher. L’accusa di estorsione nasce in particolare dall’aver preso di mira gli uomini di Abderrahim Mansouri costringendoli a dirgli dov’erano i soldi e la droga dello spacciatore marocchino, che poi sarà ucciso la sera del 26 gennaio in via Impastato con un colpo della Beretta d’ordinanza alla testa. In un caso avrebbe preso a martellate un «cavallo» di Mansouri. Un’altra estorsione sarebbe stata fatta insieme a un collega del commissariato Mecenate. Insieme i due poliziotti avrebbero trascinato nel bosco, denudato e picchiato un altro spacciatore che lavorava per Mansouri. Insieme al poliziotto che quella sera andò a prelevare in commissariato la pistola finta per la messa in scena, Cinturrino avrebbe picchiato il pusher disabile, con il quale si era particolarmente accanito: anch’egli denudato e scaraventato a terra, preso a martellate e a bottigliate in testa. «Qua comando io, non comandano i Mansouri», urlavano invece i due poliziotti, nell’estorcere denaro a un uomo di Mansouri, secondo quanto ha testimoniato egli stesso. Un altro pusher particolarmente preso di mira sarebbe stato rinchiuso in una stanza del commissariato Mecenate e picchiato. Sequestro di persona che viene contestato in concorso con un altro poliziotto ancora. Sempre lo stesso pusher sarebbe stato vittima di arresti illegali, gli sarebbe stata attribuita della droga che era in realtà detenuta dai due poliziotti. Di qui l’accusa di spaccio nei confronti degli agenti.
Il metodo Cinturrino quindi non era un’esclusiva del poliziotto arrestato, almeno secondo le testimonianze. Altri due poliziotti indagati avrebbero infatti mandato in ospedale un altro uomo di Mansouri prendendolo a mazzate (analisi genetiche in corso anche sulla mazza di legno) da soli, senza Cinturrino. «Voglio tutto», avrebbe intimato uno dei due poliziotti allo stesso Mansouri e a un altro spacciatore. Almeno cinque quindi le presunte estorsioni a spacciatori, che lavoravano per l’entourage del pusher poi ucciso da Cinturrino, e che adombrano l’esistenza di un racket gestito da uomini delle forze dell’ordine. Oltre ai soldi e alla droga i poliziotti (tre, i due di prima, più il socio di Cinturrino) avrebbero estorto anche informazioni sugli «imboschi» e sui giri dello spaccio. Di falso, calunnia, concussione spaccio di droga e arresto illegale, è accusata infine una delle due poliziotte indagate (ripresa anche in un filmato). L’altra fa parte del gruppo iniziale di quattro indagati per favoreggiamento.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






