Momò e gli altri: storie di minori stranieri soli che hanno trovato una famiglia

Dei circa 16mila bambini e ragazzi non accompagnati in Italia soltanto il 4% viene accolto in percorsi di affido. C'è chi diventa cuoco, chi sogna di pilotare gli aerei. E poi ci sono genitori, nonni, fratelli e sorelle cambiati per sempre dalla scelta di aprire la porta
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September 13, 2026
Mamajang dal Gambia con la nonna Maria, a Palermo, mentre servono in tavola la pastasciutta preparata insieme / UNICEF
Mamajang dal Gambia con la nonna Maria, a Palermo, mentre servono in tavola la pastasciutta preparata insieme / UNICEF
Li vediamo spesso arrivare dal mare, scendere dai barconi, comparire nei luoghi di frontiera. Sono i ragazzi che attraversano da soli il Mediterraneo, che provano a raggiungere l’Europa persino a nuoto, come è accaduto a Ceuta, e che finiscono così dentro le cronache soprattutto come numeri, emergenze, problemi da gestire. Nel 2025 erano circa 16mila i minorenni non accompagnati ospitati nelle strutture di accoglienza in Italia. La rotta del Mediterraneo centrale, che collega il Nord Africa all’Italia, è tra le più pericolose al mondo: tra aprile 2015 e aprile 2025, secondo le stime Unicef, circa 3.500 bambini sono morti o scomparsi nel tentativo di raggiungere l’Europa. Quelli che ce la fanno, non vengono quasi mai guardati per quello che sono: ragazzi che hanno lasciato alle spalle famiglie, Paesi e spesso esperienze drammatiche, e che qui hanno bisogno, prima di tutto, di qualcuno che li accompagni a crescere. Arrivano spesso in condizioni critiche, con bisogno di assistenza medica, supporto psicosociale, orientamento legale e linguistico. E solo il 4% viene accolto in famiglie affidatarie, mentre il restante 96% finisce in strutture residenziali.
Di queste famiglie, che invece di alzare barriere hanno deciso di aprire una porta, aggiungendo una sedia a tavola e un letto in cameretta, fanno parte Giovanna e Stefano. La loro storia inizia nel 2018 a Milano, quando nella loro vita fanno spazio a Mohamed, ribattezzato Momò: «Lo abbiamo chiamato da subito così per questioni di brevità, ma anche perché ci sembrava un nomignolo più familiare, che ci faceva sentire più vicini», racconta Giovanna. Partito dall’Egitto, sbarcato da solo a Pozzallo appena 14enne, è stato accolto per quasi 4 anni in una comunità a Palermo prima dell’affido. «Oggi Momò è un ottimo cuoco, creativo e appassionato», ha 26 anni, lavora in Liguria e si è sposato in Egitto, seguito da Giovanna e Stefano. Cresciuto nel rispetto della fede musulmana, «prega tutti i giorni, va in moschea il venerdì quando può e pratica il Ramadan con convinzione. Ha fatto tanta strada in questi anni e noi con lui siamo sempre stati convinti che la sua determinazione lo avrebbe portato lontano e continuiamo sempre a sperarlo». Non sono mancate le difficoltà, soprattutto legate alle differenze culturali: soprattutto nei primi anni di convivenza, «lui non riusciva ad accettare da parte mia indicazioni, rimproveri o comandi. Ancora adesso per lui sono un riferimento affettivo, mentre il riferimento normativo e di supporto nelle cose da fare è sempre Stefano» conclude Giovanna.
Momò con Giovanna e Stefano
Momò con Giovanna e Stefano
La storia di Momò è una delle oltre 150 esperienze di affido familiare che hanno accompagnato il progetto “Terreferme”, ideato 9 anni fa da Unicef e Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti) come azione sperimentale su tre regioni “pilota” – Sicilia, Lombardia e Veneto, a cui si sono aggiunte nel tempo Puglia, Piemonte, Lazio e Campania – per promuovere questa esperienza. Il progetto si è rivelato vincente e avvincente grazie a «relazioni di cura» e «accompagnamento verso l’autonomia». Alcune di queste storie sono sintetizzate nel volume collettivo “Terreferme. Famiglie che accolgono, approdi che curano”, che dà voce a operatori, ragazzi e famiglie protagonisti delle esperienze e stimola a «superare una narrazione dell’accoglienza fatta solo di numeri o procedure per riportare al centro il suo elemento essenziale: il fattore umano». «Terreferme parte da un’assunzione comune di responsabilità, in cui essere insieme è il punto di partenza. Quando siamo partiti, nel 2017, l’affido di minorenni migranti soli era pressoché zero, ora rappresenta quasi il 5% dell’accoglienza: ancora troppo poco, ma almeno se ne parla. A fine 2025, erano circa 160 gli affidi realizzati in varie forme: da quelli diurni a quelli del fine settimana alla convivenza vera e propria», evidenzia Liviana Marelli, coordinatrice dell’area Nuove generazioni e famiglie del Cnca e appassionata promotrice di questa esperienza. Per Nicola Dell’Arciprete, coordinatore dell’Ufficio Unicef per l’Europa e l’Asia Centrale (ECaro), «L’accoglienza in famiglia per i minori stranieri non accompagnati è il modo migliore per ricostruire un elemento relazionale. Si parla di numeri ed emergenze, ma il vero cambiamento avviene con quello che noi chiamiamo fattore umano, ovvero la capacità di garantire ascolto e creare fiducia e continuità. Terreferme è l’accoglienza che investe sulle relazioni: le storie ci parlano di una normalità inclusiva, per la quale non ci sono ricette semplici, ma metodi e percorsi che la rendono possibile», garantendo arricchimento e gratificazione da ambo le parti. La scelta è aperta alle coppie eterosessuali, omosessuali e anche ai single: «Rispetto ai necessari ma anche molto stretti e selettivi vincoli dell’adozione, l’affido permette, volendo, a chiunque di accogliere. Pensando alle centinaia di famiglie che in questi anni abbiamo incontrato in 7 regioni d’Italia, possiamo parlare di un’incredibile e ricchissima “biodiversità familiare”. Non ci sono mai stati affidi interrotti o andati male: ci sono situazioni più semplici e altre più complesse, ma le esperienze sono state tutte complessivamente positive. E non solo i minorenni possono essere accolti, ma anche i neomaggiorenni – fino ai 21 anni – in presenza del cosiddetto prosieguo amministrativo».
Mohamed, 17 anni, insieme alla sua famiglia affidataria. A sinistra, mamma Daniela e papà Alberto / UNICEF
Mohamed, 17 anni, insieme alla sua famiglia affidataria. A sinistra, mamma Daniela e papà Alberto / UNICEF
Perché un’accoglienza di questo tipo non significa semplicemente aprire la porta di casa. Le famiglie vengono accompagnate e formate: ognuna è stata seguita da vicino e da professionisti, dal primo approccio con il minore fino all’abbinamento, dall’incontro con il ragazzo all’affido vero e proprio. Con un rapporto stretto con gli enti locali, l’accompagnamento da parte di équipe multidisciplinari, educatori reperibili h24, a cui rivolgersi in caso di necessità. È dentro questa cornice che sono nate anche altre storie. Beniamino e Chiara, con tre figli, due anni fa hanno deciso di accogliere Nasim, oggi diciottenne e originario del Bangladesh: «Sento che non abbiamo fatto niente di speciale. Ci piace aiutare. Ci siamo detti: ci costa poco aggiungere una sedia in più a tavola. Quando siamo andati a prenderlo in comunità per trasferirsi da noi gli abbiamo dato del tempo, pensando ne avesse bisogno per prepararsi. Subito ha messo insieme una borsa ed era pronto. E se penso quanto siamo complicati noi, è un bell’insegnamento: la felicità non dipende dalle cose che hai nella valigia», racconta Beniamino, che ha scoperto insieme alla moglie la passione di Nasim per la sartoria. E Chiara aggiunge: «Quando si fa un affido non bisogna pensare di essere da soli. Abbiamo chiesto supporto anche noi tante volte e così, tramite la rete di amici, abbiamo trovato un aggancio in un negozio di alta moda». Così il ragazzo ha iniziato un tirocinio che lo ha portato ad avere un contratto a tempo indeterminato. «Sono arrivato piccolo, mi mancavano i miei genitori, non conoscevo nessuno in Italia. Loro mi hanno trattato come un figlio», testimonia.
A volte l’integrazione passa dalla tavola: Mohamed, ospitato da Daniela e Alberto a Como, all’inizio mangiava solo riso in bianco e voleva fare una spesa per conto suo, diversa da quella della famiglia affidataria. Gradualmente, con un percorso di conoscenza ed entrando in contatto con altri ragazzi in affido, scoprì che era possibile cambiare le proprie abitudini e che si potevano provare nuovi sapori. L’occasione gliel’hanno data alcuni viaggi in Sardegna, Vietnam e Armenia con gli affidatari, in cui ha potuto sperimentare una varietà di cibi.

Non è contenuta nel libro ma è molto significativa la storia del gambiano Mamajang, che sogna di diventare pilota, arrivato 10 anni fa in Italia appena tredicenne; dopo un triennio in comunità a Palermo, nel 2019 è iniziato il suo percorso nella famiglia di Mauro e Desjrè a Montecchio Maggiore. L’anno precedente, prima del matrimonio, lei aveva letto su un volantino che cercavano famiglie affidatarie per ragazzi migranti non accompagnati: «Una volta una persona cara ci ha detto che con tutte le cose belle della vita si agisce prima, si pensa dopo. Credo che la sfida più grande sia trovare un posto dove i minori non accompagnati possano stare fisicamente ma anche dove si sentano amati». E Mauro aggiunge: «Ho sempre avuto l’idea che in queste situazioni sei tu a dare e che non ricevi nulla in cambio. Ma invece abbiamo ricevuto molto in molti modi ed è una grande gioia». Il progetto Terreferme è oggi concluso, ma continua ad essere il metodo di lavoro che ispira altri progetti come Intessere, attivo in dieci regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia. Sul sito è possibile anche manifestare il proprio interesse a prendere parte a un percorso formativo ed eventualmente di successivo affido.

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