Genitori virtuali e figli cresciuti con l’IA: l’intelligenza artificiale è già entrata in famiglia
L'uso dei chatbot promette di far risparmiare tempo, alleggerisce il carico mentale e aiuta nell’educazione, ma apre una domanda più profonda: possiamo delegare a un algoritmo la presenza genitoriale?

In famiglIA è la nuova rubrica di Sofia, la newsletter di Avvenire dedicata alla vita delle famiglie. Un percorso per capire come l’intelligenza artificiale sta entrando nelle nostre case, nelle relazioni tra genitori e figli, nell’educazione e nella quotidianità. Se sei interessato a questo e ad altri temi che intrecciano la genitorialità, l'educazione, le relazioni tra generazioni, iscriviti gratuitamente alla newsletter.
Shanghai, ultima settimana di agosto dell’anno del Signore 2026. Una ragazzina di tredici anni, con pochissime conoscenze di programmazione informatica, ha guadagnato in tre giorni 18mila yuan (pari a circa 2.400 euro) ideando e costruendo un'app che propone alle mamme e ai papà di caricare una loro fotografia per creare un genitore virtuale: l’avatar controlla se il figlio si alza dalla sedia durante i compiti o se prende il telefono invece di mantenere la testa sui libri. Nel caso di distrazioni, una voce, ovviamente uguale a quella di mamma o papà, lo richiama con garbo, poi, al termine dei compiti arriva via email (ai genitori veri si intende) un rapportino che “misura” la capacità di concentrazione del proprio figlio o figlia. Come si chiama l’App? 在场 (Zaichang), che in italiano si traduce con “essere presenti”, oppure con “esserci”.
L’AI che promette di restituire tempo ai genitori
Dall’altra parte del pianeta, esattamente a San Francisco, la startup Fambot ha annunciato un finanziamento di 3,5 milioni di dollari per quello che viene definito “un capo di gabinetto delle famiglie”: legge le mail della scuola e i gruppi WhatsApp, poi ogni mattina consegna ai genitori l'elenco di quel che serve sapere e la lista delle cose da fare. Il fondatore, padre di tre figli, ha detto di aver ideato questa startup perché riceve fino a quaranta mail al giorno che riguardano soltanto i bambini. Troppe. Da Shangai e da San Francisco riceviamo due prodotti nati dallo stesso vuoto: il tempo che manca. Shangai lo sostituisce con un surrogato, San Francisco promette di restituirlo.
Genitori e figli usano l’intelligenza artificiale in modo diverso
Ma anche in Italia la questione dell’uso genitoriale delle intelligenze artificiali generative è già matura, perché l'IA è entrata nelle case dalla porta dei figli: gli adulti la usano poco (19,9% contro una media europea del 32,7%), mentre l'89% dei minori fra 9 e 16 anni adopera abitualmente i chatbot. Una ricerca di luglio indica che il 51% dei ragazzi italiani fra 11 e 17 anni si rivolge a un chatbot (e non a un genitore o a un insegnante) quando si sente solo o triste. E se da un lato gli adulti ancora valutano se delegare procedure, dall’altro i figli hanno già delegato anche l’intimità. Qui si apre un'asimmetria curiosa, perché il regolamento europeo vieta negli istituti di istruzione i sistemi di IA destinati a inferire le emozioni degli studenti attraverso dati biometrici, salvo motivi medici o di sicurezza, ed anche la legge italiana del 2025 richiede il consenso dei genitori per l'accesso all'IA sotto i quattordici anni (ricordiamoci che l'autrice dell'app cinese ne ha tredici). Ma in famiglia, sul tavolo della cucina o sulla scrivania della cameretta, non c’è nessun vincolo e nessun regolamento: quello che è proibito in aula si compra per la propria stanzetta, e l'unico rimasto a discernere è il genitore.
IA, famiglia e disparità di genere: il peso invisibile della cura
C'è poi un altro tema, quello della disparità di genere. Questi assistenti si presentano come strumenti capaci di redistribuire la responsabilità invisibile della cura, che in Italia ha un valore già misurato: secondo l'Istat le donne dai 25 anni in su dedicano al lavoro familiare 4 ore e 44 minuti al giorno, gli uomini 2 ore e 6, una differenza di non poco conto. Un abbonamento mensile di 20 euro che fa entrare l’Ai in famiglia, si radica su questo squilibrio: infatti, la sociologa Melissa Milkie dell’Università di Toronto ha avvertito che questi assistenti rischiano di aumentare la pressione sulle madri e, con essa, sentimenti di colpa e frustrazione.
Delegare all’IA aiuta, ma delegare il pensiero può impoverire
La ricerca accademica portata avanti nel campo dell’apprendimento, settore che l’app di Shangai vorrebbe ottimizzare, ci dice che funziona delegare all’IA la fatica, ma delegare il pensiero lo consuma. Vale per i compiti, dove l'uso non guidato dell'IA alza i voti nell'immediato ma poi indebolisce il processo di apprendimento; ma vale anche per gli adulti, perché un'agenda ordinata è un sollievo, ma una relazione affettiva affidata a un avatar è una perdita di valore e di umanità.
Quali regole servono per l’intelligenza artificiale in famiglia
Il 21 agosto Leone XIV ha detto ai legislatori cattolici che «non bisogna mai consentire all'intelligenza artificiale di erodere la famiglia, cellula primaria della società». Nessuna norma, però, deciderà mai quali intelligenze artificiali possono entrare o non entrare in casa. Lo fanno già, in alcune città italiane, i patti digitali di comunità, dove le famiglie di una scuola concordano insieme l'età del primo smartphone, estenderli all'intelligenza artificiale costa poco e restituirebbe agli adulti la centralità nel processo di discernimento sull’educazione dei loro figli.
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