Nazionalismi e crisi della democrazia, una ricetta per l'Europa
di Diego Motta, inviato a Genova
A Genova il Forum disuguaglianze e diversità ha ragionato sulle nuove sfide per la diplomazia. La politologa Urbinati: l’obiettivo è tornare a coinvolgere cittadini impauriti

Nei giorni del trionfo dell'internazionale nazionalista, la democrazia resta il migliore dei sistemi possibili. A patto che impari a ripensarsi, dopo i tracolli subiti. «Non possiamo permetterci tempi lunghi di reazione, dobbiamo reagire subito» sottolinea Fabrizio Barca, che ha radunato a Genova intellettuali, politici, accademici per una tre giorni che si conclude oggi, organizzata dal Forum disuguaglianze e diversità. «È così forte l'attacco portato dai nuovi autoritarismi e dalle oligarchie del capitale – ragiona l’economista, già ministro ai tempi del governo Monti - che bisogna ripartire subito, altrimenti la paura dei popoli continuerà a diffondersi e insieme ad essa crescerà la domanda di nuovi Cesari. In questo senso, l'Europa ha davanti a sé delle praterie per tornare a essere protagonista».
Una ricerca dell'European movement international pubblicata l’estate scorsa e passata sotto silenzio ha squarciato il velo da ogni possibile ipocrisia: il 64% dei cittadini europei ritiene infatti la democrazia un sistema superato (in Italia questo dato si attesta al 58%) e non più in grado di rispondere ai bisogni di sicurezza e di ordine delle società moderne. La cronaca di questi mesi si è incaricata di confermare dinamiche storiche già in atto: l'imperialismo americano si è spinto a chiedere di poter comprare «un pezzo di ghiaccio» (copyright Donald Trump) come la Groenlandia, arrivando a concepire un Board of Peace cui si accederebbe per volontà di un sovrano e grazie a disponibilità finanziarie illimitate, mentre gli altri Cesari, Xi Jinping e Vladimir Putin, continuano indisturbati a coltivare la loro influenza a colpi di guerre (militari e commerciali) nelle rispettive sfere d'influenza. Perché mai allora dovremmo coltivare già oggi un sogno di democrazia e auspicabilmente di pace?
L'occasione europea
La folla radunatasi in modo abbastanza imprevisto nelle sale del Palazzo Ducale, che ha visto venerdì tra i presenti interessati anche la leader del Pd Elly Schlein e la sindaca di Genova, Silvia Salis, chiede innanzitutto nuovi strumenti di partecipazione. «Basterebbe ricordare Jacques Delors - riprende Barca - per parlare delle nostre possibilità: nessuna comunità come quella europea può contare su territori organizzati, su modelli di partecipazione dal basso, su spazi di cittadinanza da animare con le iniziative che ci sono già e vedono protagonisti studenti, lavoratori, associazioni. Per questo, chiediamo che l'Europa torni caparbiamente a sedersi al tavolo con una proposta di politica estera forte, innanzitutto sull'Ucraina». Il riferimento è alle parole pronunciate durante i lavori da Lucio Caracciolo, fondatore della rivista di geopolitica Limes. «Cosa avrebbero fatto gli Usa se fosse scoppiato un conflitto tra Paesi ai loro confini, in America? Sarebbero intervenuti immediatamente, per placare le ostilità. Ecco: anche noi dovremmo guardare al nostro giardino di casa e tornare a gestire la situazione». Non sfuggono ovviamente la fragilità persistente del Vecchio continente e le divisioni palesate anche alla luce del ciclone Trump. «C'è una sudditanza impressionante verso la Casa Bianca - ha osservato Caracciolo - che si spiega anche con il fatto che l'Europa è uscita sostanzialmente sconfitta dalle ultime due guerre mondiali ed è sempre stata in debito con gli americani, come dimostrano il Piano Marshall e la Nato». Per Barca sono poi incomprensibili gli stop and go mostrati da Commissione ed Europarlamento sul Mercosur, l'accordo di libero scambio con i Paesi del Sudamerica. «Come europei, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, ascoltando ad esempio le parole pronunciate a Davos dal premier canadese Mark Carney: è l’ora di un multilateralismo a geometria variabile».
L’epoca degli egoismi
Quel che preoccupa rimane ciò che accade intorno a noi. «Il Board of Peace è l’esempio perfetto dell'internazionale dei nazionalismi: dentro c’è di tutto, anche i profittatori - dice Caracciolo -. Si sta cercando di cavalcare un sentimento diffuso che vede tornare di moda gli egoismi». Nella mappa globale, nel frattempo, accadono cose che dovrebbero far riflettere, al netto della deriva trumpiana, caratterizzata dalla «rivincita dell'uomo bianco» e da un livello di crisi identitaria tale per cui «ci siamo già dimenticati che l'uomo che oggi siede per la seconda volta alla Casa Bianca solo cinque anni fa ha tentato un colpo di Stato». C'è dell'altro, secondo Caracciolo. «Guardate all'Africa: in Tanzania, il Partito comunista cinese sta insegnando ai ragazzi nelle scuole come si governa un Paese con il partito unico al comando». Il virus antidemocratico si diffonde, dunque, e mancano anticorpi ovunque, non solo nel declinante Occidente.
Democrazia dimezzata
L'esame di coscienza non può che tornare ad affiorare alle nostre latitudini. Chiedersi come è stato possibile che tutto questo accadesse, dentro e fuori di noi, ora è sterile. Sintetizzando, si potrebbe dire che mentre una tecno-oligarchia dalle parti della Silicon Valley si occupava di creare ricchezza sfruttando la miniera dei (nostri) dati mettendo le mani sui social e sull'intelligenza artificiale, i nuovi leader interpreti dello spirito populista del tempo si dedicavano a rassicurare il popolo, lucrando consensi (e proteggendoli) perché avevano intercettato meglio di tutti il vento della paura. Paura di futuro, paura dello straniero, paura di cio che non si conosce. «Il punto è che, passo dopo passo, siamo piombati in una democrazia dimezzata - fa notare la politologa Nadia Urbinati, titolare della cattedra di Scienze politiche alla Columbia University di New York -. Una democrazia al 50% di partecipazione al voto fa fatica anche ad opporsi al nuovo uomo forte e diventa una democrazia minima, in cui resiste soltanto il rito del voto, e non si sa neppure fino a quando». Eppure esistono vie per risanare il corpo malato delle opinioni pubbliche. Secondo Massimo Florio, professore emerito di Scienze delle finanze all’Università di Milano, serve «uno Stato che non teme di riprendersi i propri spazi, di parlare di intelligenza sociale al posto dell'intelligenza artificiale». Sarebbe un segnale, di quella che Urbinati chiama «la democrazia inclusiva, che sa coinvolgere e si fa coinvolgere da cittadini ed elettori, i quali invece oggi appaiono dissociati».
Il fattore tempo deve tenerci desti, sostiene Barca, perché «alcune cose che ci affrancherebbero dalla dipendenza del più forte si possono fare già domani mattina». Il mondo d'altra parte non aspetta. Lo ricorda l'urlo di centinaia di giovani iraniani, che nel primo pomeriggio sale impetuoso da Piazza Ferraris. Sono venuti a manifestare per i loro connazionali: chiedono anche loro un Paese finalmente libero e democratico.
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