Nessuno controllò il bar della strage a Crans. I gestori: «Devastati»
Il sindaco Féraud: niente ispezioni negli ultimi 5 anni. I parenti: «Lacune sconcertanti, indagate il Comune»
«Controlli periodici non sono stati svolti tra il 2020 e il 2025. L’amministrazione comunale ha avuto conoscenza di questo stato dei fatti consultando i documenti consegnati al pubblico ministero». L’ammissione disarmante del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, apre nuovi e pesanti interrogativi sulla tragedia di Capodanno.
Chi doveva controllare il "Constellation” e perché non l’ha fatto? Domande cui dovrà trovare risposta la magistratura elvetica. Certamente non basterà la frase imbarazzata del primo cittadino: «L’amministrazione comunale se ne rammarica amaramente». Non si dimetterà, Feraud, anche se ammette: «Porterò questo fardello e la tristezza di tutte queste famiglie per la mia vita».
Ieri hanno rotto il silenzio anche i titolari del bar, dicendosi «devastati e sopraffatti dal dolore» e promettendo la loro «piena collaborazione» con gli inquirenti. «Le parole non possono descrivere adeguatamente la tragedia che si è consumata quella notte», hanno detto Jacques e Jessica Moretti, sui quali pende un’inchiesta per omicidio colposo e altre accuse. «In nessun caso cercheremo di sottrarci a queste questioni» hanno detto riferendosi ai tanti dubbi sulla sicurezza del locale.
Parole che non hanno rassicurato i parenti, anzi. L’avvocato Romain Jordan, che assiste diversi familiari, ha sottolineato che i suoi clienti «hanno preso atto con costernazione» delle parole del sindaco Féraud.
«La quantità sconcertante di mancanze e lacune nei controlli – ha rimarcato il legale - pone con maggiore urgenza la questione della messa sotto inchiesta del Comune». Respinto «con forza e senza indugio», poi, il tentativo del Comune di presentarsi come parte civile: «Presentarsi come vittima - taglia corto Jordan - equivale a privare le vere vittime di questa tragedia del loro status, il che è inaccettabile in queste drammatiche circostanze».
Féraud ha precisato che comunque la normativa «non menziona il controllo di qualità dei materiali», come la schiuma fonoassorbente infiammabile da cui si sarebbe propagato l’incendio. Nessun accenno però alla questione delle uscite, con quella di sicurezza che secondo quanto emerso sarebbe stata nascosta e chiusa a chiave.
Il governo del Canton Vallese, però, ha preso le distanze, ricordando ieri «a tutti i comuni i loro obblighi legali legati alla protezione contro gli incendi» e raccomandando loro di «prendere contatto» con le strutture pubbliche competenti. In dettaglio, l’esecutivo - che ha annunciato una revisione della normativa antincendio - chiede di «procedere a una verifica delle procedure interne, della formazione del personale e dei dispositivi di sicurezza». Sottolineando, non a caso, gli obblighi di «ispezione periodica da parte di un professionista della protezione incendi». Proprio ciò che è mancato a Crans-Montana.
Un rimpallo di responsabilità che fa crescere l’insofferenza dei Paesi che hanno visto morire nel rogo diversi concittadini. La Francia, che conta 9 vittime (diverse minorenni) e almeno 23 feriti, ieri ha aumentato la pressione sui vicini. «La procura di Parigi ha avviato un’inchiesta “specchio” per accompagnare le famiglie francesi nelle indagini condotte dalle autorità svizzere» ha spiegato la procuratrice di Parigi Laure Beccuau. «Le autorità svizzere - precisa - restano competenti per indagare sullo svolgimento dei fatti e ricercare eventuali responsabilità». Ma l’obiettivo è di «consentire alle vittime francesi e alle loro famiglie di beneficiare di un interlocutore comune in Francia e di facilitare se necessario i loro scambi con le autorità svizzere». Nel frattempo a Crans Montana l’atmosfera si è fatta pesante. Due troupe della Rai sono state aggredite in due diverse occasioni. L’inviata di “Ore 14” Francesca Crimi, insieme all’operatore Marco Bonifacio, è stata colpita con un getto di acqua gelida «da una persona vicina ai proprietari di Le Constellation» accusa una nota della trasmissione, che parla di «atto vergognoso e vigliacco». È andata anche peggio a Domenico Marocchi, inviato di Unomattina, aggredito insieme all’operatore e a due colleghi della troupe di “Storie Italiane”. L’episodio è avvenuto lunedì pomeriggio davanti al ristorante a due piani “Le vieux chalet”, che in quel momento era chiuso. «Siamo andati davanti a uno dei locali dei coniugi Moretti, che al momento sono indagati .- ha raccontato il giornalista -. Hanno tre locali qui nella cittadina, noi siamo andati davanti al ristorante e abbiamo solamente inquadrato e ripreso un cartello che era sulla strada che diceva che il ristorante era chiuso». A quel punto è arrivata una auto con musica rap ad altissimo volume, che li stava seguendo già da un po’. «Sono uscite tre persone - ha proseguito - che hanno iniziato ad intimidirci ad insultarci, anche con insulti diretti a tutti gli italiani». Gli aggressori avevano accento corso, indossavano felpe e cappucci e uno anche gli occhiali da sole, nonostante fosse già buio. «Stavano per andare via quando sono arrivate altre sette persone», ha spiegato ancora Marocchi. Il giornalista ha visto uscire questi ultimi dal locale e ha riconosciuto tra loro gli autori di un’altra aggressione ai danni degli inviati del Blick, quotidiano svizzero in lingua tedesca che poco prima aveva denunciato l’accaduto con un video su Twitter. A quel punto il gruppo ha circondato l’auto della Rai, che si è allontanata di gran carriera per evitare guai peggiori.
Un brutto clima stigmatizzato con forza dall’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado: «Su istruzione del ministro Antonio Tajani ho contattato la polizia cantonale del Vallese per chiederle di rafforzare la vigilanza a tutela dell’incolumità dei media italiani. Ho inviato, a tal fine, alla polizia cantonale la registrazione dell’aggressione andata in onda su Unomattina. La polizia mi ha assicurato che rafforzerà la vigilanza nella zona e si adopererà affinché simili episodi non abbiano più a ripetersi». Dura la chiosa del ministro Tajani: «Il contesto di questa sciagura deve portarci a rispettare il dolore di tutti, ma in nessun modo deve permettere atti di violenza o intimidazione contro la stampa».

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